Il disastro di nonno Draghi e le prossime elezioni

(Tommaso Merlo) – Altro che trionfo, quello di nonno Draghi si profila come un vero e proprio disastro. Sia nella gestione della pandemia che politico. Omicron è fuori controllo e la disaffezione dei cittadini pure. Più che Profeta della restaurazione, di questo passo nonno Draghi fungerà da Caronte della vecchia partitocrazia. Che Draghi non fosse quell’illuminato Vate che ci avevano preannunciato, lo si è capito non appena ha messo il santo nasino fuori di casa e selezionato la peggiore compagine governativa che si fosse mai vista sul suolo italico. Un profano pivello avrebbe avuto più acume e sensibilità politica. Amen. Ma una volta ben impoltronato, il divino nonnetto si è messo a sfornare decisioni di testa sua senza degnarsi di spiccicare una parola a noi comuni mortali. Come se credesse davvero agli osanna dei suoi numerosi adepti e di essere Lui l’Eletto. Parlamento in ritiro spirituale. Dibattito pubblico a farsi benedire. Liturgia bancaria. Ortodossia andreottiana. Odore d’incenso ma soprattutto di muffa che ha generato un vero e proprio esodo di cittadini verso le tenebre della disaffezione. Una vergogna democratica. Quando il Nonnux si è affacciato al balcone, partiti e politicanti sono accorsi in massa per salvare la patria dalla catastrofe e già che c’erano per intascarsi stipendi e prebende fino all’ultimo secondo. Unendo così l’utile al dilettevole anche perché al prossimo giro di giostra i seggiolini a disposizione scarseggeranno. Solo la Meloni si è furbescamente sfilata mettendosi a fingere saltuari mali al pancino, mentre i rivoluzionari de noialtri si sono tolti maschera e costume e si sono diligentemente inginocchiati al cospetto del Nonno Uno e Trino in nome d’imminenti miracoli ecologici. Quanto alla loro rivoluzione sarà per la prossima campagna elettorale. Ma la fulminante ascesa del Nonnux è dovuta anche ad una stampa nostrana ormai a livelli tragicomici. Nello Zimbabwe di Mugabe c’era una onestà intellettuale e una qualità giornalistica di gran lunga superiori. Niente di trascendentale. Nonno Draghi è benvisto dalle lobby padrone dei principali gruppi editoriali. Un premier malvisto che avesse combinato un decimo rispetto a Lui, lo avrebbero crocifisso in sala mensa dopo averlo flagellato. Poi c’è in giro ancora qualche lattante che non capisce che serve un cambiamento radicale. Altro che banchettare con scribi e farisei, altro che abboccare a finti profeti “per controllare da dentro” sta beata fava. Ma restando coi piedi per terra, se si votasse oggi milioni di cittadini eretici e infedeli non saprebbero chi diavolo votare. Una vergogna democratica. Una disaffezione profonda e diffusa che fa però il gioco dei sacerdoti della vecchia partitocrazia e dei loro nuovi discepoli. Meno cittadini votano, più contano percentualmente i fanatici devoti di Tizio e di Caio e pure di Sempronio. E se nessuno proporrà alternative, terminata questa infernale legislatura se ne aprirà una identica al prossimo girone. L’unica differenza sarà che al posto di un taciturno ed ingessato nonnetto comanderà l’urlante e sguaiata Sorella d’Italia. Fregarsene, lasciarsi andare a sfoghi blasfemi o sperare in qualche giuda, non serve ad una beatissima fava. I sacerdoti partitocratici e i loro nuovi discepoli vanno scacciati. Si chiama politica, si chiama democrazia. Ormai l’hanno capito anche i lattanti che serve un cambiamento radicale e per ottenerlo è indispensabile una proposta politica alternativa. Il futuro della nostra democrazia è nelle mani di quei milioni di cittadini eretici e infedeli che non votano e non si informano più. Se terranno la testa bassa nulla cambierà, se la alzeranno scribi e farisei rimarranno solo un brutto ricordo. Si chiama politica, si chiama progresso storico.

8 replies

  1. Sono pienamente d’accordo con lei dott.Merlo,serve un cambiamento radicale,ma dov’è questa proposta
    alternativa per questo cambiamento,io non la vedo
    e sembra che neanche lei nel suo articolo sia in grado di vederlo.

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      FRANCO MONACO
      Ha fatto rumore il cenno di D’Alema alla “malattia” rappresentata dal renzismo che avrebbe ammorbato il Pd. Titolerei così la polemica: il nome e la cosa. A suo tempo giudicai critica- mente tempi e modi della scissione del ber- saniano Articolo 1 dal Pd. Si intuiva il destino da sinistra testimoniale e minoritaria. Non che non vi fossero motivi per lasciare il Pd. Anzi. Quella rottura, motivata con oscure ra- gioni politiciste (data del congresso, confe- renza programmatica…), fu semmai tardiva. Altra cosa, più convincente e comprensibile, sarebbe stata, in precedenza, una rottura o- perata su materie ben altrimenti robuste, po- liticamente e comunicativamente. Tipo il Jobs act, la “buona scuola”, la riforma costi- tuzionale renziana. Che Renzi avesse operato un doppio deragliamento era già evidente da tempo: 1) la torsione centrista e lo schiaccia- mento sull’establishment di un “partito mini- steriale” in origine concepito come sinistra di governo nel solco dell’Ulivo, 2) la riduzione a partito personale (il pdR) del “più partito tra i partiti” in quanto in rapporto con l’eredità dei partiti organizzati di massa della Prima Repubblica. Fa riflettere la sdegnata reazione alla battuta di D’Alema di varie voci interne al Pd. Reazioni che, nominalisticamente, si ac- caniscono sulla parola “malattia”, esorcizzan- do la sostanza del problema. Reazioni classi- che da coda di paglia. Domando: davvero chi ebbe responsabilità, attive o passive, nel corso renziano del Pd può permettersi di non inter- rogarsi sull’approdo presente del suo atto- re-protagonista? Cioè su un politico accredi- tato come leader della sinistra italiana che og- gi, sempre più spesso, fa asse con la destra. La cosa non getta una eloquente luce retrospet- tiva su quella stagione? Troppo fa-cile raccontarsi e raccontare che il Renzi di oggi non avrebbe rapporto politico alcuno con il Renzi di ieri.
      A ben riflettere, l’esorcismo di molti esponenti Pd di oggi trova una spiegazione. La seguente: in quel tempo non breve, il confronto dentro il Pd fu pressoché assente. Gli organi del partito e i luoghi istituzionali di esso deputati a discutere erano silenziati. Renziani lo erano pressoché tutti. La sinistra interna -quella che oggi si racconta come tale – conosceva due sole varianti: quella di chi, muto politicamente, volentieri si acco- modava su poltrone ministeriali o svolgeva con compiacenza sino al servilismo ruoli api- cali nel partito (su tutte, la presidenza dell’as- semblea spacciata per presidenza del partito) e quella di chi, con pose da intellettuale, si prestava a fare la parte dell’opposizione di sua maestà. Offrendo un apprezzato tocco… este- tico. Oppositori così erano perfettamente funzionali allo strapotere di Ren- zi. Del resto, tutti rammentano il brutale licenziamento di Letta da Palazzo Chigi, ma pochi ricordano che la sua causa prossima fu un deliberato del partito la cui primogenitura è attribuibile alla sedicen- te sinistra interna. Lui stesso, Renzi, non a ca- so, spesso ancora oggi e non a torto, fa memo- ria della legione degli zelanti supporter di al- lora poi precipitosamente convertitisi in detrattori. Faccio fatica a fare un solo nome – con l’eccezione di Bersani tuttavia a lungo trattenuto dal ri- flesso unitarista del partito-ditta di scuola comunista – cui riconoscere un ruolo di reale opposizione al tempo del Renzi regnante. Posso comprendere che il suo ex portavo- ce rivendichi quella esperienza, ma sorprende la circostanza che altri si sottraggano a una franca discus- sione critica al riguardo. Di sicuro ciò non rappresenta un presuppo- sto propizio alla costruzione, quantomai necessaria e urgente, di una sini- stra e di un centrosinistra larghi e nuovi nei quali un po’ tutti si mettano in discussione. Non si vogliono fare i conti con la torsione i- dentitaria renziana comunque la si chiami? Allora ci si interroghi su tre questioncelle ti- po: un major party del campo progressista inchiodato al 20%, il divorzio dai ceti popo- lari, l’abitudine di stare al potere non avendo vinto le elezioni.

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    • Non mi ero sbagliato. Con questo tuo commento (per non dire di cosa si tratta veramente) ti sei confermato un penoso seminatore di odio.

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  2. Bastava rimanere coerenti.Fare i prendinculo col culo degli altri?No voi siete i furbi.Per questo basta e avanza solo il prendervi ancora in considerazione.Siete il sottolivello della politica.Quelli che mangiano le lenticchie senza costrutto e senza cotechino.Manco a rubare siete buoni.Per il cotechino ripassare la lezione.

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  3. Ottimo articolo. Sono d’acccordo come sempre con Tommaso Merlo. I seminatori di zizzania ovviamente no, come è normale che sia. Ma Tommaso Merlo è un idealista. Altra gente non sa nemmeno curare il proprio orticello. Non parla: sbraita. Il che non solo è inutile ma è sostanzialmente fastidioso e controproducente.
    Con si diceva a scuola: c’è chi è serio e studia e poi ci sono ‘ caratteriali’.

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