Proviamo a mettere i piedi per terra e la questione migratoria in prospettiva. A partire da qualche dato

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Una legge non scritta quindi cogente stabilisce che di tutto in Italia si discute fuorché di ciò che conta. Un codicillo ancora più stringente implica che la discussione non avvenga nel merito, su dati di realtà, ma a partire da verità precostituite. Ideologie che ci spingono a non occuparci del nostro paese e del mondo perché non c’è niente da capire. Niente da fare. Restiamo in attesa dell’apocalissi prossima ventura. Inerti spettatori del già scritto.
Il caso Ceuta ci pare esemplare. Non entriamo nelle sue origini geopolitiche, legate alle tensioni fra Spagna e Marocco e all’offensiva trumpiana contro il governo Sánchez, unico fra gli europei a schierarsi senza se e senza ma contro la guerra israelo-americana all’Iran.

Ci interessa qui la reazione italiana. Meloni considera il dramma di Ceuta minaccia diretta alla nostra sicurezza. Quindi decreta la sospensione degli accordi Schengen con la Spagna, quasi quei migranti stiano per puntare lo Stivale. E trascura il dettaglio “tecnico” per cui Schengen non si applica a Ceuta e Melilla, le due exclave spagnole in terra d’Africa che Rabat rivendica proprie. Buon esempio di come nella stenografia della comunicazione “politica” (qui d’obbligo le virgolette) si butta tutto in caciara.
Nel frattempo, osserviamo che i potenziali invasori rimangono in Africa: un’esigua minoranza a Ceuta, la stragrande maggioranza, respinta, è di nuovo in Marocco. Quanto alle vittime, restano ai margini della caciara perché è normale ve ne siano.
L’evento è classificato dal governo e dalla maggioranza dell’opinione “comunicata” quale sintomo d’invasione aliena del nostro territorio. Se non ci barrichiamo finiremo provincia del futuro impero afro-islamico. Il tutto in nome di presunti valori euro-cattolici (se il Papa ne ha idea diversa vorrà dire che è eretico). Retorica destinata a diffondere la paura dell’identità minacciata. Eppure la storia insegna che la “difesa della razza” prelude al collasso della nazione.
Proviamo a mettere i piedi per terra e la questione migratoria in prospettiva. A partire da qualche dato. Gli italiani sono 58,9 milioni, in declino da oltre un decennio. Secondo la previsione Eurostat, nel 2.100 saranno 44,7 milioni (-24,7%). Se ci arroccassimo nello Stivale per impedire l’afflusso di stranieri — ma come, sparando? — a fine secolo gli italiani sarebbero 26,8 milioni (-54,5%). Incrociamo queste cifre con un altro fattore decisivo, l’età mediana. Attualmente la metà degli italiani ha più di 49 anni. Fra poco la maggioranza di noi avrà varcato la soglia del mezzo secolo. Su questa base demografica e biologica l’Italia si spegne. E anche in fretta. Al meglio, finiamo in emergenza permanente.
In un paese normale questa realtà e i suoi sviluppi sarebbero l’alfa e l’omega del dibattito pubblico. Il fatto che non lo siano certifica la morte cerebrale della nostra politica. Per resuscitarla servirà una rivoluzione culturale. Da dove ricominciare? Dalla realtà, che non è destino ma orizzonte condizionato e condizionante, sul quale possiamo agire. Dobbiamo farlo, se la democrazia ha ancora senso.
Il politico che si crede scaltro obietta: sappiamo quel che bisognerebbe fare, ma se lo facessimo non saremmo rieletti. Su questa linea c’è quasi unanimità, da destra a sinistra. Chiamiamola malattia professionale. Altrimenti non si spiegherebbe perché questa sinistra che denuncia la xenofobia della destra quando al governo non abbia proposto una nuova legge sui flussi migratori. Tale da consentire di entrare in Italia senza rischiare la vita, per vie regolari e secondo quote determinate, a chi voglia e possa. Nel rispetto della Costituzione e del nostro stile di vita (finché è rispettabile).
Possibile che un paese consapevole di sé possa basare la sua politica migratoria sulla Bossi-Fini, risalente al 2002? L’Italia ha bisogno di chiudere le porte o di aprirle in modo civile e regolato? In metafora: se in casa ci manca l’aria ne sigilliamo ogni spiffero col silicone? E lo chiamano patriottismo. Chiusa la triste manipolazione su Ceuta, forse potremmo utilmente aprire una discussione senza preconcetti su come evitare il collasso demo-biologico annunciato. Non c’è Italia senza italiani. Nati o integrati.
Secondo me, i migranti potenziali maghrebini, a vedere le fattezze e il colore della pelle di Vannacci che fanno pensare a un tunisino… diranno subito che è uno di loro. E sarebbero incoraggiati a partire e raggiungere i ns confini. Fatelo tacere, e soprattutto le tivvù non lo inquadrino più!
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L’articolo affronta due temi; il primo l’atteggiamento avuto dal governo italiano in seguito all’episodio di Ceuta, il secondo riguarda, più in generale, la questione migranti.
Sul primo argomento c’è poco da dire; un atteggiamento nei confronti della Spagna dilettantesco se non demenziale, a voler essere buoni; giustificabile (e non giustificato) dalle contingenze politiche: correre dietro a Vannacci per cercare di recuperare qualche voto.
Sul secondo la premessa è da incorniciare, lo sviluppo, a mio avviso, meno.
“In un paese normale questa realtà e i suoi sviluppi sarebbero l’alfa e l’omega del dibattito pubblico.“
La sintesi che fa Caracciolo non è una novità ed è la seguente: l’Italia è in crisi demografica, quindi manca forza lavoro, quindi servono migranti; semplice e lineare in apparenza.
Ti manca l’aria in casa, cosa fai metti il silicone attorno agli stipiti o apri la finestra?
Però se uno apre la finestra si accorge che siamo arrivati alla seconda generazione di migranti; oggi ci sono ragazzi, figli di migranti, nati e cresciuti in Italia, parlano l’italiano, frequentano le scuole italiane, in alcune realtà sono anche la maggioranza rispetto agli italiani da n generazioni.
Direi che è un arco di tempo sufficiente per poter trarre qualche conclusione.
In Italia è da 30 anni che i salari sono fermi, da almeno altrettanto si registra una disoccupazione giovanile, specie al sud, a doppia cifra; siamo in coda tra i paesi OCSE per tasso di occupazione femminile; i nostri talenti emigrano e tu mi parli di migranti si/migranti no?
Quando l’imprenditore agricolo dice che senza migranti (poi non chiarisce se il migrante è assunto regolarmente o meno, ma transeat) i prodotti resterebbero sul campo a marcire dice il vero; ma il consumatore che se li ritrova nel frigorifero con ricarichi talvolta a tripla cifra, dice il falso?
Vogliamo mandare la guardia di finanza e, se serve, anche la magistratura a vedere cosa succede la in mezzo?
E qui Caracciolo si contraddice, perchè individua il problema, ma non lo dice esplicitamente.
“Il politico che si crede scaltro obietta: sappiamo quel che bisognerebbe fare, ma se lo facessimo non saremmo rieletti.“
Questo è il punto: il problema non è il migrante in se , il problema è il migrante visto in un determinato modello economico.
Se tocchi quel modello, se scopri il marcio che c’è non sarai rieletto.
In un paese dove si punta sulla compressione dei salari per guadagnare qualche punto di competitività il migrante è essenziale.
Il migrante compete con l’italiano a bassa qualifica col risultato non di sostituire un povero con un altro, ma di raddoppiarne il numero.
Ed infatti è quello che succede; gli italiani non fanno figli in larga parte perchè non se lo possono permettere e, per le stesse ragioni, non ne fanno neanche i migranti di seconda generazione.
Supponiamo, per assurdo, che domani l’Italia riuscisse a raddoppiare gli investimenti in automazione nei settori più maturi; aumentare la produttività del 20-30%; riportare al lavoro una parte consistente di giovani inattivi e donne; trattenere molti dei laureati che oggi emigrano.
Il fabbisogno di manodopera sarebbe identico a quello di oggi? Probabilmente no.
Sarebbe diverso sia quantitativamente sia qualitativamente.
Prima di concludere che l’immigrazione è la risposta inevitabile, dovremmo chiederci se abbiamo davvero tentato tutto il resto.
Abbiamo eliminato gli ostacoli che frenano la produttività? Abbiamo recuperato il divario occupazionale femminile rispetto al resto d’Europa? Abbiamo creato condizioni tali da trattenere i giovani laureati che emigrano? Abbiamo riformato un sistema produttivo che compete troppo spesso sul costo del lavoro invece che sull’innovazione?
Se la risposta è no, allora l’immigrazione non è la soluzione è un problema che si aggiunge agli altri e da cui anche i Vannacci traggono vantaggio.
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In questo caso condivido totalmente il tuo pensiero, virgole comprese.
E considero estremamente pericolosi i conti tipo da osteria su cali demografici e rimpiazzi necessari, come se si trattasse di semplici addizioni/sottrazioni, senza tenere conto primariamente di cosa si perde già sull ‘esistente, come hai argomentato. Varie generazioni di NON nati, sommate ai giovani formati che scappano all’ estero non hanno sostituzioni adeguate.
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