
(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Leggo di Michela, la figlia di Sigfrido Ranucci, che “disperata, non fa che piangere da giorni” (Corriere della Sera), e provo rabbia. Laureata in Legge alla Sapienza col massimo dei voti e la lode, “forse della sua famiglia e quella che ha subìto il tradimento più grande da Lavitola”. Perché a lei, “giovane e appassionata terapista, esperta di disturbo dello spettro, l’ex faccendiere affidò tra i singhiozzi le cure di suo figlio”. Provo rabbia perché quella sera, a Campo Ascolano, rientrando a casa un minuto prima o un minuto dopo, Michela avrebbe potuto anche rimetterci la vita. E adesso deve, per assurdo, fare i conti con il fallout venefico che quella bomba ha provocato. Come del resto capita ai fratelli, Giordano ed Emanuele, costretti a rispondere “colpo su colpo” alle mascalzonate degli odiatori social. Rabbia che non è soltanto la mia per le ricadute mediatiche, e per lo sciacallaggio politico (non soltanto a opera della destra) che l’eccellente, e incolpevole, redazione di Report continua a patire sulla base di un disegno evidente: lucrare sulle conseguenze della sciagurata amicizia di Ranucci con Lavitola per tentare di commissariare (e forse anche devitalizzare) un modello di Servizio Pubblico (purtroppo, uno dei pochi in Rai) al servizio dell’informazione e dei cittadini. Sono essi, quei bravi giornalisti, gli autentici protagonisti di Report, autori di scoop e inchieste professionalmente ineccepibili.
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Anche se troppo spesso invisibili dietro le quinte dello studio, dove la visibilità è soprattutto quella del conduttore. Provo rabbia perché chi rischia di pagare il prezzo più alto di un simile disastro siamo noi, il vasto pubblico di Report, spettatori puntuali, ogni domenica sera, di quello che dai tempi di Milena Gabanelli si è via via trasformato in un appuntamento civile. Che – con gli errori inevitabili in chi fa, credendoci, questo mestiere –, ha spesso dato sostanza alla celebre massima di Luigi Einaudi: conoscere per deliberare. Assistere al bombardamento incessante di questa esperienza, da parte di iene dattilografe e veline semoventi, come può non provocare una rabbia profonda? Caro Sigfrido, quante vittime incolpevoli ha lasciato sul campo l’ordigno dell’“amico fraterno”.