Il generale ruba l’armamentario fascista agli ex missini di Meloni. Possibile stop della legge elettorale per pesare Futuro nazionale

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Il fascismo manda in tilt Fratelli d’Italia, che finisce in difficoltà intorno a una parola su cui lo stesso governo Meloni ha giocato sin da subito. Da un lato c’è il generale Roberto Vannacci, che si sente il depositario della «vera destra» e non ha remore a impadronirsi di tutto l’armamentario del folklore ideologico: braccia tese, «Dio, patria e famiglia» e X Mas. Dall’altra c’è la polemica innescata dalla stessa Giorgia Meloni intorno alla manifestazione Più libri più liberi, che ha chiesto agli editori partecipanti di sottoscrivere una dichiarazione sulla condivisione dei principi costituzionali. Meloni ha criticato il «patentino antifascista» e parlato di «censura» e «cancellazione delle idee non di sinistra».

Il risultato del combinato disposto delle due questioni è stato peculiare. Improvvido è arrivato il commento del ministro della Giustizia Carlo Nordio che, per sostenere la linea della premier, si è sentito in dovere di spiegare che il «libro più importante per la nostra giustizia reca la firma Benito Mussolini». Il riferimento è ovviamente al codice penale del 1930, firmato dal Guardasigilli Alfredo Rocco, dal Duce e dal re Vittorio Emanuele III. Un codice che, per dovere di cronaca, è stato in realtà negli anni progressivamente svuotato, modificato in molte parti e interpretato in modo costituzionalmente orientato. Dopo l’effetto boomerang del primo lancio di agenzia, la precisazione: il ministro ha inteso dire non che il codice mussoliniano sia da imitare ma che «è proprio un paradosso che si pretendano attestazioni di antifascismo da chi non vuole cambiare un codice firmato da Mussolini». Il riferimento, in questo caso, sarebbe alle opposizioni che hanno contestato le iniziative abrogative del ministro.

Al netto della polemica intorno a via Arenula, l’attacco di Meloni a Più libri più liberi (che ha fatto sapere di non voler arretrare nella sua iniziativa) è suonato da molte parti come «interessato», come è stato definito da una fonte di centrodestra. Per contrastare un Vannacci alle porte che suona la grancassa dell’orgoglio fascista, serviva rilanciare.

Dentro FdI serpeggia, nemmeno troppo celato, il malumore rispetto al generale, che si è appropriato dei simboli di una tradizione che gli ex missini di Meloni sentono come propria, ma c’è anche frustrazione di non poter concorrere su quel terreno, perché quei simboli sono impossibili da esibire stando al governo. Qualche prudente tentativo viene comunque fatto. «Meloni il 22 maggio è tornata a commemorare l’anniversario di Giorgio Almirante, non lo faceva dal 2021», fa notare chi conosce la premier. Segno che il campanello d’allarme sta suonando all’impazzata, tanto più dopo che i sondaggi danno Futuro nazionale oltre il 4 per cento (ieri una rilevazione Swg per il Tg di La7 lo ha dato al 5,3 per cento, al pari della Lega), con un flusso di sostenitori che viene per il 45 per cento dal partito di Matteo Salvini ma, secondo Affariitaliani, per il 39 per cento da FdI.

Legge elettorale

Ad agitare il centrodestra sono proprio gli effetti che questi sondaggi avranno, se si traducessero in voti reali, alla luce della legge elettorale in via di approvazione. Con una legge proporzionale con premio di maggioranza al superamento del 42 per cento, Futuro nazionale rischia il win-win: in coalizione con il centrodestra potrebbe essere determinante per la vittoria e chiedere benefici di conseguenza; correndo da solo entrerebbe comunque in Parlamento, ma rischiando di far perdere l’attuale maggioranza. Per intorbidire le acque, Vannacci ha fatto presentare un emendamento per introdurre le preferenze. Quelle che, a parole, anche FdI vuole («sono un fan delle preferenze», ha detto anche ieri il ministro Francesco Lollobrigida), ma per cui non ha presentato emendamenti, riservandosi di farlo in aula.

L’effetto è stato quello di produrre quello che in ambienti di FdI viene chiamato un «surplus di riflessione». Il calendario alla Camera rimane invariato, maratona in commissione per far arrivare il testo a Montecitorio il 26 giugno. Poi, però, una frenata tattica dovrebbe arrivare al Senato, così da poter prendere meglio le misure del fenomeno Vannacci e capire quanto la nuova legge, in ultima analisi, rischi di giovare soprattutto a lui. Con un rischio, però: per mesi FdI ha parlato della necessità di una riforma «per dare stabilità», rispedendo al mittente le critiche di voler truccare le regole per avere la certezza di vincere. Interrompere la galoppata ora sarebbe la conferma che il campo progressista cerca.

Intanto, però, è stallo. Noi moderati e Forza Italia sono contrari all’alleanza con Vannacci, fonti di FdI ripetono che l’obiettivo è invece quello di assorbirlo e così imbrigliarlo nella coalizione. Apertamente nessuno si sbilancia. «Non è all’ordine del giorno», ha detto Lollobrigida e la linea rimane quella di definire il generale uno che «fa il gioco della sinistra» votando contro il governo. I vannacciani, però, hanno i volti di ex compagni di viaggio eletti da Lega e FdI e questo non aiuta a convincere gli elettori che Vannacci sia un cripto-democratico e non la «vera destra».