Macché giornalista: Lilli è la vestale dei buoni

(Antonello Piroso – La Verità) – «Per principio non do pagelle ai colleghi, ognuno ha la sua cifra stilistica», giurava nel 2010 un’ecumenica Lilli Gruber. Poi le è apparso Mario Giordano e la papessa è passata direttamente alla scomunica: «Non è un mio collega». Con tanto di imitazione vocale «incredibile». Nel senso: non ci si crede che una paladina del politicamente corretto sia scaduta a tale livello.

Immaginate lo Sturm und Drang che si sarebbe scatenato a ruoli invertiti, uomo – per di più «di destra» – su donna, tanto più «de sinistra». La querelle continua a tenere banco. Verdetto del Foglio di ieri: i due sono gemelli, praticando lo stesso mestiere, l’informazione-spettacolo. Ciascuno a modo suo, certo, ma con Gruber che «nasconde la sua pregiudiziale brutalità dietro a un contegno fintamente professionale e distaccato».

Secondo me ha ragione Lilli, nata Dietlinde a Bolzano («Nell’antica lingua germanica significa colei che guida il popolo», mica cotica, ha puntualizzato lei): Giordano non è un suo collega. E non perché questi non sia un giornalista, che ha in tv una «cifra stilistica» che può non piacere, comunque immediata e riconoscibile (pure troppo). Ma in quanto è a lei che la definizione sta stretta.

L’impressione, infatti, è che Gruber voli alto. Si veda altro. Si senta oltre. Una, anzi: «la» vestale della verità. Ovviamente la sua, che poi è quella dei «compagnucci della parrocchietta». «Sinistrismo ben temperato dall’Auditel» (peraltro positivo), l’ha fotografato Aldo Grasso che nel 2014 sul Corriere della sera si fece 10 domande (retoriche) sull’anchorwoman, una per tutte: «Perché interrompe spesso i suoi ospiti? Lo si fa con chi la pensa diversamente da noi».

«Nei talk show politici i conduttori sono quasi tutti militanti (di sinistra) boriosi e arrabbiati. Sul ring televisivo non sono arbitri, ma pugili. La loro faziosità è sfacciata e ridicola. In questo difetto capitale si assomigliano tutti. Le loro trasmissioni hanno regole e ospiti decisi da loro a vantaggio della propria fazione», cannoneggiò nel 2012 Giampaolo Pansa in Tipi Sinistri.

I gironi infernali della casta rossa. Unica signora nella compilation: Lilli la Rossa. Un’Eletta. Che una volta lo è stata davvero, eletta. Con l’Ulivo al Parlamento europeo, 2004, record di oltre 1.100.000 voti (in due circoscrizioni). Una bella nemesi, per un’antiberlusconiana doc: lo sbarco in politica come volto tv dopo aver imputato al Cavaliere un successo in virtù del suo strapotere mediatico.

Si dimetterà nel settembre 2008, prima della scadenza, non senza far notare: «Lascio rinunciando a 3.300 euro mensili di pensione». Te credo, hanno mormorato i detrattori invidiosi: «Contestualmente La7 le ha affidato l’Ottoemezzo di Giuliano Ferrara», nel frattempo «spernacchiato» (immagine dello stesso Elefantino) dagli elettori alle politiche.

Sbarco inaspettato, almeno per il comitato editoriale cui partecipavo da direttore del Tg: chiusosi con una rosa di nomi tra cui individuare il successore di Ferrara, si ritrovò sulle agenzie quello di Gruber (non in elenco) come prescelta. Dall’azionista Telecom, il cui amministratore delegato era Franco Bernabè. Incidentalmente, anche lui altoatesino e presente nel 2000 al di lei matrimonio con il giornalista francese Jacques Charmelot (rivalità con il coniuge? Macchè: «Lui è abituato a lavorare dietro le quinte, niente protagonismo che è la malattia di oggi», affermazione che pare un’autodiagnosi).

Si sparsero due voci. Una l’accusava di aver cestinato, prima della conferenza stampa del programma, un video che ne ripercorreva la storia con le facce dei predecessori, per la serie: «Ottoemezzo sono io. Punto».

L’altra, che lei lasciò circolare, insinuava fosse destinata anche a sostituirmi, equivoco in cui cadde perfino il capo dello Stato Giorgio Napolitano, che così si congedò da una troupe del TgLa7: «Salutatemi il vostro direttore Gruber».

Quando poi feci realizzare, sulle note della marcia di Radetzky, un servizio satirico su tutti i candidati al mio posto, una nutrita pattuglia, il giorno dopo mi arrivò una telefonata del capo di Telecom Italia Media, editore diretto de La7, Gianni Stella detto «Er canaro» per modi e eloquio sofisticati.

E difatti, urlando e forse millantando: «Ma che ca… te dice la testa? Franco è inca… nero. Gli ha telefonato la Gruber, avvelenata perché l’hai pijata per il cu…!». Professionalmente, Gruber si è reincarnata più volte, rimanendo sempre se stessa, «con quel viso di porcellana senza età» (Pansa, Carta straccia, 2011).

La storia è nota. Conduceva il tg Rai regionale da Bolzano. Antonio Ghirelli, direttore del Tg2 al profumo di garofano (craxiano), la convocò a Roma. Prima donna a condurre un tg in prima serata, a un certo punto fu promossa al Tg1.

Ne scrisse Clemente Mimun, oggi direttore del Tg5, nel suo libro di memorie Ho visto cose. Un capitolo di deliziose perfidie è su Lilli: «Quando nel 2002 approdai alla direzione del Tg1, mi disse che si aspettava di essere la prima inviata a Baghdad, in quel campo considerandosi la massima esperta. Mi sconsigliò in modo tranchant alcuni altri giornalisti degli esteri, Ennio Remondino e Carmen Lasorella. Al suo ritorno in Italia, a Fiumicino, era attesa anche da un’auto di Domenica in, che voleva festeggiare in diretta il suo ritorno in patria. Ricordo l’ingresso trionfale nello studio. Mara Venier le chiese chi avesse abbracciato per primo al suo rientro e Lilli rispose: “Mio marito”. Grandioso, salvo che suo marito aveva vissuto tutta la crisi irachena al fianco della moglie, nella stessa stanza d’albergo!».

«È stata lei a chiedere di essere trasferita al Tg1» spiegò Bruno Vespa nel 1990 a Repubblica. Conferma Mimun nel libro del 2012: Gruber – che con lui scambiava al massimo «rapidi saluti quando ci s’incrociava» – gli propose un caffè. All’incontro, gli domandò la cortesia di far sapere al direttore Vespa, amico e estimatore di Mimun, di voler traslocare al Tg1, pronta perfino a rinunciare al video. Mimun riferì a Vespa, che chiamò il presidente della Rai Enrico Manca per chiedergli il placet, che Manca si fece a sua volta rilasciare da Bettino Craxi, che alla fine della «fiera dell’est» benedisse l’operazione.

Non è mai stata «lottizzata», Gruber (si sa: tutti noi siamo selezionati per meriti, in quanto bravi, sono sempre gli altri a essere cooptati dal potente di turno in quanto servi o scherani o maggiordomi con la livrea). Ma fu comunque grazie alla regole del «sistema», per dirla con Luca Palamara, che Gruber spiccò il volo.

Che l’ha fatta infine atterrare a La7, dove con Mentana i rapporti non sarebbero idilliaci. «Non sembra esserci molto feeling tra i due», rilevò Grasso già nel 2010, aggiungendo: «La Gruber rappresenta un vecchio modo di giornalismo. Nel suo talk non c’è mai un percorso di conoscenza, ma solo uno scontro di opinioni, una parata di idee contrastanti».

Più che altro oggi Gruber è sempre meno incline a controllare le sue idiosincrasie (il che è legittimo a casa propria, ma allora perché non riconoscere lo stesso diritto a Giordano?). Se invece si tratta di ospiti all’altezza (sua), sono inchini, rose e violini con tanto di cambio di format: un faccia a faccia alla Mixer, senza fastidiosi intrusi.

È capitato con il citato Bernabè, Carlo De Benedetti, Ezio Mauro. Con cui, già direttore di Repubblica famoso per una certa «ingualcibilità psicomorfa», Gruber è stata sempre «tutta sorrisi, in pieno innamoramento, intenta ad ascoltare il verbo di un dio in terra» (ancora Pansa).

A Matteo Renzi, invece, la settimana scorsa Gruber ha fatto trovare una «neutrale» compagnia di giro: Massimo Giannini e Marco Travaglio, due allegroni. Un assedio, più che un confronto. Ma quando, nel settembre 2013, Renzi era sulla rampa di lancio del consenso, le cose andarono diversamente.

Beppe Grillo sul suo blog ironizzò: «La conduttrice ieri sera ha preferito non partecipare alla trasmissione: Renzi, unico ospite, ha infatti parlato da solo». Titolo scartavetrante del post: «Gruber, l’ancella del potere».

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7 replies

  1. Piroso, viscido e fallito RENZIANO.
    Sempre con quel sorrisetto perculante sulla faccia.
    Ma alla fine lo hai preso nel Q.lo e ti sei ridotto a scrivere su La FALSITÀ, la carta igienica dei NOVAX.

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  2. Disse un beduino ad un belluino, scusa ma te sei di bell’uno?
    Si sono di Belluno e tu di dove sei?
    Io? Di bel due! rispose il beduino.

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    • Ma a noi che diavolo interessa! Una zox .. che si vende da anni al miglior offerente credendosi una Fallaci ! Ne ha di grano e fiele da macinare prima di scrivere libri come Oriana! Ma perché scrivere di questa nullità? Ci crede solo Cairo!!

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  3. Eppure io conoscevo un altro Antonello Piroso, diversi anni fa conduceva una rubrica la mattina, ma sei sempre tu? Una inversione a U di trecentosessanta gradi. Poraccio ….Che si deve fa’ pe’ magna’?

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