Lavori umilianti, la rivolta corre sui social

(Chiara Saraceno – lastampa.it) – Qualche cosa tra il servile e un atto di beneficenza del datore di lavoro nei confronti del lavoratore. Questa sembra l’idea di lavoro che emerge dalle risposte che alcuni datori di lavoro danno alle legittime, direi ovvie, richieste di informazioni su orari, salari, trattamento dello straordinario.

L’offerta di lavoro andrebbe accettata a scatola chiusa, al buio, e possibilmente con gratitudine, perché in cambio ci sarà un compenso. Ma quanto e a quali condizioni meglio non chiederlo, se non si vuole essere esclusi a priori in quanto “troppo” attenti ai propri diritti in un rapporto di scambio tra prestazione lavorativa e remunerazione che si vuole invece mantenere il più asimmetrico possibile. Per alcuni datori di lavoro, il lavoro non è neppure più solo una merce, ma una cessione di diritti. E la competizione nel mercato del lavoro non è basata sulle competenze da un lato, le condizioni di lavoro dall’altro, ma sul grado di ricattabilità causata dal bisogno di guadagnare purchessia, lungo una scala gerarchica al fondo della quale ci sono i più disperati e i più privi di diritti anche fuori dal mercato del lavoro, gli stranieri taglieggiati dai caporali con la tacita connivenza dei datori di lavoro.

Invece informarsi è un diritto che è necessario esercitare, non solo per poter scegliere con cognizione di causa, ma per non trovare sorprese dopo che si è accettato al buio un rapporto di lavoro, scoprendo poi che gli straordinari sono dovuti, ma non pagati, o le ferie inesistenti, o che le mansioni sono diverse da quelle inizialmente pattuite, o che il costo di vitto e alloggio detratti dallo stipendio se lo mangiano quasi tutto.

Ci si dovrebbe rallegrare che molti giovani oggi pretendano di avere informazioni precise su tutti gi aspetti delle condizioni di lavoro. Invece di trattarli da giovani viziati e perciò con troppe pretese, dovremmo essere contenti che, nonostante un’educazione civica non sempre all’altezza del bisogno, un’informazione spesso raccolta indiscriminatamente sui social, una diffusione del lavoro povero ignorata dalla politica, molti di loro hanno sviluppato una consapevolezza dei propri diritti di base e dignità come cittadini e lavoratori sufficiente a indurli a porre le domande essenziali per l’avvio di un qualsiasi rapporto di lavoro in una società né feudale, né dittatoriale.

Ci saranno anche quelli che hanno poca voglia di lavorare. Ma la richiesta di informazioni non ne è né una prova, né un indizio. Piuttosto le risposte che ricevono sono l’indizio di una cultura imprenditoriale, non so quanto diffusa, ma temo non marginale specie in alcuni settori, che considera il lavoro e i lavoratori come un bene di cui appropriarsi per usarlo a piacimento e fuori da ogni regola contrattuale minima.