(di Michele Serra – – repubblica.it) – Il senatore leghista Massimo Garavaglia considera con un certo sollievo l’esodo di mezzo partito in Futuro Nazionale. “Così almeno i fascisti non siamo più noi” è il suo commento, decisamente esplicito e, va aggiunto, anche piuttosto cinico. Se ne deduce — ma già lo sapevamo, con largo anticipo rispetto a Garavaglia — che prima che Vannacci permettesse ai vannacciani del Carroccio di fare outing, la Lega era almeno per una buona metà un partito di fascisti. A partire da Matteo Salvini (segretario dal 2013), che diceva e dice, da sempre, le stesse precise cose di Vannacci anche se in maniera più rozza, essendo il Salvini, come formazione personale, un ultras di stadio e non un militare.

La Lega, almeno la sua parte più vistosa e chiassosa, è da molti anni il partito dei pistoleros, del riarmo privato, del “butta via la chiave”, della xenofobia militante, del nazionalismo antieuropeista, dell’irrisione sprezzante per l’ambientalismo, dello spregio per le garanzie liberali. Meloni, al confronto del suo braccio destro Salvini, sembra quasi una moderata di destra, specie quando le riesce di non strillare in Parlamento.

Che i leghisti come Garavaglia (e come Zaia, Fedriga, Fontana, Giorgetti) abbiano placidamente convissuto con l’anima nera della Lega non dice bene di loro. Dice, più in generale, che la destra italiana, anche nelle sue componenti meno ferine, ha un gigantesco problema di cultura democratica. E la presentabilità dei Garavaglia e degli Zaia non è un’attenuante: è un aggravante. Non risulta che si siano mai pronunciati, almeno in pubblico, contro il bullismo antidemocratico del loro leader. Hanno avuto tredici anni per accorgersene e altrettanti per manifestare un disagio mai manifestato. Ora, ci si permetta di dirlo, è davvero tardi. Se si ritrovano a bordo di un partito svuotato e agonizzante se la prendano con loro stessi e con la loro pavidità.