Il presidente Sergio Mattarella saluta il presidente dell'Istat, Francesco Maria Chelli

(di Rosaria Amato – repubblica.it) – ROMA – Tra il 2007 e il 2025 il Pil reale italiano è cresciuto dell’1,9%, quello di Francia, Germania e Spagna di quasi il 20%. Mentre le principali istituzioni economiche si interrogano sull’impatto della crisi in Medio Oriente sulla crescita 2026/2027, dall’analisi di periodo che emerge dal Rapporto Annuale Istat, presentato ieri mattina alla Camera dei deputati dal presidente Francesco Maria Chelli, emerge una stagnazione pluriennale dell’economia italiana, incapace da tempo di trovare una direzione. Una debolezza di fondo che spiega tutte le vulnerabilità del Paese, a cominciare dai salari che, nonostante i rinnovi contrattuali, mantengono ancora una perdita dell’8,6% del potere d’acquisto rispetto al 2019. Undici milioni di persone, il 18,6% della popolazione, a rischio di povertà, mentre oltre un quinto della popolazione dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà e oltre un quarto non riesce a far fronte a spese impreviste. Persino la povertà energetica aumenta, sale al 9,1% rispetto al 7,7 % del 2022, nonostante la spesa per il Superbonus che ancora grava sui conti pubblici.

E le prospettive non sono certo di un miglioramento, con l’inflazione che ad aprile è già balzata al 2,8%, una fiammata che «è preoccupante», ammette Chelli. «Speriamo che il conflitto finisca e si riapra lo Stretto di Hormuz e tutto ritorni normale- aggiunge il presidente dell’Istat – ma se così non dovesse essere è chiaro che i valori dell’inflazione aumenteranno e a pagare maggiormente il conto dell’aumento dei prezzi saranno, come sempre, i ceti meno abbienti».

L’Italia è resiliente, rileva l’Istat, ma ha bisogno di un cambio di passo importante, che va dal potenziamento degli investimenti alla valorizzazione del capitale umano. Gli investimenti languono: la spesa in R&S è inferiore all’1,5% del Pil. La creatività che ha fatto grande il Made in Italy rimane: tra il 2005 e il 2025 le registrazioni di marchi italiani sono cresciute del 138%, ma le imprese fanno sempre più fatica a tradurle in motore di sviluppo.

Neanche l’aumento dell’occupazione spinge la produttività, e del resto tra il 2019 e il 2025 è cresciuta solo del 4,3%, contro il 12,6% della Spagna, che ha puntato su giovani, innovazione e immigrazione. Mentre in Italia la crescita degli occupati è concentrata tra gli ultracinquantenni, e «l’invecchiamento della forza lavoro frena l’innovazione», ricorda Chelli. Inoltre un giovane laureato su quattro è relegato in mansioni inferiori al suo titolo di studio: è anche per questo che nel solo 2025, il 10,4% dei dottori di ricerca formati in Italia si è trasferito all’estero.

Sulle emergenze del mercato del lavoro interviene il vicepremier Antonio Tajani: «Se facciamo più figli poi possiamo anche dire: riduciamo il numero dei migranti regolari che vengono a lavorare nelle nostre imprese. Ma se no, noi non abbiamo lavoratori». «Parole assurde», replica la senatrice del Pd Valeria Valente, ricordando che la denatalità «non è questione di volontà» ma «ha precise cause sociali».