
(di Marcello Veneziani) – Come vedi l’Italia? Mi ha chiesto a bruciapelo un passante che si è definito assiduo lettore de la Verità. La prima risposta che mi è venuta in testa è stata: “in menopausa”. E ripensandoci dopo, a ragion veduta, mi sono accorto che è la risposta sintetica che mi convince di più. A dir la verità, quando l’ho detta, ho solo messo insieme due parole che mi venivano sulla lingua per indicare lo stato presente del nostro Paese: quel meno che allude a meno figli, meno giovani, meno cultura, meno imprese, meno made in Italy, meno sovranità, meno tante cose; è un paese che da anni, forse da decenni, vive col segno meno ed è meno, fa meno, vive meno rispetto a ieri. Un’Italia meno meno. Ma anche la parola pausa mi pareva assai indicativa e veritiera: indica un paese in pausa, come sospeso, inerte, un po’ spento, senza grandi passioni e senza slanci, piuttosto silente e dormiente, per giunta assediato dal caldo. Ecco da dove proveniva nella mia testa l’espressione composta, meno-pausa.
Ma, poi, a ben vedere, l’espressione completa e precisa, cioè rispondente a una condizione femminile reale, la menopausa, fotografa bene, nella pienezza dell’espressione e dei suoi significati annessi, la condizione presente dell’Italia. Un paese in menopausa vuol dire innanzitutto un paese che non è più fertile, che lascia alle sue spalle nascite, aborti e gravidanze, che è alla prese col suo corpo e le sue trasmutazioni, avendo perso ogni velleità di mettere al mondo novità. E come accade in menopausa è un paese che ha spesso vampate di calore e di sudore; si accalora improvvisamente e non solo per ragioni di temperatura esterna, ma perché s’infiamma su alcuni temi che poi presto dimentica. Alla menopausa sono caratteristici pure gli sbalzi d’umore, è l’Italia alle volte sembra un paese bipolare ma in senso neurologico più che politico. Tipico della menopausa è la facile irritabilità, gli scatti di nervosismo e gli abissi improvvisi di tristezza che si aprono a ogni pausa o giro di boa. In fondo è il tratto caratteriale del popolo italiano in questa fase, la facilità con cui cambia umore, la diffusa tendenza a deprimersi, l’incapacità di sopportare e di contenere il proprio disappunto, anzi il proprio sconforto.
Ma un gemellaggio inquietante tra la menopausa propriamente detta e l’Italia presente è il calo della libido: il paese patisce un calo palese di desideri, a partire dai desideri sessuali. Desidera sempre meno, è sempre più svogliato, e privo di stimoli e di aspettative. Credo che sia davvero una nemesi per un paese che aveva fama di essere abitato da latin lover, da coppie in amore, maschi molto galli e femmine in calore. Invece il sesso è sempre meno praticato e desiderato, e non solo per via di quel muro che si è costruito tra i generi e contro ogni corteggiamento sospetto. O anche a causa dell’invecchiamento progressivo della popolazione che rende più sporadici e problematici gli impulsi erotici di gioventù. C’è come un’apatia sessuale, un’anemia erotica, un disinteresse sempre più crescente per gli amplessi, i rapporti fisici, gli accoppiamenti. Dopo la rivoluzione sessuale tra gli anni sessanta e settanta, col permissivismo e la liberazione del sesso dai tabù, siamo ora – in questa stagione di menopausa nazionale – alla ritirata dal sesso, alla solitudine e alla refrattarietà all’assiduità sessuale, un tempo vanto del maschio latino. Il sesso era più desiderato quando era represso, deplorato, proibito. Ora c’è una crisi di rigetto, c’è overdose di pansessualismo, e c’è una sorta di castità di ritorno, non per motivi morali e religiosi, ma igienici e vitali. Siamo un paese con una vitalità in calo, anche rispetto alla “disperata vitalità” dei migranti. Menopausa da benessere e da eccesso e facilità di accesso. Il paese non ha più libido patriottiche o rivoluzionarie, passioni civili, gli restano solo quelle incivili. Con la menopausa, l’Italia d’oggi ha in comune anche la percezione di affaticamento e la scarsa energia fisica, quel senso di stanchezza che sembra prevalere in un paese vecchio e disilluso, che ne ha viste passare tante e a smesso di aver fiducia nell’avvenire, che vede solo come un’eterna ripetizione: si ripete lo stesso copione anche se cambiano i soggetti che lo interpretano. Restano solo la rabbia e la paura, non la voglia di riprendere il cammino, di ricominciare, di tornare a sperare. Il paese è poi all’ingrasso, un po’ cappone, proiettato solo su cene, banchetti e magnate, l’unica socialità praticata in massa; analogamente con la menopausa si altera anche il metabolismo, si creano gonfiori addominali e si scopre la tendenza a ingrassare. Il paese è un po’ sformato, anche se insegue con le diete, le iniezioni e la palestra il miraggio di rimettersi in forma e perdere peso. a menopausa nazionale si presenta pure con l’insonnia e l’irritabilità intestinale; a giudicare dalla pubblicità in tv ne siamo affetti in modo massiccio.
Insomma, troppe coincidenze e troppi sintomi conducono ad affermare che quella risposta data quasi d’istinto, aveva una segreta saggezza e si fondava su attendibili considerazioni. Non forzate il mio pensiero attribuendo una matrice politica alla menopausa; non sto caricando sulla destra di governo la responsabilità di aver tradito il “menarca costituzionale” e di aver condotto il paese in menopausa. Tantomeno alludevo all’età della premier, che coincide con la menopausa; mi guardo bene dal giudicare la condizione del paese con la condizione biologica di chi lo guida. Penso invece di poter dire che l’intercambiabilità tra destra e sinistra su questo punto come su altri punti qualificanti (politica estera, unione europea, politica economica, in una parola draghismo) ci portano a dire che sarebbe la stessa cosa se al governo ci fosse la sinistra o la Schlein e i suoi alleati. La menopausa è trasversale.
Il discorso non è politico ma antropologico, o quantomeno c’è un fondo biologico, psicologico e umano a quella definizione prepolitica o metapolitica di menopausa. E per essere ancora più veritieri, dobbiamo aggiungere che la menopausa può estendersi all’Unione Europea, e per certi versi all’occidente, insomma alla nostra civiltà. Ma l’Italia è senza dubbio la punta avanzata di quella condizione; che non è una malattia, intendiamoci, ma è uno stato psicofisico, prima che uno stato democratico. Al tempo del boom economico e demografico vivemmo l’esuberanza dello sviluppo, una società adolescente che si affacciava alla vita; ora siamo allo sboom e al declino demografico e viviamo l’età della menopausa. E i maschi? Stanno ancora più avanti delle donne in menopausa, fanno la fila alla Pensione Italia.
Che dire Veneziani?
Non fa una piega vero, purtroppo mancano anche e soprattutto agli intellettuali come te (dai quali ci si aspetterebbe una luce in più) delle idee da offrire per uscirne.
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