Che un governo così ridicolo non sia l’obiettivo costante di una presa in giro d’autore sembra impossibile. Ma al netto di luminose eccezioni, contro il potere buffo come un mistero restano solo lupi solitari. Ne parliamo con Geppi Cucciari, Serena Dandini e Saverio Raimondo

(Beatrice Dondi – lespresso.it) – Il re dovrebbe essere nudo ma in fondo, anche se gli resta addosso qualche straccetto poco conta. Chiedersi che fine abbia fatto la satira politica nel mostro sgualcito Paese si fa domanda retorica, che in fondo porta a ben poco. Un po’ come appassionarsi proprio sul concetto nobile di politica, quello a cui ambire, aspirare, puntare. O contro il quale sia atto di coraggio e di merito scagliarsi in qualsivoglia modo.
Scomparsi i Pasquini che tanto rischiavano e tanto tagliavano a colpi di lingua affilatissima, scomparsi i giullari, quelli cattivi e scomparso persino Federico II di Svevia che sdoganò la bastonata libera contro chi attaccava il potere con una sola norma, la “De contra jugulatores obloquentes”, è come se il Paese avesse perso i mattoni del suo muro portante, con un lento quanto inesorabile declino che prende nel tempo la critica a quel potere sempre più buffo come un mistero e lo porta a braccetto, guardando il fondo del pozzo.
La satira è morta, si sente da tempo, da quando hanno chiuso i programmi televisivi, il “Cuore”, disturbante, cattivo, volgare e meraviglioso giornale satirico ha smesso di battere ormai da trent’anni, la commedia all’italiana ha dismesso i pernacchi, i comici hanno cercato un vento che li spingesse verso altri lidi, e incredibile a dirsi, persino il Carnevale di Viareggio ha disdegnato le caricature dei volti di Governo.
Intanto, tra le onde, la classe politica guarda sul fondo del mare, lasciatasi alle spalle il Caimano divenuto quasi santo, ha sbriciolato quel poco di credibile, per vestirsi dell’abito nuovo del ridicolo. Gridando al politicamente corretto come il male del secolo, hanno cominciato proprio loro, i politici, a dire di tutto al grido del «non si può più dire niente». Così come giullari appunto, si affastellano intorno alla presidente del Consiglio figuri sparsi dotati dell’impensabile, macchiette colorate che si scambiano amanti e costumi, e sparano, giocano, accumulano irripetibili gaffe come attori di prima grandezza, rendendo così il mestiere dell’artigiano satirico sempre più complesso, ai limiti dell’impossibile.
Che un governo tanto ridicolo non abbia uno specchio riflesso in cui guardarsi per ridere di sé sembra impossibile, eppure per molti diventa quasi lo scoglio insuperabile, far sbellicare quanto loro l’impresa da standing ovation e in fondo meglio girare lo sguardo Oltreoceano, perché lì almeno con il taglio comico i danni li fanno in grande.
«È molto difficile fare satira quando la fanno loro per primi», dice Serena Dandini, la grande madre dei programmi che hanno fatto la storia della satira televisiva e che oggi si gode una solida vita da scrittrice, (è appena uscito il suo ultimo libro “Paura non abbiamo”). «Per fortuna c’è la Rete, ci sono i social dove si respira una bella aria, penso a Michela Giraud, Edoardo Ferrario, il gruppo di “In&out”. La politica non è molta, ma perché la politica è talmente di per sé uno sketch comico che non ci puoi credere. Così a volte, come autore, è più interessante fare satira sociale o di costume, e non è detto che in questo momento non sia politica. Non disprezziamo questa satira. Certo che nel servizio pubblico non abbonda direi. Ormai La7 spesso si sostituisce alla tv pubblica. Luca e Paolo probabilmente non potrebbero stare su Rai Tre perché lì tira un’aria di libertà. Gli autori oggi sono in grosse difficoltà perché le cose sono cambiate parecchio. Un tempo, quando scendeva il funzionario dai piani alti a dirti quello che non si poteva fare, c’era sempre il direttore di rete pronto a coprirti le spalle. I direttori erano editori che in quei programmi ci credevano davvero e ti proteggevano. Riuscendo ad arginare le forbici della censura».
E quei programmi, proprio come i giornali satirici, vivevano su un’idea di collettività che creava le magie, come “L’ottavo nano” che chiuse esattamente 25 anni, fa lasciando un vuoto che si fa sentire. «È vero – continua Dandini – noi abbiamo sempre lavorato con autori che crescevano insieme al programma, era come una piccola accademia. Infatti dov’è che funziona? Quando la squadra c’è: con Geppi Cucciari, perché c’è un bel gruppo, con Maurizio Crozza e i suoi autori. Oggi di politica si parla meno perché l’aria è poco rassicurante per l’espressione libera e contrapposta. È complicato, fioccano denunce su grandi teste che magari tengono famiglia e hanno un mutuo da pagare. Ed è qui che scatta l’autocensura, che c’è perché la minaccia ti fa sentire intimidito. Poi, per carità, ci sono sempre state, ricordiamoci dell’editto bulgaro di Berlusconi. Addirittura, l’ho scoperto con le intercettazioni che il mio programma era sgradito. Ma era opera di un collettivo. Oggi è importante recuperare il coraggio. Se arriva una denuncia a un Roberto Saviano, un giovane comico ci pensa due volte prima di lanciarsi in un monologo di attacco satirico. Chissà quanti mollano e non lo sappiamo. Perché a intimidire è proprio l’intero sistema, come una specie di diserbante naturale».
Ma non è solo quello, non si riduce a una casistica di misure, come se fosse una godereccia commedia anni ’70 con la supplente sotto la doccia. È proprio la politica come sostantivo che ha smesso di essere seria, quella che censurava con la mannaia, cacciava dai corridoi, intercettava i comici, sbarrava le strade e quando proprio non poteva arginare il tutto si creava il suo teatrino per poter salire sul palco con la propria bonaria imitazione. Sono lontani persino i tempi del Bagaglino, con Andreotti che guarda Andreotti e sorride strofinandosi le mani dietro gli occhiali di Oreste Lionello, perché «l’importante è che si parli di noi, anche se male». E sembra normale che il presidente del Senato, seconda carica dello Stato, si dedichi a diverse cose tra cui la difesa a spada tratta del comico Andrea Pucci sul palco di Sanremo, perché «a me e alla mia famiglia fa tanto ridere». Come se si fosse chiusa un’epoca durata centinaia di anni. Sopravvissuta alle bastonate dell’Asino, alla monarchia e all’olio di ricino fascista, i Monicelli, i Fantozzi, il padrone e gli operai, gli entusiasmi degli anni Settanta, la Dc, il pentapartito, e il precipizio berlusconiano, la satira politica arriva all’oggi ormai esausta ma no, non è solo colpa sua.
«Viviamo in una realtà che già di per sé è molto esagerata, basti pensare che il presidente degli Usa è uno come Donald Trump» – dice a L’Espresso Saverio Raimondo, che si impegna con ostinazione comica a non mollare un colpo, tutte le settimane nel programma di Massimo Gramellini “In altre parole” su La7. «I comici devono poter esagerare, perché la comicità è esagerazione. Quindi l’editore televisivo dovrebbe dare al comico la libertà di poter dire qualcosa di più madornale di quello che dice Trump. Ma inevitabilmente scatterebbe la censura, perché purtroppo hanno tutti il freno a mano tirato. Potremmo banalizzare dicendo: è colpa del politicamente corretto. In realtà è colpa delle mille paranoie vere o presunte costruite nel tempo per cui anche ai comici oggi diventa difficile fare satira, perché la televisione ha ancora delle maglie anni ’90, ma nel frattempo è il 2026, la realtà è molto più estrema ma siamo ancora fermi al passato e quella che era un’anomalia, cioè Silvio Berlusconi, ormai è la normalità».
Certo che, visto l’andazzo, gli spunti oggi potrebbero essere decisamente stimolanti. «Vero – prosegue Raimondo – ma innanzitutto è una questione generazionale. I giovani comici, bravissimi, esistono, ma io tra gli stand up comedian sono fra i pochi a fare ancora satira politica. La maggior parte di loro non la trattano per una scelta anche di sincerità, perché si sentono sinceramente più disinteressati rispetto a certe questioni. Poi anche il pubblico la cerca tendenzialmente meno, alle volte rifugge la battuta con uno sfondo politico o sociale come fosse quasi un tabù. E il fatto che l’astensionismo sia una piaga dei nostri giorni è un sintomo di tutto questo: c’è un fastidio in generale per il tema politico, che ormai suscita irritazione».
Dunque, col tempo sparisce l’idea stessa di collettività, politica e quindi anche satirica. Si frantuma il discorso pubblico, il politico non si rivolge più all’elettore ma straborda sui suoi profili social in cui replica alla sua stessa immagine in un inutile, infinito gioco. Nel frattempo le urne si svuotano, le spiagge si riempiono e persino la satira, quello sguardo ironico e al tempo stesso disilluso di un potere vestito che andava spogliato poco a poco si fa lupo solitario. Il tweet fulminante che non ha bisogno di un palcoscenico, basta una ripresa, con cui programmi assai ben fatti come “Propaganda” vivono stagioni per quanto luminose sono fatti dai singoli, abbandonati in una società che tende a smettere di sentirsi in primo luogo civile.
«Però, un attimo, non è vero che non si fa satira su ciò che spesso è già ridicolo. Quello che davvero è cambiata è la reazione alla satira, capita di doversi difendere più di una volta da chi si indigna, spesso sempre e soltanto quando il bersaglio è nel proprio campo. Così succede più facilmente di essere odiati per una battuta», dice a L’Espresso Geppi Cucciari, che con la sua “Splendida cornice” su Rai Tre resta, come dice Dandini «una perla luminosa nel panorama del servizio pubblico».
La raggiungiamo di notte, sul set di “Perfetta” tratto dall’omonimo monologo teatrale di Mattia Torre: «In realtà è un porno – dice serissima – Siamo io, Roberto Malone, Samantha Fox e Corrado Augias. Sto ancora lavorando sulla trama perché rischiamo molto, con Augias. Ma è un progetto a cui tengo molto». E sarebbe bellissimo, ma torniamo alla satira. Per esempio negli Usa è viva sul serio.
«È viva, certo, ma il conflitto d’interessi ha fatto vittime, proprio in questi giorni Steve Colbert ha salutato il suo pubblico. Jon Stewart, Jimmy Fallon, chiunque abbia tenuto viva la libertà dal Late Show, si confronta con pressioni inaudite. In America i conduttori comici fanno così tanta paura, credo perché a contatto continuo con la realtà. Da noi si fa moltissimo sui social e c’è anche in televisione, penso a Crozza, a Zoro, ai Gialappi, a noi, che siamo una commistione di generi. Frutto di un autentico lavoro corale. Perché stiamo attenti – conclude Cucciari – a sminuire la satira sociale, di costume o sulla tv. Anche quella è necessaria, esattamente come quella politica, e per un motivo semplicissimo: i politici chi li elegge?».