
(di Michele Serra – repubblica.it) – Toccano nel profondo le parole di Carmen El Koudri, sorella dell’attentatore di Modena, che non sa darsi pace per il male inferto da suo fratello ad altri esseri umani; e le parole di Davide Cavallo, il ragazzo gravemente leso da suoi coetanei a Milano, che ha espresso pena e partecipazione per la sorte del suo accoltellatore, condannato a vent’anni. Ci toccano nel profondo perché sono parole umane, dunque: comprensive del dolore degli altri. E dunque: insolite, se non addirittura rare.
Sono parole che escono dal recinto dell’io, lo sorvolano come un drone, ampliano il campo visivo e vedono dunque, e finalmente, ciò che gli sta intorno: gli altri. Attorno ai fatti di nera e alla violenza trionfa implacabile, assordante, il coro dei giudicanti, il derby tra giustizialisti e garantisti, gli anatemi politici costruiti con lo stampino, le mute dei linciatori sui social, i titoli orribili dei giornali che per mestiere allestiscono la forca e preparano il cappio. Come se il lutto fosse solo urla, rabbia, lite, vendetta. Indicazione del colpevole.
Che il lutto possa essere anche occasione di pensiero, e addirittura di fratellanza, non è nei protocolli mediatici e politici correnti. Se ne occupa qualche eroico mediatore di pace, o psichiatra di frontiera, che dalle ferite spera di far rifiorire l’umano — ditemi se c’è utopia più estrema.
Carmen e Davide, lei sorella di un colpevole, lui vittima innocente, sono due persone giovani, tramortite da un destino feroce. Non so quanto consapevolmente, e quanto per istinto, si ribellano all’idea che la violenza sia l’ultima pagina del libro. Hanno provato a scriverla loro.