(di Michele Serra – repubblica.it) – Non mi ricordo più se sono favorevole al maggioritario o al proporzionale, e a pensarci bene, a furia di parlarne, ormai avrei difficoltà anche a definire con qualche precisione i due sistemi. Una specie di sfinimento rassegnato ha avuto la meglio, lungo gli anni, sul mio già moderato interesse per la questione “sistema elettorale”.

Credo, del resto, che nemmeno il politologo più secchione sarebbe in grado di fare un riepilogo delle varie leggi elettorali italiane, quelle andate in porto e quelle bocciate, quelle emendate e quelle ritoccate, in un guazzabuglio infinito che ha un solo merito evidente: quello di chiarire, una volta per sempre, che la mancanza di senso dello Stato non è solo un problema dei cittadini. È anche un vizio di molti politici, che dei cittadini sono, per altro, i degni rappresentanti. Dico questo perché se c’è una legge che, per natura, avrebbe l’insolito potere di mettere d’accordo tutti, perché non riguarda interessi di classe, o aspetti ideologici, o singoli partiti, questa è proprio la legge elettorale. Serve a tutti e vale per tutti allo stesso modo. È una legge funzionale. Tecnica. Non di indirizzo politico. Super partes.

Perché dunque su quella legge ci si accapiglia da decenni? Perché in troppi (quasi tutti) cercano di modellarla a seconda del momento immediato e a seconda della propria convenienza. Per fregare l’avversario. L’interesse pubblico, l’interesse collettivo, valgono zero. Non fosse così, di legge elettorale non si parlerebbe più da un bel pezzo. Andrebbe bene quella che c’è, perché disegnata nell’interesse della democrazia, non dei singoli partiti. Questa qui di Meloni non solo non fa eccezione: ma aggrava la penosa sensazione appena descritta.