Il centrosinistra avrebbe tutte le carte in regola per vincere le prossime elezioni, ma sembra quasi si stia applicando per perderle. Prevalgono i personalismi e i tanti nodi tematici ancora irrisolti. Dal riarmo al fisco, dal reddito di cittadinanza al nucleare. Sullo sfondo, l’incognita Salis

(Felice Florio – lespresso.it) – Il centrosinistra può vincere le prossime elezioni e la prima metà di agosto ha mostrato con quanta perizia stia lavorando per non farlo. Il destino personale di Elly Schlein e Giuseppe Conte sembra prevalere rispetto alla costruzione di una maggioranza opposta al governo che, il 4 settembre, diventerà il più longevo della storia repubblicana. L’unica alternativa degli ultimi mesi è nata a destra, ancora più a destra: l’incubo di Giorgia Meloni, Roberto Vannacci. Ma è un’allucinazione da caldo affidarsi all’estremo rivale, che a L’Espresso non ha escluso, a determinate condizioni, di potersi alleare con l’attuale coalizione di stanza a Palazzo Chigi, scongiurandone lo sfratto. Intanto dei gazebo, di quel moto di popolo che dovrebbe accompagnare le opposizioni a individuare un leader, non si vede l’ombra. 

Le primarie vengono evocate senza regole condivise. Soprattutto, scarseggia la fiducia e con essa l’impegno vincolante a sostenere il vincitore. La consultazione del proprio elettorato, così, rischia di trasformarsi in un congresso permanente del centrosinistra, con il nome indicato per la guida logorato dal giorno successivo. E gli sconfitti impegnati a recuperare nell’eventuale governo ciò che hanno perso nei gazebo. Ad Asiago, Conte ha bucato la pasta molle dell’alleanza con il tema più divisivo. Il Movimento 5 stelle non voterà il prossimo pacchetto di sostegno militare all’Ucraina. Poi, l’inversione dell’ordine degli addendi che ha surriscaldato gli animi: la proposta sulla politica estera sarà stabilita dalle primarie. Ovvero gli elettori, preferendo un leader a un altro, esprimeranno già la propria posizione. Il programma seguirà. Condizione inaccettabile per un Partito democratico balcanizzato al suo interno dalle divergenti visioni geopolitiche. 

Schlein non può accettare che una linea si decida per acclamazione mentre il suo gruppo è diviso e la formula testardamente unitaria a cui si è inchiodata le lascia poco spazio di manovra. «Non funziona così. Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito», ha replicato la segretaria del Nazareno. Una risposta procedurale a una sfida politica, esistenziale per non sfilacciare le maglie larghe del campo nella fase di tessitura. Che nella sua trama vede diversi nodi ancora da sciogliere. Il primo è il Safe, il prestito europeo per il riarmo: la risoluzione unitaria in Parlamento lo ometteva, i riformisti dem avevano già annunciato che non l’avrebbero votata. Il secondo è il fisco, dove la geografia si capovolge: Schlein apre a una tassazione europea dei grandi patrimoni, Conte ripete che la patrimoniale non è all’ordine del giorno, alla ripresa dei lavori Alleanza verdi sinistra proporrà la sua legge sui patrimoni netti oltre i cinque milioni. Poi il reddito di cittadinanza, che il Movimento vuole ripristinare e il Pd ripensare in formule più selettive. La Tav, con le remore di 5 stelle e Avs. Il nucleare di nuova generazione, su cui il Nazareno mostra aperture e Avs la chiusura più netta. E il termovalorizzatore di Roma, voluto da Roberto Gualtieri e avversato per anni dai grillini: una questione capitolina, finché il nome del sindaco non ha cominciato a circolare per le eventuali primarie. 

Conte faticherebbe a spiegare ai propri elettori perché sostenere l’uomo dell’inceneritore. È una piccola selezione di contrapposizioni tematiche. Contemporaneamente, la partita si inasprisce sul terreno dei personalismi. Fonti vicine a Schlein sintetizzano così l’aspettativa del suo staff: «Da tre anni lavoriamo per costruire l’alternativa, sarebbe naturale che il Pd, anche perché primo partito della coalizione, esprimesse la leadership». Conte, dall’altro lato, crede fortemente in un suo ritorno a Palazzo Chigi. E allora i dirigenti del Pd, alcuni dei quali hanno sostenuto l’ascesa dell’attuale segretaria, starebbero lavorando per farla desistere. Poi, sono al lavoro i pontieri: tra i più attivi risulterebbero Dario Franceschini, Andrea Orlando e Goffredo Bettini, liaison privilegiata tra il Nazareno e Conte. Qualcuno avrebbe provato a convincere Schlein, senza successo, dell’opportunità di anticipare Conte, facendo per prima un passo indietro. La tesi è che la giovane età le permetterebbe di riprovarci in futuro.

Tuttavia, con l’accelerazione agostana impressa da Conte, gli stessi dirigenti che imbastivano nell’ombra hanno dovuto difendere alla luce del sole i gazebo. Le primarie non sono rinviabili, dicono, perché un elettorato composito come quello del centrosinistra non riconoscerebbe, se non tramite un’investitura elettorale, la leadership di un altro partito. Continua a circolare, nonostante le smentite dell’interessata, l’ipotesi di Silvia Salis. È l’identikit su cui Matteo Renzi insiste da tempo per il candidato ai gazebo. Nel Pd in tanti la considerano la federatrice migliore per il Campo largo. Negli scorsi mesi, però, un cortocircuito ha scosso la strada verso Roma della sindaca genovese. Lo schema del Nazareno vedeva Schlein candidata alla presidenza del Consiglio e Salis aggregatrice del centro, con Italia viva, Alessandro Onorato, Ernesto Maria Ruffini e persino Carlo Calenda raccolti sotto di lei. Sarebbe saltato perché la sindaca non ha intenzione di rappresentare un’unica area. Ufficialmente, ribadisce di pensare alla sua città e alle primarie si è sempre detta contraria. 

Le due cose stanno insieme solo se la sua ipotesi non è una corsa, ma una nomina per acclamazione, che può arrivare quando gli altri papabili si saranno logorati a vicenda. Il libro atteso in ottobre, pubblicato da Feltrinelli con il titolo «È già domani», e il tour che seguirà alimentano il sospetto che Salis punti direttamente a Palazzo Chigi. Sono guardinghi, gli schleiniani, sulle mosse di Salis, che secondo alcuni sondaggi sarebbe la più competitiva contro Meloni. Sull’altro versante, però, nemmeno i contiani si sentono tranquilli. Fino a poche settimane fa la disponibilità di Conte alle primarie conviveva con la paura di perderle. Una fonte pentastellata lascia intravedere la preoccupazione: «Come costruiamo, da zero, i comitati per Conte in tutta Italia?». Allora, invocare i gazebo ad agosto potrebbe rispondere all’esigenza di ancorare le primarie nella rada tematica, più che avvilupparle su una lotta di leadership. 

Perché se il quesito è chi guida, vince la macchina territoriale del Pd, capillare come nessun’altra. Invece, se il quesito è armi sì o armi no, vince il posizionamento, e Conte ha il lusso di poter sciorinare posizionamenti più forti. Ma nei 5 stelle fedeli al presidente si consolida anche un’altra giustificazione per assumersi la guida del Campo largo: Alessandro Di Battista. Una coalizione a guida pentastellata conterrebbe il suo exploit, se invece fosse il Pd a esprimere il candidato a Palazzo Chigi potrebbe generarsi una fuga verso l’eventuale soggetto politico che nascerebbe a sinistra. Mentre i due partiti maggiori si studiano, l’elenco dei candidabili si allunga. Recentemente, è comparsa la suggestione Gualtieri, sostenuto dalla macchina di Claudio Mancini e dall’associazione delle autonomie locali che il sindaco presiede. Al centro, invece, un primo verdetto è già arrivato da fuori. La contromossa attribuita al Nazareno era di allargare il tavolo fino a Calenda, anche con lo scopo di diluire il progetto di Onorato in una platea abbastanza affollata da togliergli centralità. Il leader di Azione ha risposto prima ancora che l’invito partisse: andrà al voto da solo. Il Campo largo, sostiene, è un’accozzaglia senza possibilità di governare. 

L’unico interlocutore con cui Calenda potrebbe rivedere la decisione è Paolo Gentiloni. Pure Avs ha rotto gli indugi. Dopo Angelo Bonelli, che ha chiesto ai due maggiori di finirla con il dualismo perché «non siamo più disponibili ad attendere», Nicola Fratoianni si è spinto oltre: il candidato premier «può essere anche uno dei nostri», anzi «il profilo ideale per guidare il Paese lo abbiamo noi». Con un partito che ha quasi raddoppiato il 3,6 per cento del 2022, non è una boutade estiva. Impressiona la disinvoltura con cui si discute già del dopo. Nel gruppo dirigente dem c’è chi è convinto che il prossimo governo cadrà loro in braccio per gravità. E le caselle vengono assegnate in anticipo: la vicepresidenza del Consiglio a chi desiste, il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio a chi avrà lavorato bene. Circola perfino una previsione: reggiamo un anno di governo con i 5 stelle, poi arriva Vannacci. È un’altra di quelle allucinazioni da afa estiva, capovolta e messa a bilancio. Il tempo, però, sta finendo. Al Senato, entro il primo settembre, vanno depositati gli emendamenti per la legge elettorale che obbligherebbe a indicare il candidato premier. Il 6 settembre Schlein e Conte saranno sullo stesso palco a Cernobbio, in quello che i loro collaboratori definiscono già un derby. E il 19 e il 20, a Milano, gli esponenti del Movimento discuteranno del programma che i vertici porteranno al tavolo della coalizione: da quel momento Conte non tratterà più a titolo personale, ma con un mandato. Chiunque voglia incidere sulla piattaforma deve muoversi prima di quella data. Cinque settimane per sciogliere i nodi. Trascorse le quali il centrosinistra si troverà a questionare dei ruoli di un governo che non avrà ancora capito come conquistare.