
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – L’unico motivo di stupore per il primo tentato suicidio del “caso Garlasco” è che sia arrivato così tardi. Dopo due anni di scempio di ogni regola umana, costituzionale, penale e giornalistica, era strano che tutte le persone lapidate sulla pubblica piazza di social, tv e giornali senza essere indagate (i familiari di Andrea Sempio e financo quelli di Chiara Poggi, che sarebbero le vittime) avessero retto psicologicamente per tanto tempo. […]
Cercano un altro morto
(Di Marco Travaglio) – L’unico motivo di stupore per il primo tentato suicidio del “caso Garlasco” è che sia arrivato così tardi. Dopo due anni di scempio di ogni regola umana, costituzionale, penale e giornalistica, era strano che tutte le persone lapidate sulla pubblica piazza di social, tv e giornali senza essere indagate (i familiari di Andrea Sempio e financo quelli di Chiara Poggi, che sarebbero le vittime) avessero retto psicologicamente per tanto tempo. Ora ha ceduto la mamma di Sempio, già vittima di due malori nelle sue testimonianze ai carabinieri. Da due anni vive con cronisti e cameraman davanti casa e si ritrova il suo nome ovunque associato ad amanti, complicità col figlio, alibi falsi mai provati, parole intercettate e poi taroccate dai media per farle dire l’opposto, fino alla barzelletta dei 20-30mila euro con cui il marito avrebbe corrotto l’ex pm Venditti per far archiviare il figlio nel 2017 (una verità così granitica che Brescia vuole archiviarla). Ma neppure quel gesto disperato placa la muta dei pit-bull assetati di sangue, che raccontando il ricovero riepilogano i capisaldi del linciaggio di questa privata cittadina mai accusata di nulla: una semplice testimone mai indagata per falsa testimonianza.
Ma nel mondo al contrario del Circo Garlasco i testimoni e le parti civili diventano colpevoli; il fratello della vittima viene torchiato dagl’inquirenti in un bugigattolo e bollato come “ostile” perché non dice quel che vogliono loro; e l’assassino conclamato col timbro della Cassazione passa da martire innocente perseguitato, viene invitato dal procuratore nel suo bell’ufficio a conversare del più e del meno sul delitto per cui è stato condannato, manco fosse un consulente della Procura e, siccome – bontà sua – ha “accettato la condanna” (come tutti gli altri 60mila detenuti nelle carceri italiane), deve uscire al più presto, anzi non avrebbe mai dovuto entrare. E ormai il macabro sabba non finirebbe neppure se ci scappasse il morto (un altro). E la colpa non è dei mitomani da tastiera che si credono Sherlock Holmes per aver visto due puntate delle Iene e straparlano di processi senza averne mai visto uno: non sanno quello che fanno. Chi lo sa benissimo sono conduttori, avvocati ed “esperti” perfettamente in grado di distinguere il vero dal falso e soprattutto i personaggi pubblici, tenuti a doveri di trasparenza, dai soggetti privati e quindi infinitamente più fragili, con un diritto assoluto alla riservatezza. Invece questi vigliacchi, che non osano chiamare colpevole uno solo dei tanti potenti pregiudicati per mafia, corruzione o prostituzione e usano i condizionali anche per le condanne definitive, si accaniscono sulla povera gente sapendo che è troppo debole per ottenere giustizia. E incassano ascolti, like, profitti e carriere. Vermi.
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