(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Il cancelliere Merz sguscia alle spalle dei commensali del G7 e porge all’illustre ospite la maglietta della nazionale tedesca. Trump la osserva quasi con sospetto, come se l’avesse appena indossata Zelensky. Vede il suo cognome scritto sulla schiena accanto al 47 (il numero che occupa nella lista dei presidenti americani), ma è evidente che non ha la minima idea del perché quel tizio allampanato gliel’abbia voluta mettere in mano. Conserva un vago ricordo di quando alla Casa Bianca gliene regalò una simile la Juventus, e lui ne approfittò per dare voce alle sue ossessioni: chiese se tra i calciatori c’erano dei clandestini e se con loro giocavano anche le donne.

Di calcio Trump sa meno di nulla – a lui piacciono gli sport dove ci si mena e basta, preferibilmente dentro una gabbia – e forse ha dimenticato che suo nonno era tedesco e si chiamava Trumpf, prima di emigrare a New York e perdere la «f» lungo la traversata. O forse semplicemente gli fa comodo scordarsi di essere nipote di un migrante, e della flaccida Europa per di più. Sta per restituire la maglietta della Germania a Merz, quando il cancelliere gli dice «ma è tua!». Allora capisce di essere dentro una recita e, indossando quel ghigno mellifluo che contrabbanda per un sorriso, la offre in ostensione ai fotografi prima di appallottolarla sul tavolo in attesa che passino a raccoglierla i camerieri. Immagino che per lui intorno a quel tavolo lo siano un po’ tutti.