Per essere santi non servono i voti

(Laura Anello – la Stampa) – «Fratel Biagio, ci sono Tizio e Caio, chiedono di entrare», gli dicono i suoi. E lui: «Sono poveri?». «No, sono politici e autorità». «Allora niente, qui oggi entrano solo i poveri».

Basta, forse, questo dialogo del 15 settembre 2018 davanti ai cancelli della sua Missione Speranza e Carità, a raccontare chi era il missionario laico che è morto ieri a Palermo, a 59 anni, avvolto dal saio francescano che scelse di indossare da ragazzo, lui giovane di buona famiglia, come il frate di Assisi.

Un dialogo che va in scena quando papa Francesco ha appena varcato la soglia della sua cittadella degli ultimi di via Decollati, strappata mattone dopo mattone alla burocrazia e all’abbandono, e suggella con la sua visita – mentre restano fuori politici, consiglieri, portaborse – il valore di una storia passata dalla diffidenza delle istituzioni e dei benpensanti all’aura di santità che lo accompagna adesso in morte.

«Santo», è il coro che si leva oggi all’unisono tra i pellegrini diretti alla camera mortuaria, «Santo», è il tam tam nei social.

«Santo», si dice nelle navette gratuite messe a disposizione dal Comune che ha indetto il lutto cittadino fino ai funerali di martedì in Cattedrale, con il sindaco Roberto Lagalla – che da pochi mesi ha preso le redini della città – impegnato nel dire che «non va disperso il valore dell’eredità umana che ci lascia» e l’arcivescovo Corrado Lorefice che si commuove, indicando il missionario laico come «volto della Chiesa povera e dei poveri».

Sventolano le bandiere a mezz’asta su tutti gli uffici pubblici di Palermo per lui che camminava scalzo con una croce in mano come i folli del Medioevo, che si incatenava e digiunava e andava in romitaggio nelle grotte per chiedere attenzione e sostegno per gli ultimi, per l’eretico del bene che sfidava il peccato più grande che si può commettere in Sicilia, il “peccato di fare”, come scriveva Tomasi di Lampedusa. Mentre l’Assemblea regionale si appresta a discutere un contributo di mezzo milione di euro per ripianare le bollette della Missione, andata avanti finora solo con la provvidenza. La scossa della sua morte, più ancora che quella della sua vita, è arrivata fino ai palazzi del potere. L’ultimo dei miracoli di chi gliene attribuisce già tanti. Lui che sei anni fa, a Lourdes, si rialzò dalla sedia a rotelle dove i medici lo avevano inchiodato con una diagnosi implacabile e si rimise a macinare chilometri.

È nel 1990 che Biagio lascia la famiglia e decide di vivere come un eremita nelle montagne dell’entroterra siciliano in compagnia di un cane che chiama Libertà. La prima volta che si sente parlare di lui è a “Chi l’ha visto?”, dove lui risponde in diretta: «Sto bene, sono in cammino».

Torna a Palermo, pensa di andare in Africa a fare il missionario, in breve capisce che il missionario deve farlo nella sua città, dove la sbornia del benessere degli anni Ottanta sta lasciando il passo alla stagione delle stragi di Capaci e via D’Amelio, e dove la polvere di stelle si sta trasformando nel fango delle periferie, delle povertà, della disgregazione sociale.

In breve Biagio si ritrova sotto i portici della stazione centrale di Palermo piena di clochard, ad assistere e distribuire minestra, d’appoggio un camper scalcinato. Per questo, in memoria di quell’inizio, ad accogliere la sua salma sarà una bara fatta di traversine dei binari della ferrovia. La svolta nel 1993, quando si piazza con la sua branda davanti all’ex disinfettatoio comunale di via Archirafi iniziando un digiuno che durerà tredici giorni. Non è un parrino, cioè un sacerdote, non è un ricco benefattore, non è un capopopolo. Sfugge a ogni categoria conosciuta. Eccentrico, stravagante, sopra le righe, gli dicono i benevoli.

Esaltato, mitomane, pensano altri. «Beveva solo acqua – ricorda don Pino Vitrano, il prete suo alter ego – non una briciola di cibo, se non la comunione che gli portavo io la sera. Aveva scritto a tutte le istituzioni, nessuno rispondeva. Mi diceva: dei poveri non gliene frega niente a nessuno, non servono. Al tredicesimo giorno di digiuno venne il segretario del prefetto, Giorgio Musio. Disse: entrate, occupate la struttura pacificamente.

Non c’erano acqua né luce né servizi igienici, non avevamo mille lire in tasca».

Ma la città sta cambiando: un anno prima sono saltati in aria i giudici Falcone e Borsellino, da lì a qualche giorno – per l’anniversario del 23 maggio – Palermo tutta scenderà in strada tenendosi per mano e sventolando lenzuoli alle finestre.

Pochi mesi dopo, il 15 settembre del 1993, sarebbe stato ucciso don Puglisi, oggi beato.

Si erano incontrati Biagio e don Pino, quando entrambi nel 1993 erano andati a Palazzo delle Aquile a chiedere aiuto, l’uno per la nascente missione, l’altro per Brancaccio. Si erano abbracciati, senza sapere quasi niente l’uno dell’altro. Qualche mese dopo, morto don Puglisi, fu lui a piantare una croce di legno su un campetto sterrato del quartiere dove il sacerdote era stato ucciso.

Oggi le missioni sono diventate sette, con quasi ottocento ospiti. Insieme, poveri, senzatetto, migranti, alcolisti, ma anche gente “normale” che senza lavoro e famiglia si è ritrovata sulla strada. «Non perdete la speranza», diceva loro fratel Biagio. L’ultima frase che ha pronunciato, prima di morire.

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