Siete stati ingiustamente bannati da un social network? Avete diritto a un risarcimento!  

(Dal sole24ore.com) – L’utente ingiustamente bannato da un social network ha diritto di ottenere il risarcimento del danno subìto a causa della sospensione delle proprie relazioni sociali. Lo ha ribadito la Corte d’appello dell’Aquila con la sentenza 1659 pubblicata lo scorso 9 novembre che fa il punto sul rapporto contrattuale che si instaura quando ci si iscrive a una community virtuale.

La vicenda trae origine dal ricorso con rito sommario presentato da un utente sospeso da Facebook per oltre quattro mesi per aver pubblicato alcune foto di Mussolini, didascalie e commenti che evocavano la sua appartenenza politica, oltre a post taglienti e sprezzanti. Il social network aveva sospeso in più occasioni l’account per violazione degli «standard della comunità».

Ne era seguito il ricorso dell’utente, accolto dal Tribunale di primo grado, che aveva condannato Facebook a un risarcimento di 15mila euro a titolo di danno morale. L’impugnazione proposta da Facebook ha dato l’occasione ai giudici d’appello per fare il punto sui dritti e i doveri di chi si iscrive a un social network.

Intanto, si stipula un contratto per adesione mediante il ricorso a moduli online predisposti unilateralmente dal social network alle cui clausole si applica la legge italiana. L’utente/consumatore può scegliere la giurisdizione competente in base al regolamento Ce 593/2008 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali.

L’adesione al contratto comporta il sorgere di doveri reciproci. Se da un lato Facebook mette a disposizione una community, dall’altro l’utente concede al social network la facoltà di usare, a determinate condizioni, i propri dati personali. Si tratta quindi di un contratto a titolo oneroso e a prestazioni corrispettive, dove il “prezzo” pagato dall’utente è rappresentato dalla concessione per fini commerciali dei propri dati personali.

Ogni social network può quindi introdurre clausole che gli attribuiscono poteri di rimozione dei post degli utenti e di sospensione degli account, che non possono essere considerate vessatorie. Si tratta infatti di soggetti privati che offrono un servizio non essenziale e che possono quindi prevedere autonomamente condizioni condivise per la corretta fruizione delle proprie piattaforme. È però dovere dei social network valutare attentamente se i post risultino davvero offensivi o contrari agli “standard” della comunità prima di sospendere o rimuovere un account.

Sulla base di questa premessa, la Corte d’appello ha ritenuto lecite le prime due sospensioni dell’account effettuate per commenti lesivi dell’altrui reputazione, visto che l’utente aveva, tra l’altro, definito “stupido” il proprio interlocutore, mentre ha ritenuto illegittime le successive, visto che «la mera pubblicazione di una foto con un commento che si limita all’espressione del proprio pensiero (…) non si ritiene sufficiente a violare gli standard della comunità».

Per questo i giudici hanno ridimensionato il risarcimento dovuto, quantificandolo in 3mila euro complessivi.

Si tratta, a ben vedere, di un giudizio di bilanciamento delicato, che però impone ai social network un dovere di attenta verifica delle segnalazioni. Del resto, un utente potrebbe chiedere e ottenere dai social la rimozione di contenuti ritenuti in prima battuta erroneamente «conformi agli standard della comunità».

Non è un caso che già in passato altre pronunce abbiano affermato il diritto dell’utente alla riattivazione dei propri account sospesi o rimossi senza spiegazioni. È accaduto a Bologna dove il Tribunale ha condannato Facebook a risarcire 14mila euro di danni a un utente, che aveva subìto non solo la sospensione di account e pagine social, ma anche la cancellazione dei dati (ordinanza del 10 marzo 2021).

Dello stesso avviso il Tribunale di Pordenone che aveva condannato Facebook a riattivare immediatamente il profilo di un utente sospeso per aver pubblicato un estratto di una partita di tennis, poi immediatamente cancellato, che sarebbe stato protetto da copyright. Anche in questo caso per il giudice non c’è dubbio che l’utente abbia diritto di difendersi e a veder riattivato il proprio profilo quando la condotta non sia così grave da legittimare la chiusura dell’account. A ribadire il concetto la condanna disposta dal giudice al pagamento di 150 euro di indennizzo per ogni giorno di ritardo nella riattivazione dell’account ingiustamente sospeso (ordinanza del 10 dicembre 2018).

Categorie:Cronaca, Giustizia, Interno

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5 replies

  1. E questo sarebbe niente.

    Da 2 anni a questa parte, ma in realtà in Itaglia, dal 2017, chiunque parli male delle vaccinazioni rischia il giusto anche se porta documenti alla mano che non sta scherzando. E’ chi insulta e disprezza chi parla di danni da vaccini o di mancanza di libertà di scelta, che può muoversi senza alcuna ragione.

    Poi vedi che passano commenti e post enormemente offensivi o irritanti e FB non fa niente per fermarli e ti chiedi come mai a te invece ti censurano.

    YT ha fatto fuori persino il canale di Byoblu, e pure Border Nights, e chissà quanti altri. Eppure dovrebbe spettare ai presunti offesi di chiedere la rimozione o i danni e non al social di per sé, che ipocritamente, dà una linea editoriale pur essendo formalmente solo un mezzo di comunicazione.

    Ad ogni modo Viviana sarà contenta, viste le mazzate che ha subito ultimamente da Montagna di Zucche.

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  2. Ti ringrazio per avermi citata, visto che il caro Facebook mi ha sospesa 4 volte, una volta per tre barzellettine innocue che forse contenevano la parola ‘amante’, una volta per aver scritto “L’Italia è un Paese di virologi, furbastri e detrattori” (frase bocciata come ‘odio sociale’) e una volta per aver riportato pari pari il brano del Vangelo su Marta e Maria, secondo cui il Salvatore preferiva le donne di pensiero alle casalinghe (30 giorni di sospensione). Mi dicono che Facebook non ha censori in carne ed ossa ma solo un algoritmo e che questo mi ha messo nella lista nera forse per i seguenti motivi: “Essere stata querelata per diffamazione grave da un onorevole siciliano di FI per avere condiviso un post in cui l’onorevole in questione (che io nemmeno so chi sia) viene chiamato ‘mafiosetto’, avere 5000 follower (cosa evidemente pericolosa che mi dà troppa visibilità) e mantenere una linea critica costante contro il Capitalismo (che probabilmente non si deve nemmeno nominare, ma questo io non lo credo, visto che leggo attacchi molto peggiori dei miei). L’attacco di Fb nei miei confronti è ad personam, visto che quando i miei post sono riportati da altri non fanno scattare nessuna sospensione, dunque riguardano me ma non i contenuti dei miei post. Ora io posso anche credere che ci sia un algoritmo che mi ha preso di mira per una concatenazione di fattori, ma che lo stesso mi chiami “UNA ADESCATRICE PER ADULTI” mi suona strano e mi fa pensare a una mente malata, come quella del signor Antonio dell’episodio “Bevete più latte! che era ossessionato dai cartelloni di Anita Ekberg in un episodio di Fellini. Ora a casa mia ‘adescatrice per adulti’ si dice di quelle signorine che vendono prestazioni sessuali sui viali, per cui Facebook non si sarebbe resa colpevole solo di violazione dell’articolo 21 della Costituzione che tutela la libertà di espressione ma anche di ingiuria grave, praticamente mi ha detto di ‘put..a’.. Mi dicono che il reato di ingiuria è stato depenalizzato. Ma allora mi dovete spiegare come mai il ‘mafiosetto’, tra l’altro nemmeno scritto da me e che mi era sfuggito in un condividi, mi porti una querela per diffamazione grave, al sequestro del portatile spedito a Roma per tre mesi, allo stesso portatile che ha subito 21 violazioni della privacy e mi è stato riconsegnato completamente dissestato, frugato ovunque nemmeno io fossi un terrorista o un mafioso, al dovermi pagare un avvocato in una causa che potrebbe finire con 15.000 euro di multa più le spese legali ma che prevederebbe ancora 4 anni di carcere (!!), mentre Facebook può impunemente imbavagliarmi a piacere e darmi addirittura di ‘adescatrice per adulti’ senza che nulla si muova. Una cosa è certa: che tra tutti i social Facebook è il peggiore, quello che dà punizioni ingiustificate e che offende i diritti costituzionali e anche l’onore e la dignità delle persone. E io dovrei assistere impotente al quadro di una accozzaglia politica che rimane intoccabile qualunque reato commetta mentre un social come Facebook si permette di angariare me che ho commesso solo ‘ il reato’ di dire la mia opinione??? Mi spiace solo che “l’adescatrice per adulti” sia stato rimosso prima che potessi fissarlo, ma vorrei tanto che qualcuno intervenisse su Facebook per dargli una regolata, perché i famosi ‘standard’ a cui sempre fa riferimento non mi sembrano né legali né legittimi. La cosa migliore è che, mentre magistratura e polizia si incattivivano contro di me, ottantenne invalida e sopravvissuta a un ictus che mi ha bruciato tutto l’emisfero sx, rea di un condividi letto distrattamente, mentre tutto questo ambaradan paranoide colpiva me… passava la Riforma Cartabia che reimmetteva nel sistema la precrizione chiamandola ‘improcedibilità’ e rendendo così impunibili 150.000 criminali eccellenti. Dunque in questo Paese si muovono magistrati e poliziotti contro cittadini comuni che stanno solo esercitando un diritto costituzionale, mentre gli stessi non si muovono contro imputati eccellenti che possono aspirare alle più alte cariche. E le multinazionali come Facebook sono pappa e ciccia con gli stessi, dal momento che non vengono nemmeno tassate e dunque una mano lava l’altra. E chi ci rimette siamo noi.

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  3. Un’amica mi scrive:
    Poi vuoi ridere? Sono in un gruppo di erbe spontanee, uno pubblica due tre virgulti chiedendo cosa siano e una risponde: “Beh, a me sembra finocchio”. Oscurata per due giorni.

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    • Questo è puro arbitrio. E il post di cui sopra, a proposito delle censure e delle libertà d’espressione che hai narrato, andrebbe diffuso dappertutto per protesta contro quest’andazzo.

      Un social network di cui Zucchemberg ha fatto una montagna d’oro, che con la scusa della pandemia ‘non ha abbastanza operatori’ per valutare in maniera umana i casi segnalati?

      Ma a chi la raccontano?

      E poi, se c’é uno smart working è proprio quello di questo tipo di attività. Non devi andare in miniera, basta un portatile.

      Ah, i giudici di Roma, buoni sì. Ricordati di come hanno trattato la Raggi. E di come hanno lasciato prescrivere Pasqualino settemazzette. Tanto per non dimenticare.

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