Se evocare il regime rafforza la destra

(GIANNI OLIVA – lastampa.it) – Quanti conoscevano le editrici di estrema destra “Passaggi al bosco” o “Giubilei Regnani Editore” prima delle polemiche legate alla manifestazione “Più libri, più liberi” di questi giorni? Quanti conoscevano “Altaforte” prima delle polemiche al Salone del Libro di Torino del 2019? Le crociate antifasciste contro i libri di destra hanno un effetto essenziale: garantiscono visibilità a editori di nicchia, altrimenti destinati a sopravvivere in circuiti marginali, asfittici nelle tirature e nelle vendite. La polemica ideologica diventa un regalo promozionale: chiedere agli espositori un’improbabile certificazione di antifascismo significa solo far parlare i giornali e far emergere dall’ombra editori e titoli altrimenti noti solo ai militanti di CasaPound o a qualche nostalgico.
Il nostro Parlamento ha approvato due leggi che regolano il reato di apologia del fascismo: la legge Scelba (20 giugno 1952, n. 645) e la legge Mancino (25 giugno 1993, n. 205). I libri di queste case editrici sono in commercio, non hanno subito tagli o censure, non vengono distribuiti clandestinamente: se non sono stati perseguiti significa che scrivono cose lecite, oppure (come ritengo) c’è una responsabilità della magistratura che si è dimostrata distratta e omissiva (o sovraccarica di lavoro). In ogni caso, il problema non può essere ribaltato a livello di organizzatori culturali.
Nel 2019 l’editore Altaforte, prima ammesso poi escluso, ha presentato una richiesta di risarcimento di 200mila euro al Salone del Libro di Torino, con un procedimento tuttora aperto: in ogni caso, ha beneficiato di una notorietà insperata e inattesa. Adesso è la volta delle dichiarazioni di antifascismo: e chi, eventualmente, ne verifica la sincerità? E quale editore di estrema destra non sfrutta un’occasione così ghiotta per far parlare di sé? Credo che gli organizzatori dovrebbero prendere provvedimenti alla fonte: invitare i singoli editori alla kermesse, oppure stabilire paletti rigidi rispetto agli argomenti, oppure rivolgere inviti personali agli autori. Certo non devono inventare dichiarazioni di autenticità democratica che permettono a Giorgia Meloni di ignorare i saluti romani al congresso costitutivo di “Futuro Nazionale” per nascondersi dietro le ingenuità ideologiche di “Più libri, più liberi”.
Da tempo l’ “antifascismo” costituisce un grande regalo propagandistico fatto alla Destra, come sostiene Stefano Bonaccini (La Stampa, 15 giugno u.s.). Alcuni esponenti di governo, a partire dalla premier, lo sanno benissimo e virano sull’ideologico ogni qual volta vogliono distrarre l’attenzione dai problemi interni: la polemica sul “manifesto di Ventotene” insegna (“cannonate” a Montecitorio contro Altiero Spinelli il 19 marzo 2025 per nascondere le tensioni con la Lega sul piano europeo di riarmo al voto di Bruxelles il giorno dopo). Le dichiarazioni di antifascismo preventivo della kermesse editoriale offrono un altro alibi: permettono di ignorare le inquietudini filofasciste vannacciane e di virare sulla “libertà di pensiero e di stampa”. In più, offrono una tribuna mediatica a editori da poche centinaia di copie a volume…
Forse bisognerebbe lasciare l’antifascismo alla discussione storica e concentrare quella politica sulla “democrazia”, cioè sui modi che permettano alla Costituzione (la vera eredità dell’antifascismo) di essere una garanzia in atto per tutti: perché tra una polemica pretestuosa e l’altra, tra una richiesta a La Russa di dichiararsi antifascista e una a Meloni di prendere le distanze da questo o da quello, si è dimenticato che “democrazia antifascista” significa poter arrivare tutti a fine mese, farsi curare senza attendere due anni di liste d’attesa, avere scuole e servizi efficienti, potere assistere gli anziani senza svenarsi o fare acrobazie con gli orari di lavoro. Queste sono le battaglie antifasciste, altro che le dichiarazioni di principio sottoscritte per partecipare ad una rassegna di libri!