
(Stefano Baudino – lindipendente.online) – In diverse città italiane, da Roma a Milano, da Napoli a Bologna fino a Verona e Rimini, centinaia di pazienti in cura con cannabis terapeutica raccontano di essere stati convocati in caserma dai carabinieri come “persone informate dei fatti”. Professionisti, anziane donne con tumori in fase avanzata, giovani con anoressia o vulvodinia, ma anche proprietari di animali trattati con cannabinoidi: tutti si sarebbero ritrovati davanti a domande sulla propria terapia, sulla ricetta, sul medico e sul luogo di acquisto del farmaco. Una vicenda che sta alimentando paura e sconcerto tra associazioni, legali e malati, per l’impatto che può avere sulla privacy e sulla dignità dei pazienti.
A portare la questione all’attenzione pubblica sono state Antonella Soldo, presidente dell’Associazione Meglio Legale, e l’avvocata Cathy La Torre, che hanno invitato attraverso i social altri eventuali pazienti coinvolti a farsi avanti. Da giorni, infatti, emergono testimonianze provenienti da più regioni che descrivono uno schema ricorrente: convocazioni in caserma, richieste di chiarimenti sulla terapia a base di cannabis, sulle modalità di prescrizione e di reperimento. In alcuni casi, secondo i racconti raccolti dalle associazioni, sarebbero stati chiesti anche screenshot di email e messaggi WhatsApp. Elemento ancor più irrituale: nessuno dei convocati avrebbe ricevuto una copia del verbale firmato. «Avevano una serie di domande già scritte che mi hanno fatto, ho firmato il foglio ma mi hanno detto che non potevano darmene una copia», racconta un paziente. Tra i casi più surreali ci sono anche quelli che coinvolgono proprietari di animali domestici (la cannabis terapeutica è infatti consigliata per alcune patologie patologie dei cani): «Anche i miei pazienti animali sono stati ‘visitati’ dai carabinieri – ha raccontato un veterinario -. Li hanno fatti portare in caserma! Hanno richiesto screenshot di mail e whatsapp, hanno fatto verbale e non hanno rilasciato copia».
Sta di fatto che, nel nostro Paese, la cannabis medica è legale dal 2006 e regolamentata dal decreto ministeriale del 9 novembre 2015, che ne disciplina prescrizione, preparazione in farmacia come galenico magistrale e distribuzione. Può essere prescritta per dolore neuropatico, sclerosi multipla, nausea da chemioterapia, epilessia farmacoresistente e altre patologie gravi. Eppure, il semplice fatto di assumere questo farmaco sembra aver trasformato alcuni malati in soggetti da verificare. «Mi hanno trattato come un criminale», ha raccontato uno dei pazienti ascoltati, riassumendo il disagio di chi si è sentito esposto a un controllo percepito come invasivo e sproporzionato.
Secondo quanto ricostruito, alla base delle convocazioni vi sarebbe un’indagine sui canali di distribuzione. Recapitare a domicilio sostanze stupefacenti, anche se a scopo terapeutico, è vietato dal Testo unico sulle droghe (DPR n. 309 del 1990). Una circolare del ministero della Salute del settembre 2020 ha esteso il divieto anche ai farmaci durante l’emergenza Covid. Eppure, molte farmacie spediscono direttamente ai pazienti perché quelle che trattano la cannabis sono solo circa mille su ventunomila, con i malati che dunque non sanno dove reperire il farmaco. Una pronuncia del Consiglio di Stato, nel 2024, ha ribadito il divieto per le farmacie non autorizzate. L’alternativa sarebbe spedire il farmaco a un’altra farmacia vicina al paziente, ma, come testimoniato da esperti del settore, sono pochissime le farmacie che accettano di ricevere la cura a base di cannabis, avendo il timore di incorrere in sanzioni o contestazioni amministrative. Il risultato è che persone con patologie serie, spesso in condizioni fisiche fragili, sono costrette a viaggi complessi e costosi per recuperare un medicinale che sulla carta è perfettamente legale.
In ultimo, resta sul tavolo una questione assai inquietante, che porta a chiedersi chi abbia utilizzato i dati sanitari dei pazienti e con quale autorizzazione. I dati relativi alla salute, infatti, rientrano tra le categorie particolari protette dal GDPR e dal D.Lgs. 51/2018, che richiede garanzie adeguate e una base giuridica chiara per ogni accesso. Anche per questo motivo, le convocazioni stanno sollevando interrogativi non solo sui metodi usati, ma anche sull’eventuale accesso a ricette, elenchi o banche dati.
io la uso per l’epilessia del mio cane
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