
(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Andrea Purgatori, il noto e bravissimo inviato del Corriere della Sera, autore di tanti indagini scottanti, si era fatto ricoverare al Pio XI e a Villa Margherita, due cliniche private a Roma, per un sospetto tumore al cervello. Una risonanza magnetica aveva diagnosticato delle metastasi cerebrali, in realtà Purgatori soffriva di un’endocardite che, come hanno confermato i processi che i figli hanno intentato ai medici, poteva essere curata con dei normali antibiotici. Di errori in errori nel giro di due anni Purgatori se ne è andato al Creatore. Di anni ne aveva 70. Evidentemente i medici e la risonanza magnetica cui si erano affidati avevano sbagliato qualcosa.
[…] Ciò conferma la mia tesi su quello che chiamo il “terrorismo diagnostico” e cioè che non è bene fare troppi controlli clinici l’anno come è d’uso attualmente, inoltre anche qualora la diagnosi fosse corretta tu te ne porti addosso il peso per il resto della tua vita, per ciò che resta del tuo futuro. Ma, mentre passato e presente sono, in qualche misura accertabili, il futuro, per sua natura, è imperscrutabile.
Esemplare è la vicenda raccontata dal medico francese Ben Said. Un suo paziente, un uomo grassoccio, soffriva di una pressione un po’ alta, ma non se ne curava e, come spesso è indole dei grassi, era allegro e affabile. Purtroppo un giorno legge su Le Monde i rischi cui va incontro una persona con la pressione alta. Ben Said gli dice che non è il caso di farsi troppe preoccupazioni, ma il paziente vuole essere curato a tutti i costi per questa pressione. Il suo carattere cambia radicalmente, si incupisce, poco dopo viene ucciso da un melanoma fulminante. Si chiede Ben Said: “Ho fatto bene a rovinare quelli che erano gli ultimi anni della vita di quest’uomo per un rischio puramente ipotetico?”. […]
I medici, gli ospedali, si sa, sono iatrogeni. Anche se hai qualche sintomo che ti preoccupa è bene evitarli. Un mio amico medico mi diceva che si preoccupava di un sintomo solo se persisteva per più di un mese, un collasso, uno svenimento può capitare alla persona più sana del mondo. Ma se finisci in mano ai medici sei spacciato, è il tema del racconto intitolato Sette piani di Dino Buzzati.
Il mio caro amico, Gianfranco Vené, inviato di punta insieme a Guido Gerosa dell’Europeo ai tempi di Tomaso Giglio, è morto di tumore al cervello. La moglie, preoccupata di fare la stessa fine, benché il tumore a differenza dell’Aids non sia trasmissibile e forse nemmeno ereditario, andò da un’amica medichessa che le prospettò che anche lei correva questo rischio. Le chiesi: “Ma tu come ti sentivi prima di questa diagnosi?”. “Ah, benissimo! Guidavo, viaggiavo, facevo la mia vita”. “E ora?”, le chiesi. “Non oso nemmeno più uscire di casa”, rispose. Ed era molto grata a quell’amica medichessa che le aveva rovinato la vita. Perché i medici, se non ti scoprono un tumore, non sono contenti. E questo mi ricorda il Mago do Nascimento, collaboratore di Wanna Marchi, a lui si rivolgevano soprattutto le donne che chiedevano ovviamente della salute, come si fa coi Tarocchi. Il Mago diceva loro: “Ma non sente un dolore alla spalla?”. “No, per nulla!”. Però il Mago insisteva, finché quelle, le troppo fiduciose donne, sentivano effettivamente un dolore alla spalla e tutti i rischi che ciò comportava. Insomma lo ringraziavano per avergli rovinato la vita.
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Ma il problema vero, come ha sottolineato Crapis in un pezzo sul Fatto, è la scomparsa del “medico di famiglia”. Oggi il medico è un burocrate che non ti visita nemmeno, ma ti manda subito a fare una serie di controlli clinici attraverso le moderne tecnologie. Adesso si fanno anche le diagnosi a distanza. Cioè il medico non ha nessun contatto fisico col malato. Un tempo il “medico di famiglia” non solo ti conosceva personalmente ma, come dice il nome, conosceva la storia della tua famiglia. Ti respirava addosso, anche perché il malato era la sua unica fonte di conoscenza, senza le intermediazioni della tecnica.
Da ragazzo avevo un pediatra che si chiamava Soletti, faceva il pediatra perché era piccolo di statura, non un nano, e coi bambini si trovava meglio. Un giorno ebbi dei terribili dolori al ventre, mia madre telefonò a Soletti che arrivò quasi subito, perché allora il medico di famiglia, a differenza di oggi, veniva anche a casa. Mi chiese che cosa avevo mangiato. Avevo mangiato un numero spropositato di albicocche che avevano sprigionato il gas negli intestini. Così, con quella semplice domanda, e senza nemmeno toccarmi il caso fu risolto.
Soletti era anche molto contrario all’uso dei medicinali, perché sosteneva che è il corpo a trovare da sé un suo naturale equilibrio. Tenni Soletti come medico ben oltre il raggiungimento dell’età adulta. Sul letto di morte mi confessò che i pochissimi medicinali che mi aveva prescritto erano in realtà dei placebo. E qui aggiungo un’osservazione che non è di Soletti, ma mia. C’era un tale che aveva un singhiozzo ogni mezz’ora, una cosa molto fastidiosa. Visse fino a novant’anni. Il singhiozzo finì e lui morì subito dopo.
Io non fumo più da molti anni, tengo solo la sigaretta in bocca che dev’essere una specie di nostalgia del biberon o del capezzolo materno. Non fumo non perché mi faccia male, semplicemente non ne ho più voglia. In questo modo il corpo mi ha avvertito che era l’ora di smettere. Bisogna ascoltare il corpo, non i medici.
Oggi sono completamente d’accordo con Fini . Se si passa la vita a cercare malattie magari si riuscirà a vivere più a lungo (forse!) ma si vivrà una vita di m…
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