La sfida dell’ex generale porta allo scoperto la fragilità degli junior partner del governo. La Lega ma anche Forza Italia in declino

Il presidente di Futuro Nazionale Roberto Vannacci durante l’Assemblea Costituente del nuovo partito da lui fondato

(Flavia Perina – lastampa.it) – Fosse solo Vannacci. Il governo scopre all’improvviso la fragilità dei suoi junior partner, e specialmente quella della Lega trafitta (non solo dal punto di vista numerico) dalla nascita di Futuro Nazionale. La giornata di ieri ha rivelato un partito in vera crisi di nervi. Rinviato sine die il consiglio federale che doveva rassettare gli organigrammi e la linea. Silenziata la richiesta di Matteo Salvini al Viminale. E in Parlamento un incomprensibile inchino all’ordine del giorno vannacciano contro i medici «amici dei migranti», con Nicola Molteni che prima chiede la riformulazione («Non accettiamo lezioni sull’immigrazione») e poi soccombe: parere favorevole, chiudiamola lì.

Fosse solo Vannacci. Il problema è che nessuno nel Carroccio ha più la forza di determinare una nuova strada, uno straccio di soluzione, un punto di ripartenza. Non i governatori, che hanno fatto largamente capire di essere indisponibili a puntellare la traballante segreteria di Salvini. Non i suoi ministri, che sembrano guardare lo splash down del partito affacciati alla finestra. Non Salvini, costretto a rinviare ogni scelta al ritiro di Treviglio, prima settimana di luglio. E chissà per quella data dove saranno arrivate le percentuali del Carroccio, chissà dove si sarà arrampicato il generale.

Fosse solo Vannacci. Per i sondaggi più favorevoli due anni fa la Lega era al 9 per cento, un anno fa al 7 per cento, un mese fa al 6 per cento. E Forza Italia racconta una curva discendente meno rapida ma altrettanto disperante: 9,5 per cento alle ultime europee, 7,2 nel sondaggio Swg di due giorni fa che ha fatto saltare sulla sedia molti. Il declino degli alleati è un problema che Giorgia Meloni non aveva previsto. Non così veloce, e soprattutto: mai a vantaggio di forze esterne, perché finora il travaso di consensi era tra un partito e l’altro della coalizione e i voti restavano comunque a casa.

Il timore è che sia la fine di un ciclo. Quello della Lega, il più vecchio partito italiano, passato attraverso ripetute trasformazioni, spesso traumatiche, ma mai al buio come adesso perché c’era comunque una classe dirigente capace di prendere la scopa e spazzare via le esperienze perdenti. Ma anche sul fronte moderato, sulla trincea quotidiana di Forza Italia, comincia a tramontare la certezza che la nostalgia del berlusconismo possa sorreggere le percentuali per altri dieci mesi, fino alla fatidica primavera 2027 che segnerà con tutta probabilità il ritorno alle urne. E anche lì: i tentativi di svecchiare, cambiare profilo, trovare nuove spinte propulsive, risultano troppo timidi per generare un recupero significativo.

Fosse solo Vannacci. La crisi che adesso appendono al suo nome lo precede di molto: fino al giugno 2024, due anni fa, un battito di ciglia, era appena un ufficiale sospeso dal servizio «per aver leso la neutralità/terzietà della forza armata». Ma il declino della Lega era già evidente all’epoca (tant’è che lo hanno arruolato per fare numeri), così come il decrescente appeal di Forza Italia. E tuttavia nessuno sembrava farci caso, un po’ perché tutti stavano facendo altro – il mirabolante Ponte, le riforme costituzionali, le celebrazioni delle vittorie di territorio – un po’ perché pensavano: alla fine gli elettori resteranno nel recinto del centrodestra, dove volete che vadano? Da Giuseppe Conte? Da Elly Schlein? Figuriamoci.

Ora il buio incombe. Se ne va il voto sovranista. Non si allarga il perimetro del voto moderato. E se la linea di Giorgia Meloni è chiara (provare a ridimensionare il generale come utile idiota delle sinistre), se è altrettanto chiara la linea delle sinistre (usare il generale come utile idiota) tutti gli altri, e specialmente quelli a cui leva più voti, si aggirano confusi chiedendosi: e adesso che facciamo?