L’establishment tedesco è sconvolto, le classi dirigenti dell’Unione tremano: se rompe gli argini lì, l’onda nera può tracimare ovunque

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – “Le lacrime di Angela” sarebbe un bel titolo per un romanzo. E invece il cuore della Merkel che sanguina dopo il trionfo dell’Afd in Sassonia-Anhalt non è letteratura, ma un frammento di Storia che certifica il kaos. L’anno zero della Germania, l’eclissi dell’Europa, la crisi delle democrazie liberali. Per una statista come lei — venuta dall’Est, cresciuta nella Cdu di Kohl e nutrita dal mito di Adenauer, di cui ha sempre custodito in ufficio il ritratto dipinto da Kokoschka — vedere il suo popolo sedotto dal canto delle sirene di un partito neo-nazista è uno shock esistenziale, prima che un trauma politico. L’establishment tedesco è sconvolto, le classi dirigenti dell’Unione tremano: se rompe gli argini lì, l’onda nera può tracimare ovunque. Ma l’inquietudine delle élite è direttamente proporzionale alla loro inettitudine. Non possono dire che non l’hanno vista arrivare: quell’onda sale da un pezzo, ingrossata dalle correnti del disagio e del rancore, della paura e dell’insicurezza. Hanno creduto di surfarla con la tavola usurata delle normative e delle direttive, dei regolamenti e dei consigli europei. E sono caduti.
Siamo grati a Emma Bonino, che all’Europa federale e solidale ha sacrificato la vita e per il più mancino dei tiri ci lascia proprio nei giorni più bui dell’Occidente. E siamo grati a Mario Monti, che a Cernobbio ha messo in riga il generale e ora invita chi teme il ritorno delle dittature e delle persecuzioni razziali a battersi per sventare gli orrori del Novecento. Ma prima chiede una profonda autocritica al “campo europeista”. Compresa la Merkel, che nel disastro dei debiti sovrani rifiutò qualunque ipotesi di mutualizzazione. Nessuno è senza peccato, di fronte alla crescita impetuosa della malapianta ultra-nazionalista di questi decenni, annaffiata da Trump e da Putin. Con la caduta del Muro di Berlino le liberal-democrazie, volando sulle ali del capitalismo, hanno vinto la guerra incruenta contro il comunismo sovietico, ma da quel momento si sono inchinate al dio mercato, supremo regolatore dei conflitti e dei destini dell’umanità. Conservatori e progressisti hanno cullato un sogno irenico: la globalizzazione e la liberalizzazione dei capitali, dei beni, degli uomini. Hanno aperto alla Cina il Wto, costruito la Terza via barattando il Welfare col Workfare, hanno reso la finanza padrona e il lavoro fungibile. Hanno importato manodopera a basso costo dal Sud del pianeta, dismesso fabbriche e delocalizzato produzioni, convinti che dove passano le merci non passano gli eserciti. Ma mentre vendevano al mondo il soft power e la favola occidentalista, Al Qaeda ha covato le uova del serpente: due aerei hanno abbattuto le torri del World Trade Center, scintillante allegoria del nostro strapotere geostrategico ed economico, sterminando 3 mila innocenti di cui ieri abbiamo celebrato il ricordo. Due sporche guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq hanno aggiunto morte alla morte, facendo schiudere altre uova anni dopo, tra i tagliagole dell’Isis e i terroristi di Hamas.
In mezzo a tutto questo, il “campo europeista” ha compiuto il colpo d’ala della moneta unica, il vero momento-Monnet insieme al Next Gen Eu post-Covid. Allora una sola voce si è alzata, quella di Ciampi, per dire attenti, l’euro da solo non basta, la gente non campa coi parametri di Maastricht, la costruzione nasce zoppa se non si mette in comune anche il resto, debito e fisco, energia e difesa. Non l’hanno ascoltato. E durante il crack Lehman e poi della Grecia l’unica risposta è stata l’austerità: tasse e tagli alla spesa sociale. Il rentier si è arricchito, il ceto medio si è proletarizzato tra stangate fiscali, deflazioni salariali, tracolli industriali. I cittadini si sono sentiti traditi dai governi che “salvano solo le banche” e dalla Ue che “impone solo sacrifici”. Così, impauriti e impoveriti, hanno trovato i loro capri espiatori: l’immigrato che viene a rubargli casa e lavoro, Bruxelles che invece di tutelarli li affama.
In questo brodo di coltura hanno sguazzato le destre estremiste, curando col veleno un malessere reale. Mentre interi blocchi sociali emarginati e orfani dei partiti di massa costruiscono castelli di rabbia, l’Internazionale Sovranista gli smercia “protezione” dallo straniero, “nazione” come entità naturale di sangue e di suolo, “tradizione” come recupero della triade identitaria dio-patria-famiglia. È successo due anni fa in America, al forgotten man bianco del Midwest che ha creduto di nuovo nel tycoon di Mar-a-Lago, ora pronto a ricomprarselo per 5 mila dollari. È successo sei giorni fa in Germania, dove crollo dell’auto, stipendi bassi e invecchiamento della popolazione sono diventati terra di conquista per una forza politica che traveste Hitler da Bismarck, vuole remigrare 20 milioni di stranieri e classi ghetto per i disabili, grida basta sensi di colpa per l’Olocausto. Merz da neo-cancelliere aveva giurato “prosciugherò i consensi dell’Afd”: ne ha solo scimmiottato la foga sciovinista e xenofoba, come del resto hanno fatto altri governi. Usi a liquidare tutte le istanze popolari come populismi. E ora disposti, per non perdere voti, a cedere metri di territorio politico, valoriale e culturale a capi-fazione abilissimi a spacciare l’odio per “interesse nazionale”. L’ultimo è il nazional-futurista Vannacci, che strattona il tailleur di Meloni, urlando come Giorgia prima di Palazzo Chigi.
Adesso è più difficile rievocare lo spirito di Monaco e invocare il Brandmauer, “cordone sanitario” che in passato ha permesso di bandire le formazioni che non si riconoscono nella Costituzione. Bisognava muoversi prima. Oggi le famiglie popolari e socialiste sembrano incapaci di offrire alle opinioni pubbliche proposte alternative alle proteste. Irrinunciabile il sostegno all’Ucraina, ma non si vive di soli cannoni se non c’è anche il burro. E come sostiene Yves Mény, bandire un partito non elimina le ragioni che hanno portato milioni di persone a votarlo. Il 9 novembre di due anni fa il presidente della Repubblica Federale, Frank-Walter Steinmeier, tenne un discorso memorabile. Lo riassumo. “Mai come oggi la nostra democrazia è sotto attacco”, disse. “Populisti ed estremisti deridono le istituzioni democratiche, avvelenano i nostri dibattiti, traggono profitto dalla paura… Dobbiamo agire, la Legge fondamentale ci dà strumenti per proteggere la nostra libertà… Lo stato di diritto non deve cedere… le autorità locali, la polizia, le forze armate, gli insegnanti nelle scuole e i professori universitari, tutti devono difendere i nostri valori, giorno dopo giorno…”. Ammonì i partiti centristi: “La lezione di Weimar insegna: non può esserci alcuna cooperazione politica con gli estremisti, né al governo né in Parlamento…”. Chiuse con un appello: “L’estrema destra ci attira col dolce veleno della rabbia e del nazionalismo, con la promessa di una leadership autoritaria… Ma sono solo menzogne… Noi invece abbiamo così tanto da offrire in risposta: abbiamo il diritto, la libertà, l’umanità, la cultura… Non rinunciamo mai a ciò che ci definisce… Ciò di cui ora abbiamo bisogno sono democratici attivi, che parlino in Parlamento, alla partita di calcio, al pub, a scuola, alla fermata dell’autobus, al lavoro… È tutto nelle nostre mani: non perdete la speranza, non perdete la pazienza con la democrazia…”. Non hanno ascoltato neanche lui. Ed ora siamo qui, alle lacrime di Angela. Pure le sue, lacrime di coccodrillo.
Cosa vuoi risolvere dicendo tutto e anche l’ esatto contrario?
Beh, invitare i “colpevoli” a togliersi di mezzo è una mossa azzardata, perché i confini delle categorie destinatarie rischiano di diventare labili; certamente con “classi dirigenti”, detto in generale, si amplia parecchio la platea di coloro che continuano a fornire analisi e soluzioni, ma non verso sé stessi, rivolte agli altri.
Ma la cosa strana, parlando dello specifico, è che allora non vero il racconto del risentimento dei cittadini dell’ ex dominio Urss nei confronti del passato, visto che anche il tema del riavvicinamento con Mosca ha avuto un certo peso in Sassonia Anhalt!
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E invece il main stream giornalistico di cui Giannini è fra i capofila non ha nulla da rimproverarsi naturalmente.
Giusto un accenno assolutorio alla folle guerra ucraina e alla conseguente corsa agli armamenti europea da parte di Giannini e nemmeno un accenno all’ ignavia davanti al genocidio manifesto di Gaza
Queste, assieme alla rottura con la Russia sono fra le cause principali della riprovazione crescente verso le classi dirigenti europee .
Ma guai a dirlo…
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