(di Marcello Veneziani) – Il 2 giugno di ottant’anni fa gli italiani non scelsero la repubblica e non la preferirono, seppur di misura, alla monarchia (brogli elettorali presunti a parte). Gli italiani scelsero di voltare le spalle al passato, alla guerra da cui provenivano, alla distruzione, alla miseria e alla guerra civile che aveva infestato il Paese. E la monarchia, in quel momento, rappresentava la continuità col passato da cui volevano uscire. In fondo i repubblicani convinti erano una corposa minoranza, rappresentata soprattutto dagli azionisti e dai socialcomunisti, e anche dai fascisti che avevano aderito alla Repubblica sociale, anche in spregio al “tradimento” monarchico, e che in parte erano interdetti al voto. Il Paese era ancora blandamente monarchico, e ancor più blandamente sabaudo, monarchia recente e vissuta da molti italiani, cattolici e meridionali in particolare, come una piemontesizzazione forzata e un ripiego rispetto alla monarchia asburgica al nord e borbonica al sud a cui si sentivano più legati. Ai Savoia gli italiani rimproveravano di averli abbandonati nel momento del massimo pericolo. E di avere sostenuto il fascismo finché il regime era forte, aveva largo consenso popolare e aveva permesso al re di diventare imperatore. So le obiezioni dei monarchici in proposito, rispettabili, e so la loro spiegazione della cosiddetta fuga a Brindisi del Re. Una fuga che parve a molti italiani degna della peggior Italia; da un Re si pretende che non rispecchi l’indole del suo popolo ma che lo guidi, anche a costo di rischiare la vita. Apparve a loro, a torto o a ragione, che un padre li avesse abbandonati in balia degli alleati di ieri e di domani.

Così l’Italia si trovò repubblicana ma restò viva quella contraddizione. Che si rispecchiò nei primi due presidenti della Repubblica, Enrico De Nicola e Luigi Einaudi che avevano votato monarchia al referendum. Monarchia votarono anche personaggi opposti come Indro Montanelli ed Eugenio Scalfari, che poi curiosamente avrebbe fondato la Repubblica, il quotidiano della sinistra radical…

In tema di repubblica si insiste da anni sull’apporto decisivo delle donne. In realtà solo una su venti dei rappresentanti era donna, neanche il 5 per cento, nessuna di loro era leader o fu madre costituente con un ruolo pari a quello dei padri, e non abbiamo notizie sul voto determinante delle donne al referendum. Sappiamo però che alle prime elezioni politiche, due anni dopo, le donne furono probabilmente decisive nella vittoria della Dc e soprattutto nella sconfitta del fronte socialcomunista. Si parla di emancipazione femminile ma il primo atto di emancipazione politica delle donne dai mariti fu il voto disgiunto in famiglia: le mogli di molti socialcomunisti votarono nel nome della fede e dei loro preti e confessori per la Dc e scongiurarono la vittoria del fronte popolare. Per essere un voto di emancipazione, quelle donne votarono per la tradizione contro la tentazione di un governo comunista e antifascista, in larga parte filosovietico e irreligioso. Ditelo alle paole cortellesi…

Quale fu il peccato originale con cui nacque la repubblica italiana?

Il dominio della partitocrazia. Ossia, il sistema dei partiti non fu dentro la repubblica, ma il contrario, la repubblica nacque dentro il sistema dei partiti. Ovvero i partiti non si posero nella casa comune della repubblica ma ciascuno coltivò una sua idea di repubblica. Non si ritennero accomunati nello spirito repubblicano ma furono prima democristiani, liberali, azionisti, socialisti, comunisti qualunquisti, monarchici e anche missini, a parte la sparuta minoranza che aderì a un partito detto appunto repubblicano. Quel vizio d’origine pesò sulla repubblica, generò la nascita di un sistema partitocratico senza alternanza in cui da una parte i democristiani e i loro più stretti alleati venivano definiti dai loro nemici come clerico-fascisti, reazionari, conservatori e servi dell’America; e dall’altra i social-comunisti erano considerati per la dittatura del Partito, servi di Stalin e dell’Internazionale comunista, filo-sovietici e anti-cattolici.

D’altra parte, la repubblica in Italia fu disegnata all’interno del comitato di liberazione nazionale, con sei attori che esprimevano sei diverse visioni partitiche e ideologiche; erano alleati solo per abbattere il fascismo. Con la variante che una parte di loro, come i democristiani, una volta debellato il fascismo – per loro soprattutto grazie agli Alleati – l’antifascismo non aveva più ragione d’essere, era un doveroso riconoscimento storico della lotta per la libertà e per la democrazia. Mentre un’altra parte intese l’antifascismo come una scelta permanente, nata con la Resistenza e la Liberazione; la sinistra considerava le forze anticomuniste e filo atlantiche come reazionarie e dunque ancora figlie del fascismo.

Così accadde che dopo la spaccatura tra fascisti e antifascisti, tra monarchici e repubblicani, gli italiani si divisero in due fronti contrapposti. Solo trent’anni dopo lo scenario mutò; quando la Dc e i suoi alleati accettarono l’arco costituzionale, e il nemico principale fu il neofascismo e la destra che ne coglieva l’eredità. In cambio le sinistre riconoscevano nella Dc il perno del governo. Allora nacque, dalla metà degli anni settanta in poi, l’idea del compromesso storico, sull’onda dei “patti conciliari”, della comune lotta antifascista e del comune riconoscimento nei “valori della Costituzione”. Fu allora che si ritenne doveroso l’incontro tra le masse popolari d’ispirazione cristiana e le masse popolari di ispirazione comunista. Il delitto Moro interruppe questo processo.

L’unico vero, importante frutto di un accordo tra le parti, rimase così la Costituzione, che fu anch’essa un compromesso tra i cattolici e i laici, i liberali e i socialcomunisti. Ma un compromesso di alto profilo, che ricondusse a unità il paese, nel nome del lavoro, della libertà, della partecipazione democratica e di uno stato sociale che tutelava i soggetti deboli. Ma l’umanesimo del lavoro che campeggia già nel primo articolo della Costituzione era stato auspicato da Giovanni Gentile, il filosofo del fascismo. E l’impianto giuridico dello Stato democratico e repubblicano era ancora figlio del codice Rocco, partorito dal regime; come lo Stato sociale, e il sistema misto tra pubblico e privato, era sorto durante il regime fascista. Ed entrò nella Costituzione, col beneplacito di Togliatti, anche il Concordato tra Stato e Chiesa, realizzato dal regime fascista. Persino le leggi in difesa dell’ambiente ripresero quelle varate da Bottai in epoca fascista.

Insomma, la Costituzione repubblicana allargò il suo orizzonte anche a quel convitato di pietra e alle sue realizzazioni, pur respingendo il regime autoritario, la dittatura e la perdita della libertà. E pur ripudiando la guerra. Nel confronto politico invece perdurò per decenni lo scontro frontale tra il Partito della libertà e il Partito dell’Uguaglianza, tra filo-occidentali e filo-sovietici, tra difensori del mercato libero e della proprietà privata e sostenitori della pianificazione socialista, tra borghesi e proletari.

Così nacque e crebbe la repubblica italiana. Bisogna dirla tutta, la verità, per poter diventare cittadini finalmente adulti e consapevoli di una casa comune che chiamiamo Repubblica.