Dirsi “feccia” è già un programma. La locanda è sempre la stessa. E malgrado tutto ha la fila alla porta

(Enrico Bellavia – lespresso.it) – L’appetito non è in discussione. Con i tempi che corrono, oltretutto, la notiziabilità è concetto che ha dovuto ripensare il proprio menù. Chi osa, sparandola grossa, fatalmente, sfama e guadagna clic. Inevitabile che si traducano in titoli alla velocità della luce. Non ci vuol molto: basta mandare in corto i neuroni e il pranzo è servito. Chi è ai fornelli sa che può con poco. E il seguito innesca reazioni a catena, emulatori. La locanda “A brigante, brigante e mezzo” è sempre aperta. È così che Roberto Vannacci ha costruito l’onda di consenso che lo pone già fuori dalle alchimie dello sbarramento pensato per lui. E sembra dischiudergli orizzonti futuri.

Proprio in quel Parlamento che, al pari di quegli altri, con intenti di segno opposto, vorrebbe aprire «come una scatola di tonno». Se l’onda sarà orda, lo vedremo. Non è una novità, c’è sempre una quota di italiani inevitabilmente attratta da imbonitori. Non si sa quanto le previsioni corrispondano a percentuali autentiche. A fare la differenza non è tanto chi cambia voto, ma chi decide di tornare a scegliere. La caratteristica di questi patron di osterie alla buona è quella di acconciare un pasto con pochi ingredienti. E servire, intanto, se stessi. Il passato, come nostalgia dei tempi andati, è il principale. È quel sentimento di vaga rivalsa su un tempo che, guardando all’ombelico del proprio benessere o del proprio rancore, non si è disposti a dimenticare. Si combina bene, a dispetto del calendario stagionale, con il recente passato: critica feroce e asperrima ai predecessori, necessaria a dare struttura. La rivendicazione di autenticità, in epoca di contraffazioni, conferisce una certa sapidità. 

Così, in questo caso, si è più destra della destra, veritieri, genuini e ruspanti. Il linguaggio ne risente. Peggiora. Ma questo dà gusto. Dona un’impronta indelebile. Dirsi “feccia” è già programma. Eccita l’astio reducista di un’orgogliosa marginalità. Rivendica con fierezza che lì si cucina con gli scarti. Che si apparecchia il quinto quarto della storia. Che non è però l’anima nobile, perché popolare, della tradizione, ma proprio il rifiuto. Talmente marginale da risultare improponibile anche ai meno difficili. E dire che all’osteria populista non ci si è mai risparmiati. Ci è toccato sorbirci le terroniadi leghiste. Insulti, avanzi, turpiloqui in canottiera con un mix di erbette aromatiche al profumo di evasione. E che qualcuno rimpiange. Ora che il movimento, con gli spasmi al duodeno da ulcere incipienti, sembra incapace di rimettere mano all’offerta. E vivacchia raccattando al Sud i cascami di un consenso da ancien régime, depurato dal secessionismo doc. 

Ci si è poi contesi le posate al banco dei grillini della prima ora. Che elencavano i piatti a partire da quelli che non c’erano. Urlatori impareggiabili a rompere la placida quiete di un tête-à-tête. Decisamente meno a loro agio nella bolgia di una mensa. In cui gli strepitii degli affamati in sala sovrastavano quelli dei propinatori del no. Qui, adesso, con questa composita brigata che strizza entrambi gli occhi tanto a CasaPound quanto a parte di quegli orfani dell’inconcludenza dell’uno vale uno, siamo alla terza prova del cuoco. Molto peggio di prima. Ma la bettola del livore e del risentimento è sempre la stessa. Ha solo riverniciato le pareti, scelto tinte più fosche. E però ha di nuovo la fila alla porta.