Per sopire la resistenza giacobina servì Metternich. Oggi c’è Trump. Certe resistenze si spiegano da sole leggendo la storia

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Vinto o no, chiaro che l’Iran ha resistito. Il terrore, o per dirla con i francesi del 1793, la Terreur, ha scompaginato i piani e la combattività di due paesi potenti e all’inizio entrambi determinati a prevalere. L’eliminazione personale di tutta la cricca rivoluzionaria dirigente, a partire dalla sacra figura della Guida suprema, ha scatenato, invece del panico e della divisione e della rassegnazione, la resistenza strategica impersonale, di un’impressionante forza e astuzia naturale, del regime che sembrava sull’orlo dell’abisso. Alle origini dell’Iran teocratico, quando Khomeini tornò e lo Scià fu cacciato, legioni di sapienti della gauche éternelle, a Parigi e in occidente, scommisero sugli effetti di liberazione dei preti sciiti al potere e della loro rivoluzione islamica. Fu una comica a sfondo tragico. Pura ideologia che dura ancora e si riflette nella gioia evidente di chi esce allo scoperto per celebrare la vittoria di Teheran contro il piccolo e il grande Satana. Allora, nel giro di pochi mesi o settimane si vide che una banda solenne di terroristi in talare e turbante si era impadronita di un grande paese mediorientale e procedeva a fare fuori in modo spietato ogni opposizione anche solo potenziale e ogni etica morale egualitaria, fraterna, libertaria, affidando la libertà civile alla polizia morale e la politica estera alla presa di ostaggi in ambasciata. La retorica della liberazione era farsesca, la realtà era quella della forca, ma i Foucault e compagni avevano capito che si trattava di una rivoluzione. E a quel punto bisogna tornare.
Maduro e la sua gang erano eredi di un fenomeno caudillistico banale, travestito, sempre per il bene e la gioia della gauche éternelle, in bolivarismo. I successori, colpiti, trafficano in petrolio. Nasser, che agitò il mito rivoluzionario panarabo, era un golpista. Il successore fece la pace con Israele. Come lui erano golpisti i socialisti del Baath iracheno e gli atroci dominatori alauiti della Siria degli Assad. E questi hanno fatto la brutta fine che si sa, lasciando a Baghdad i filamenti incerti del nation building e di una democrazia esportata e a Damasco un potere in apparenza effimero generato dal cuore combattente e terrorista della coalizione delle opposizioni. I regimi che fanno della forza e della repressione, della provocazione e del finanziamento del terrore ai confini delle democrazie, la loro ragione di vita; i regimi che fanno la guerra e proclamano l’avvento di un mondo nuovo non sono tutti caricature rivoluzionarie fuori tempo. Alcuni tra questi, è il caso dell’Iran, sono vere rivoluzioni, mostruose costruzioni di idee e fatti, spesso legittimate da una lunga storia e da una vasta piattaforma di cultura e di fede, concepite e governate per durare, per infliggere colpi duri ai nemici, per realizzare, come avevano capito Augustin Cochin e François Furet a proposito della vena profonda della Rivoluzione francese, la centralizzazione dello stato, la predominanza delle Forze armate, l’adunata forzosa del consenso nazionale, e non solo. Questi regimi si muovono come metamorfosi di una storia lontana e profonda, i giacobini erano la realizzazione in nome della dittatura costituzionale delle grandi ispirazioni statuali e imperiali dell’Ancien Régime, non è un caso che tutto sia finito nell’epopea sanguinaria e incredibilmente violenta, una violenza strategica di massa, di Napoleone.
Tra il Grande terrore del ’93 e il Congresso di Vienna della Restaurazione, passando per tutto quello che passò e che è riassunto in “Guerra e pace” di Tolstoj, per chi voglia informarsi, corsero 22 anni. L’Iran tiene il mondo abbrancato al giogo degli ostaggi, persone o siti geografici, energia e armamenti, fino alla sfida del nucleare, da quarantasette anni, più del doppio. Al posto del Duca di Wellington e del feldmaresciallo von Blücher, i vincitori di Waterloo e gli agenti militari della controrivoluzione, abbiamo avuto, per un breve istante al fianco dell’élite israeliana spietata e gagliarda, controrivoluzionari come Pete Hegseth e Dan Caine e Donald Trump, e l’inerzia dell’Europa un tempo governata da Metternich. Certe resistenze si spiegano da sole leggendo la storia.