Lo zampino di Zampetti

(Carlo Tecce – L’Espresso) – Il mai troppo citato Ugo Zampetti, segretario generale del Quirinale, è allergico al settennato. Appena sta per compiere un settennato in un posto di assoluto rilievo e prestigio, un innato istinto di sopravvivenza lo spinge a procurarsene un altro. Zampetti sta per completare il settennato alla presidenza della Repubblica accanto a Sergio Mattarella e ovviamente ritiene che sia irrinunciabile per la nazione e salutare per sé prolungare l’incarico.

Alla fine del settennato da segretario generale della Camera, l’apoteosi per un consigliere parlamentare, l’allora presidente Pier Ferdinando Casini (2006) rimosse il vincolo settennale per sottrarre la poltrona di Zampetti ai baratti dei partiti, si disse, vincolo che peraltro fu reintrodotto quando Zampetti, otto anni più tardi, accettò la pensione.

Stavolta per raddoppiare il settennato o quantomeno assaggiarne una cospicua parte, il classe ’49 Zampetti, mezzo secolo al servizio delle istituzioni, ha bisogno che resti Mattarella che non vuol restare, che arrivi un democristiano tipo Casini che non pare arrivare oppure che non capiti Mario Draghi.

Per quest’ ultima ragione, che poi è la principale, oggi Zampetti è fra i più influenti grandi elettori (non votanti) del capo dello Stato. È sbagliato e soprattutto inopportuno sostenere che fra Draghi e Zampetti non ci sia un rapporto di reciproca stima. Più corretto rilevare che sin da febbraio, fra le consultazioni e il giuramento del governo, fra Draghi e Zampetti ci sia un rapporto di robusta indifferenza.

E siccome è un esperto interprete dei silenzi, Zampetti ha già inteso che con Draghi al Colle il suo settennato non si rinnoverà. I suoi candidati sono il devoto Casini, Luciano Violante, Dario Franceschini.

L’OMBRA DEI PALAZZI

Con l’articolo 3 della legge 1077 del 1948 fu «istituito il Segretariato generale della presidenza della Repubblica, nel quale sono inquadrati tutti gli uffici e i servizi necessari per l’espletamento delle funzioni del presidente della Repubblica e per l’amministrazione».

Questa norma anodina permette al segretario generale del Quirinale di agire da altissimo burocrate o da presidente aggiunto. Poiché Zampetti ha vissuto quarant’ anni da altissimo burocrate alla Camera, al Colle si è esibito pure da presidente aggiunto. A sprazzi.

Ben oltre la figura compìta, lo sguardo accigliato, gli occhiali pencolanti, la folta chioma bianca, che legge agli italiani un comunicato di poche righe durante le frequenti crisi di governo o che accompagna il capo dello Stato cercando di stargli non più di un passo indietro e comunque sempre avanti agli altri.

Per comprendere Zampetti occorre tornare a Casini. Al 22 dicembre 2014. Sala “Aldo Moro” di palazzo di Montecitorio, una folla emozionata e disordinata, decine di parlamentari, presidenti emeriti, ministri in carica, ministri in sonno, politici di nuovo e di vecchio conio, si strinse attorno all’amico Ugo per il suo congedo.

Per un limite non emendabile, la sua età, il consigliere parlamentare più famoso doveva lasciare la Camera che frequentava dal ’76 e che dirigeva dal ’99 con la promozione a segretario generale ricevuta da Violante, confermata da Casini, Fausto Bertinotti, Gianfranco Fini, Laura Boldrini.

Casini confessò che una donna e un uomo hanno ispirato la sua carriera di onorevole: la comunista Nilde Iotti che nell’83 votò per la presidenza della Camera assieme al suo collega di commissione Sergio Mattarella (indicato, salutato, non inquadrato) e il funzionario Zampetti che «rappresenta quello che è indispensabile alla politica per fare onestamente il proprio mestiere».

Fu Zampetti a introdurre alla Camera i deputati Casini e Mattarella. I funzionari parlamentari – assistenti, segretari, consiglieri – sono il libretto delle istruzioni del parlamentare: un deputato o un senatore, senza il loro supporto, non potrebbe accendere la lampada della scrivania. Detengono il sapere dei codici, dei cavilli, dei trucchi.

E se lo tramandano. Si celebra la «terzietà» dei funzionari parlamentari, ma fra mogli, mariti, figli, sorelle, fratelli, nipoti, cugini, persino generi, questa speciale propensione istituzionale è indubbiamente esclusiva di un ristretto numero di famiglie. Alla prima contestazione innalzano la barriera della «autodichia»: alcuni organi costituzionali come la Camera e il Senato sono indipendenti e perciò decidono in deroga alla separazione dei poteri.

Con questa «prerogativa» sono riusciti a scampare al tetto di 240.000 euro per le retribuzioni statali. Gli archivi della Camera conservano una leccornia del 17 aprile 2014. Per smentire il deputato Roberto Giachetti che denunciava emolumenti di circa 700.000 euro per il segretario generale, la Camera diffuse una puntuta rettifica: «Il trattamento economico dell’attuale segretario generale Zampetti è di 479.510,82 euro annui lordi.

Ad esso si aggiunge un’indennità di funzione non pensionabile il cui importo lordo, su base annua, è di 13.937,28 euro (cifra risultante a seguito della riduzione del 70 per cento stabilita dall’ufficio di presidenza il 9 agosto 2013)». Dolorosa riduzione che a Giachetti era sfuggita.

Approdato al Colle con Mattarella dopo un paio di mesi dalla cerimonia del 22 dicembre 2014, saggiamente Zampetti preferì la pensione a un qualsiasi altro tipo di stipendio e si spogliò di ogni agio – come l’appartamento nel palazzo – per mostrare il suo inedito profilo francescano.

(Enrico Zampetti, il papà di Ugo, sottotenente arrestato e deportato dai nazisti dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, scrisse un diario della prigionia, le lettere alla sua fidanzata Marisa, e dopo la liberazione lavorò in Senato sino a diventare direttore della Biblioteca. Per misurare le ambizioni quirinalizie di Maria Elisabetta Alberti Casellati, la presidente del Senato, è sufficiente ascoltare il suo commosso discorso a palazzo Madama lo scorso novembre, nel giorno dedicato a Enrico Zampetti a cent’ anni dalla sua nascita. In platea c’erano il figlio Ugo e il capo dello Stato).

IL PONTE CON I PARTITI

Abituato a impersonare il clavigero di Montecitorio, Zampetti si è accomodato al fianco di Mattarella con la posa da custode del palazzo. Il presidente della Repubblica, però, si è circondato anche di collaboratori che hanno condiviso i suoi stessi ideali nella Dc (corrente di sinistra) e nelle sue successive evoluzioni o nelle molteplici esperienze di governo: Gianfranco Astori, Daniele Cabras, Francesco Garofani, Simone Guerrini. Questa varietà ha consentito al Quirinale di affrontare con coraggio il settennato più complicato e drammatico della giovane Repubblica. Zampetti ha replicato il suo metodo parlamentare con i novizi della politica.

Ha stretto presto con Maria Elena Boschi, allevata da Paolo Aquilanti, consigliere parlamentare al Senato. Zampetti ha cercato di respingere i barbari dei Cinque Stelle, poi si è messo a educarli.

Tra l’altro era il solo a conoscere Giuseppe Conte, per via dei suoi contatti con l’avvocato mentore Guido Alpa e Gianni Letta (un Letta, il professor Guido, nipote di Gianni e cugino di Enrico, fu proposto vicesegretario generale della Camera proprio da Zampetti), quando si presentò al Quirinale per ricevere il mandato da Mattarella. Per osservare da vicino l’operato di Conte e semmai intervenire, Zampetti spedì a palazzo Chigi nel ruolo di capo di gabinetto Alessandro Goracci, figlio di Carlo, altro suo vice alla Camera.

Con i partiti friabili, le comparse elette, la preparazione carente, in questi anni di politica scadente, i funzionari parlamentari hanno imposto il loro controllo. Gli onorevoli sono “ostaggi spontanei” dei funzionari parlamentari. Zampetti prevale quando i governi sono appesi a maggioranze fragili e il Parlamento va monitorato con costanza. È accaduto sempre in questa legislatura, tranne adesso con Draghi.

I Cinque Stelle hanno imparato che ciascuna nomina certificata da un decreto del presidente della Repubblica va discussa con Zampetti e che, se non si discute con Zampetti, il dialogo col Quirinale non regge. Non a lungo. Anche le onorificenze da cavaliere del Lavoro, che sono avanzate dal ministro dello Sviluppo economico, sono vagliate da Zampetti.

Il governo Conte II ha elevato alla presidenza dell’Autorità di garanzia per le comunicazioni, un luogo dov’ è richiesta una specifica competenza, il consigliere parlamentare Giacomo Lasorella. Ciò ha smesso di esistere con Mario Draghi.

Zampetti era ancora convinto di raccattare senatori per il Conte III quando Mattarella ha preso la decisione più delicata del suo settennato: un governo largo guidato dall’ex presidente della Banca centrale europea per affrontare la devastazione economica e pandemica. Nessun suggerimento su ministri e collaboratori più o meno espresso da Zampetti, a differenza del passato, è stato accolto da Draghi. Il premier non si è affidato ai consiglieri parlamentari, ma ai consiglieri di Stato, ai giudici amministrativi: Carlo Deodato, capo del dipartimento legislativo; Roberto Chieppa, segretario generale; Roberto Garofoli, sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

L’interlocutore di Garofoli non è Zampetti, ma Daniele Cabras, anch’ egli consigliere parlamentare, figlio del democristiano Paolo. Al Colle Draghi potrebbe promuovere un consigliere di Stato o un diplomatico di rango al posto di Zampetti. Non è un’annotazione marginale. Il segretario generale è da sempre oggetto di trattativa del futuro presidente della Repubblica con i partiti che lo eleggono e spesso è risultato provvidenziale per chiudere gli accordi.

Dal ’78 con Antonio Maccanico, che fu imposto a Pertini dal repubblicano Ugo La Malfa, esclusi i 5 anni del diplomatico Sergio Berlinguer chiamato da Cossiga, i segretari generali del Quirinale sono stati consiglieri parlamentari: Gaetano Gifuni, Donato Marra e infine Zampetti.

La presa dei consiglieri parlamentari sul Colle cominciò con il controverso Francesco Cosentino, segretario generale alla Camera per 14 anni (lo fu anche il padre Ubaldo), consulente di Einaudi e di Gronchi, massone piduista legatissimo a Licio Gelli, coinvolto nello scandalo di corruzione Lockheed, accusato da morto delle peggiori nefandezze. È talmente palese la distanza fra Draghi e Zampetti che nel microcosmo romano si narrano molte leggende.

Per esempio, si guarda con sospetto al traccheggiare di Roberto Fico, presidente della Camera, sulla convocazione del Parlamento in seduta comune per eleggere il capo dello Stato. Più tardi viene collocata a gennaio e più disagevole è per Draghi fare il presidente del Consiglio e l’aspirante presidente della Repubblica. Assai apprezzato da Zampetti, Fico è diventato un presidente formalmente impeccabile grazie al famoso libretto delle istruzioni fornito dal segretario generale Lucia Pagano, che fu designata con la benedizione del predecessore. Queste però sono leggende. Quella di Ugo Zampetti, invece, è una semplice allergia al settennato. Una cosa fra Gianni Rodari e Marcel Proust

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

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