La protesta: “Non cambieranno bollette e dipendenza all’estero”. Il portavoce nazionale Francesco Masi: “Anche azzerando in un solo anno tutte le riserve certe, si coprirebbe meno di un decimo del fabbisogno petrolifero e circa un ventesimo di quello di gas”

Meloni, il decreto sul petrolio e le promesse che non si potranno mantenere. La protesta: “Non cambieranno bollette e dipendenza all’estero”

(di Luisiana Gaita – ilfattoquotidiano.it) – Nel sottosuolo italiano c’è una quantità limitata di gas e petrolio, come confermato da decenni di studi geologici e dati ufficiali che sono proprio del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. E gli idrocarburi estratti non sono dello Stato o degli italiani, ma dei concessionari, che li vendono al prezzo di mercato internazionale, come qualsiasi altra merce. Eppure, annunciando il decreto con “disposizioni urgenti in materia di prezzi petroliferi connessi al protrarsi della nuova crisi dei mercati internazionali e di infrastrutture e attività energetiche strategiche”, Giorgia Meloni ha promesso anche questo. Sottolineando che “aumentare la produzione nazionale” di petrolio e gas, per la premier significa “ridurre la dipendenza dall’estero, pagare meno, garantire costi più bassi a famiglie e imprese, difendere la sicurezza energetica della nazione, oltre ovviamente a generare maggiori royalty e benefici economici e occupazionali per i territori”. Una narrazione che il Coordinamento nazionale No Triv smantella punto per punto. “In un video diffuso ieri la presidente del Consiglio ha elencato cinque vantaggi derivanti da un più intenso sfruttamento dei giacimenti nazionali che dovrebbe scaturire dalla norma approvata. I fatti dicono altro” spiega il portavoce nazionale dei No Triv, Francesco Masi.

Cosa cambia dopo l’approvazione del testo

E definisce “decreto fuffa” il decreto-legge approvato dal consiglio dei ministri e che introduce un meccanismo di potere sostitutivo per superare l’inerzia delle Regioni nei procedimenti autorizzativi su prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi. Se la Regione non si esprime entro 45 giorni, il presidente del consiglio assegna un termine massimo di 60 giorni (ridotto a 30 in alcuni casi). Decorso inutilmente tale termine, il Consiglio dei ministri nomina un commissario ad acta per provvedere in sostituzione, previa interlocuzione con la Regione. Il commissario può essere affiancato da un subcommissario e non riceve compensi. La misura introduce una forte compressione dell’autonomia regionale, giustificata dall’interesse strategico nazionale. “Le lobby del petrolio hanno conquistato Palazzo Chigi e sequestrato la premier” ha commentato Nicola Fratoianni di Avs. “La scelta di Meloni è un atto d’irresponsabilità che serve a far fare più profitti alle società energetiche e a rendere più povere le famiglie” ha dichiarato Angelo Bonelli, deputato Avs e co-portavoce di Europa Verde. Ma Giorgia Meloni non molla e, a margine dell’inaugurazione del festival del riso a Vercelli, ribadisce: “C’è sicuramente una opposizione che ci dice no su qualsiasi cosa, che annuncia le barricate su qualsiasi cosa, ma io penso che noi dobbiamo occuparci di mettere in sicurezza questa nazione sul piano energetico”. E ancora: “Quello che stiamo cercando di fare è difendere l’autonomia di questa nazione”.

Anche trivellando, l’Italia resterà dipendente dall’estero

Nel suo discorso, Giorgia Meloni, ha dichiarato: “Non ha molto senso comprare all’estero questa energia quando possiamo produrla anche qui in Italia”. Solo che, secondo i No Triv, non ha molto senso neppure mettersi a sfruttare le poche risorse italiane, che certamente non basterebbero a ridurre la dipendenza dall’estero. “Anche azzerando in un solo anno tutte le riserve certe di gas e petrolio, si coprirebbe meno di un decimo del fabbisogno petrolifero e circa un ventesimo di quello di gas” spiega Masi. La produzione interna copre appena il 9% del petrolio e meno del 5% del gas. “Lo sfruttamento integrale delle riserve è un palliativo, non una soluzione: sposta di poco l’ago della bilancia senza scalfire la dipendenza strutturale” aggiunge il portavoce. E c’è un altro aspetto, di cui nel video la premier non parla. Gli idrocarburi estratti, che si tratti di petrolio o gas, non sono dello Stato. “Petrolio e gas appartengono ai concessionari, che li vendono sul mercato secondo logiche commerciali, non secondo priorità nazionali. E il regime concessorio non prevede partecipazione pubblica” aggiunge Masi.

Pagare meno e garantire costi più bassi a famiglie e imprese?

Da qui il secondo punto. Non esiste alcun nesso causale tra produzione interna e bollette. “Il prezzo del gas e dell’elettricità si forma sul mercato internazionale e all’ingrosso, non dalla quota estratta in Italia. Sul meccanismo di formazione dei prezzi il Governo si guarda bene dall’intervenire” commenta il portavoce nazionale dei No Triv, sottolineando che “i concessionari non hanno alcun obbligo di destinare la produzione di gas e petrolio al mercato interno a prezzi calmierati”. Cosa è accaduto quando, in passato, il governo ha tentato di farlo per le imprese energivore? “L’obiettivo non è stato raggiunto”. Un altro vantaggio elencato da Meloni è stato quello della sicurezza energetica della nazione. Ma resta il fatto che la produzione non è dello Stato. Ergo: “Le concessioni sono in mano a compagnie private come Eni, TotalEnergies e altre, che operano secondo logiche commerciali. Non esiste obbligo di stoccaggio strategico – spiega Francesco Masi – né di destinazione prioritaria al mercato interno. La vera sicurezza energetica richiederebbe diversificazione delle fonti, sviluppo delle rinnovabili e riduzione della domanda di fossili”.

Le royalties non bastano

Giorgia Meloni sostiene che il decreto porterà a “generare maggiori royalties e benefici economici e occupazionali per i territori”. Parlano i fatti e l’esperienza che, a riguardo, ha fatto l’Italia. E un esempio è quello della Basilicata, regione che produce il 91% del petrolio estratto in Italia. “Eppure, dopo decenni di estrazione, la regione non ha conosciuto benefici economici o occupazionali. Nel 2025 – ricorda Masi – Eni ha versato royalties per 64 milioni di euro. Dal 1996 al 2025 il totale è di 2,45 miliardi, ma si tratta di una cifra modesta rispetto ai costi ambientali e sanitari”. I dati epidemiologici documentano eccessi di mortalità e ricoveri per patologie respiratorie e oncologiche nei comuni interessati. “La produzione nazionale è in calo (410mila tonnellate di greggio in meno nel 2025 rispetto al 2024) e le prospettive occupazionali sono incerte. Il settore è storicamente in declino e lascia dietro di sé passività ambientali e sanitarie” aggiunge il portavoce dei No Triv.

Il caso della Basilicata

Eppure, in queste ore, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin cita proprio la Basilicata. “Abbiamo già una serie di giacimenti in alcune realtà, ad esempio Gorgoglione. Ci sono una serie di prospezioni per verificare se ci sono le condizioni. È chiaro – ha detto – che queste impiegano tempo per capire se il giacimento è sufficiente per la quantità economica. Pertanto comincia un discorso che nel giro di qualche mese può dare già qualche estrazione là dove le prospezioni sono già state fatte. Per altri andremo a risultati fra qualche anno, non c’è dubbio”. E dalla Basilicata, è intervenuto anche il capogruppo del Pd nel Consiglio regionale, Piero Lacorazza, che chiede “rispetto per il popolo lucano”. “Sia chiaro sin da subito: non potremo consentire scippi – ha detto – come è stato fatto sulla risorsa idrica”. E ricorda che l’energia è materia concorrente nella Costituzione italiana. “Saranno nominati commissari per accorciare i tempi delle procedure? Capiremo dal testo. Dentro questo contesto – spiega – negli anni si è detto, con tanto di voti ‘non un barile in più rispetto a quelli autorizzati’ e ‘non c’è altro suolo o territorio da occupare rispetto alle concessioni date”.