Massimo Fini: “La sconfitta dei quarantenni”

(Massimo Fini) – È una generazione che è stata presa per il sedere. Sono i quarantenni, gli uomini che erano bambini durante la guerra, ragazzini subito dopo, adolescenti e “giovanotti” negli anni Cinquanta. Sono i monelli con i calzoni alla zuava che andavano a scuola arrampicati sui respingenti dei tram, i bambini i cui giochi erano i residuati bellici e che avevano per amici “grandi” i ciondolanti soldati negri della US Army, gli adolescenti che leggevano Steinbeck, Caldwell, Hemingway, che scimmiottavano Humphrey Bogart, che amavano il jazz, ma che divennero vecchi subito, a vent’anni, “piccoli vecchi” con giacca, cravatta e pantaloni, istradati con pugno di ferro verso l’Italia dei valori sicuri: la famiglia, il lavoro, l’onesta operosità, la democrazia senza avventure. Una generazione fottuta, ambigua e commovente. Generazione di mezzo, che vive oggi la sua difficile “età di mezzo”, che non si può capire se non si risale a quegli anni lontani.

Bambini, vissero la guerra in modo contraddittorio. Perché la guerra per loro fu paura (e la paura di un bambino è molto diversa da quella di un adulto), fu le sirene, gli allarmi, il ronzio insopportabile degli aerei, i bombardamenti, le corse disperate per le strade, i rifugi, i morti, la sorellina che ha perso un occhio e non capisci perché, la fame, il pane nero, la denutrizione. Ma fu anche, per molti, lo sfollamento, la campagna, i giochi all’aria aperta. Così come, nel dopoguerra, si trovarono in un mondo di grandi speranze ma in cui, anche, tutto quello che fino a quel momento era stato loro insegnato non era più vero.

«Tutto quello che ti avevano detto a casa e alle elementari non valeva più, era zero. Nella stessa famiglia avevi la sensazione fisica che quello che era stato non era più: lo zio che aveva avuto la camicia nera, da un giorno all’altro fu cancellato per sempre», dice Guido Gerosa, 44 anni, giornalista. «Ci trovammo ignoranti e sprovveduti di fronte a una realtà completamente nuova», dice Giuseppe Baldini, 47 anni, operaio: «Scoprivamo i partiti che per noi avevano nomi molto belli, fascinosi. Ma non sapevamo che cos’erano. lo mi ricordo che una volta vidi un manifesto del Partito liberale e dissi: “Che bello, è il più bel partito del mondo”. Eravamo bambini e credevamo alle parole».

IL LAVORO. LA CARRIERA, IL POTERE.

Credevano alle parole. E credettero quindi anche ai genitori che dicevano loro: «Arriverete a quarant’anni». I quarant’anni erano, infatti, a quell’epoca l’ “età dell’oro”, il momento in cui l’uomo, allo zenit delle sue forze, raccoglie i frutti di un giudizioso lavoro, il momento del potere e delle soddisfazioni. E questi piccoli adulti in giacca e cravatta si avviarono ubbidienti per la strada delle loro carriere, sicuri del premio finale. Ma non si erano accorti (né potevano) che la generazione che li aveva immediatamente preceduti, coloro che avevano vent’anni alla fine della guerra, approfittando del crollo della vecchia classe dirigente, il potere lo avevano preso subito. E non lo avrebbero mollato più.

Questo accadde soprattutto nei mestieri più prestigiosi, nella politica, nelle lettere, nel giornalismo, negli alti gradi della amministrazione pubblica, negli enti di ricostruzione, in quella che sarebbe stata poi l’industria di Stato. E ogni volta che gli attuali quarantenni tentarono di reclamare il proprio posto al sole, si sentirono immancabilmente rispondere: «Fermo tu, che non hai fatto la guerra, che non hai fatto la Resistenza, che non hai fatto questo e quello».

«Noi», dice ancora Guido Gerosa, «ci siamo sempre trovati di fronte a uomini poco più vecchi di noi che ci sbattevano in faccia gli anni persi in guerra, nei campi di concentramento, gli anni della Resistenza. Sarà anche vero, ma è altrettanto vero che quegli anni li hanno fatti fruttare, eccome, che si trovarono davanti della terra bruciata, che la conquistarono tutta e che per trent’anni la difesero contro di noi con metodi prussiani».

Schiacciati dai loro fratelli maggiori, i quarantenni mancarono il “boom” economico e subirono la peggiore delle beffe nel ‘68 con l’irrompere delle masse giovanili sulla scena italiana. Dopo anni di lista di attesa, nel momento in cui, secondo le parole dei padri, stavano per raccogliere i frutti di anni di paziente lavoro e di cocenti frustrazioni, furono scavalcati dall’ondata del giovanilismo. Loro che il potere non l’avevano mai avuto, furono contestati, irrisi, messi da parte. Ciò accadde in tutte quelle professioni in cui si gioca l’eterno gioco del potere. Un po’ meno nell’industria dove alcuni quarantenni sono riusciti ad agganciarsi alla rivoluzione tecnologica, ai modelli di efficientismo e di giovanilismo manageriali derivati dagli Stati Uniti. Ma anche in questo caso i quarantenni hanno grossi problemi.

«Attualmente», dice Sandro Soravia, 46 anni, ex-dirigente della Renault che ha abbandonato tutto per aprire una bottega di ceramica ad Albisola, «c’è la concentrazione della tua produttività in un arco brevissimo, vent’anni non di più. Per cui a quarant’anni o hai raggiunto certe posizioni o non le raggiungerai più. Oggi nessuna azienda investe in un uomo che ha solo dieci anni di lavoro davanti». Per cui il quarantenne dei nostri giorni si trova di fronte a questa alternativa: o non è arrivato e nel suo futuro non c’è che una grigia routine aziendale, oppure lo è, ma i ritmi di lavoro e di sfruttamento sono tali per cui non può godersi la vita.

Oltretutto, anche se non si è megadirigenti, i quaranta sono gli anni in cui a un uomo che lavora è oggi richiesto il massimo. «Dieci anni fa», dice Gaetano Pecorella, 39 anni, avvocato, «avevo una quantità di tempo incredibile per le cose mie. Dieci anni fa, di questa stagione, era normale che io fossi in piscina o su un campo di tennis. Oggi non è nemmeno pensabile».

«E in fondo», dice un pezzo grosso della Fiat, «quando da ragazzi sognavamo il posto dietro una scrivania da dirigente era, diciamo la verità, anche perché pensavamo che il potere significasse, come per i nostri padri, godersi finalmente la vita, il denaro, i viaggi, compagnie interessanti, l’ammirazione di chi ti circonda, una donna. Oggi niente di tutto questo è più vero».

Paradossalmente (ma non troppo), i quarantenni che vivono meglio nel mondo del lavoro sono quelli che la carriera non l’hanno fatta o vi hanno rinunciato da tempo. «C’è perlomeno», dice Costantino Ruggiero, 39 anni, funzionario della Pirelli, «la possibilità delle soddisfazioni mediocri, quelle legate al tempo libero, una partita a tennis, una buona mangiata con gli amici, un viaggio, una nuotata nella piscina del club. Mi rendo conto che il fallimento del mio lavoro è di essere inserito in una struttura dove tutti entrano per diventare dirigenti e di non esserci arrivato. Ma non riesco a dispiacermene».

IL RUOLO.

Ma il fatto più importante che distingue i quarantenni di oggi da quelli di ieri è la perdita del proprio ruolo. Il lettore ricorderà, forse, il quarantenne della Voglia matta, il Tognazzi che perde la testa per una Catherine Spaak deliziosamente adolescente. «Quel quarantenne», dice lo stesso Tognazzi «era un uomo sicuro di sé, del proprio lavoro, del proprio denaro, del proprio fascino di quarantenne, del posto nella società che spettava a quelli della sua età. E la gag del film sta proprio nel contrasto fra questa sicurezza e l’irridente comportamento dei ragazzini».

Oggi non è più così. Adesso il quarantenne, lungi dal voler marcare la differenza fra sé e i ragazzi, come faceva il commendatore della Voglia matta, cerca di mimetizzarsi, di assomigliare ai giovani, si veste come loro, ascolta i loro dischi, parla il loro linguaggio. C’è tutto il fenomeno del giovanilismo a dimostrarlo. E se il fatto che un uomo di quarant’anni possa, se lo desidera, vestire come i giovani, frequentarli senza assurde barriere generazionali, è sicuramente liberatorio e positivo è anche vero che ha il suo rovescio della medaglia. Sopraffatto dal giovanilismo imperante il quarantenne, già in crisi di identità per conto suo, non sa più chi è. Incravattato e ingiacchettato goffamente era stato un giovane vecchio, ora si trova a essere un vecchio giovane. Emula i giovani, li copia, ma sotto sotto li odia. Scruta il suo corpo, oggi molto più efficiente e levigato di ieri, ma ha paura del crollo di cui avverte qua e là i primi segni. «Il quarantenne oggi», dice Umberto Dragone, 42 anni, assessore al Bilancio di Milano, «è come Dorian Gray di fronte al ritratto. Se non è stupido sa che lo specchio si rompe tutto di un colpo: che si passa improvvisamente dai quaranta ai sessanta. E proprio perché ha avuto una giovinezza più lunga l’attuale quarantenne è meno disposto ad accettare questa realtà».

Pochi quindi riescono a giocare con serenità questa giovinezza prolungata. Anche perché avere un bel corpo da possibilità è passato a imperativo categorico. Il corpo è un passpartout sociale, serve nel lavoro, per gli affari, con le donne. Neanche con la propria moglie il quarantenne può abbandonarsi. «Anche il femminismo ci ha messo lo zampino», dice il professor Cassano, 41 anni, aiuto di psichiatria a Pisa, «Prima il quarantenne si imponeva con il suo corpo, obeso, pesante, imponente e la donna lo subiva. Oggi la donna chiede al marito una levigatezza pari alla sua».

IL SESSO, L’AMORE, IL MATRIMONIO.

Un tempo il quarantenne si prendeva la cotta per la ragazzina. Era un classico. Oggi la cotta del quarantenne non esiste quasi più. I motivi sono tanti. «Innanzi tutto si sono accorciate le distanze fra i due», dice Gianni Muccini, pubblicitario, 39 anni: «Di fronte non ci sono più la ragazzina implume, Catherine Spaak, e il commendatore-vecchio-porco, Tognazzi. Oggi la ragazzina è molto più adulta e d’altro canto il quarantenne, salvo casi disperati, è molto meno commendatore».

L’avvicinarsi dei due mondi li ha resi quindi reciprocamente meno fascinosi e sturbanti. Inoltre la cotta era tipica di un certo quarantenne che si era sposato presto, aveva vissuto vent’anni guardando solo sua moglie, senza osare alzare gli occhi su altre donne « perbene », e al massimo, come diversivo, era andato con qualche prostituta. Questo quarantenne era una pentola a pressione pronta a scoppiare in ogni momento.

Il quarantenne di oggi ha avuto una storia diversa. È vero che ai suoi tempi si è sposato nel modo tradizionale, con una ragazza perbene, «per sistemarsi, per mettersi a posto anche se credeva che fosse amore», come dice Italo Cavalleri, 47 anni, industriale. Però aveva solo trent’anni quando si sono aperte le cateratte della liberazione sessuale. Ha avuto il tempo di partecipare alla grande abbuffata e se ha rotto il matrimonio l’ha fatto a quell’età. Dopo ha riacquistato un certo equilibrio.

Ma, cotta a parte, come si trova oggi il quarantenne di fronte alla rivoluzione del costume, alle ragazzine scatenate, al nude-look? Quel quarantenne che da ragazzo aveva compagne calate in armature inespugnabili, con le loro gonne lunghe plissettate, le camicette a sbuffo, il gros grain, la sottoveste, il reggicalze, le calze di nylon (le “calze fini” come si chiamavano allora) fino a luglio, i tacchi a spillo impossibili, i reggiseni resistenti come una cotta di maglia spagnola?

«lo», dice Dragone, «mi ci trovo benissimo. Ho un ricordo malinconicamente penoso delle mie compagne di scuola. Le ricordo piccole, grassocce, un poco foruncolose. Ci mettevano ore a vestirsi perché avevano mille problemi, mille accessori da accordare: la borsetta, il foularino, la collanina. Era uno strazio. Per non parlare del tempo passato dal parrucchiere o dalla sarta. Quindi il nuovo modo di vestire delle donne l’ho vissuto in modo liberatorio: perché è più bello, più gradevole, più facile. Oggi, vivaddio, la donna è diventata una compagna che può venire con te dovunque e in qualsiasi momento. Come in modo liberatorio ho vissuto il cambiamento della morale sessuale. Quando avevamo vent’anni, brutti e foruncolosi, i nostri rapporti con le ragazze erano dominati da una grande ossessione del sesso. Ci giravamo intorno tutte le ore di tutti i giorni dell’anno: “la dà o non la dà”. Normalmente non la dava. Ma se la dava era anche peggio perché la dovevi sposare. E ti trovavi legato a vent’anni senza neanche sapere perché. E se la invitavi due volte a cena, ecco che cominciava una storia perché lei ti diceva: “Per chi mi hai preso?”. No, infinitamente meglio oggi. C’è più cameratismo. Anche la donna, finalmente, è diventata un essere umano».

Il quarantenne vive quindi in modo più sciolto il rapporto con le donne e col sesso e ne è contento (anche se quando ne parla compaiono qua e là pudicizie antiche). Ma anche se ha più facilità di rapporti camerateschi con le ragazze giovani, è difficile che abbia flirt con loro. Perché il quarantenne di oggi, rispetto al quarantenne-vecchio-porco di ieri, non ha molti vantaggi sul ventenne che ha la macchina come lui e denaro quanto basta. «Tra l’altro», dice sconsolato Muccini, «oggi la ragazza si trova davanti un tipo incasinato e inquieto che per di più ha quarant’anni. E non ci va».

Inoltre il quarantenne, e in questo denuncia la sua età, non vuole fare fatica e di fronte non ha più Lolita (che non pone problemi, se non sessuali) ma la femminista. Infine, ed è la ragione più profonda, solo in casi rarissimi i quarantenni sposati sono disposti a mettere in pericolo il loro matrimonio per un’avventura. «C’è con mia moglie un tale patrimonio di esperienze vissute insieme, di ricordi, di affetto, di affinità duramente conquistate che non potrei mai metterlo in pericolo per un’avventura. C’è troppa sproporzione di valori». Così dice Sandro Soravia, ma il suo è il pensiero di quasi tutti i quarantenni interpellati.

L’AMERICA, LA CULTURA E LA POLITICA.

I quarantenni, qualunque sia l’idea politica che professano, vogliono bene all’America. A differenza dei trentenni (come il sottoscritto) che l’hanno ignorata o dei ventenni che sono scesi in piazza contro, i quarantenni sono nati e in parte vissuti col mito dell’America. «La nostra generazione», ammette Dragone, «ama follemente l’America. Gli americani sono stati per noi bambini i liberatori. E nell’America c’era tutto quello che volevamo e desideravamo: la libertà, il jazz, il cinema, le donne, le grandi città. Divoravamo i gialli d’azione che ci venivano da là: anche se finivano in melassa, ti spiegavano che il sindaco era un ladro, il governatore un corrotto, il poliziotto un gangster, e tutto questo ci sembrava un segno di grande libertà. Ovviamente con gli anni ’60 ci siamo accorti che l’America non era quella “roosveltiana” dei buoni sentimenti, ma anche quella dell’imperialismo e della guerra. Ma l’amore è rimasto. Almeno l’amore per una certa America. E quando, finalmente, qualche anno fa sono andato in America per la prima volta ho stupito tutti, mi destreggiavo benissimo fra le strade di San Francisco e Los Angeles, sapevo a memoria certi incroci: perché avevo letto Raymond Chandler e visto i film gialli americani».

Politicamente i quarantenni appartengono, in linea di massima, alla sinistra riformista (diciamo PCI e PSI). Del resto, sfortunati come sempre, non hanno mai vissuto un momento di esplosione e di entusiasmo, neanche finto come il ‘68. L’unico momento caldo, perlomeno per quelli di loro che militavano a sinistra in anni meno facili, fu forse il luglio del ‘60. Ma ci pensò il PCI a calmare ogni bollore. E così, per esempio, al collega Gian Franco Venè che tutto trepidante e speranzoso telefonò a l’Unità. «Siamo qui Bianciardi e io, che facciamo?», il redattore culturale, Giancarlo Ferretti, rispose senza scaldarsi affatto: «Aspettiamo disposizioni. State boni». «In questo modo», commenta malinconicamente Venè, «finì il nostro sogno d’azione. E poco dopo finì anche la nostra fronda all’interno del PCI. Nel cui moderatismo, quelli come me oggi si ritrovano».

Al ‘68 non hanno partecipato. Lavoravano già quando arrivò e il ‘68 fu un movimento esclusivamente studentesco. Lo lessero quindi sui giornali e lo videro dalle finestre dei loro uffici. Con un certo disappunto, alcuni, perché gli pareva di aver mancato di poco una bella festa. Chi, per ragioni particolari, vi ha partecipato ne è uscito deluso e con le ossa rotte.

Dice il professor Pecorella: «Il ‘68 colse noi assistenti universitari del tutto impreparati. La politica era stata per noi solo i parlamentini universitari o, al massimo, un fatto di cultura, mai un impegno diretto. La ventata del ‘68 ci ha preso quindi con tutto l’entusiasmo e le ingenuità dei neofiti e ci buttammo nella mischia. Adesso però, a dieci anni di distanza, siamo stanchi e spiazzati: i colleghi che se ne tennero fuori sono più avanti di noi, d’altro canto i giovani del ‘68 sono spariti e quelli che ci sono ora hanno altro per la testa. Abbiamo l’impressione di batterci per cose che non hanno più contatto con la realtà».

E così, mentre i “ragazzi del ‘68” si sono tutti tranquillamente reinseriti, incistandosi senza remora alcuna nell’industria (e sfoggiando, spesso, un cinismo sconosciuto ai loro padri), quei pochi quarantenni che parteciparono a quell’avventura sono paradossalmente gli unici a crederci ancora.

I FIGLI.

Il rapporto con i figli è la cosa che funziona meglio nella vita del quarantenne di oggi. Proprio perché lo spazio fra le generazioni si è accorciato. I quarantenni sono sufficientemente giovani, e informati sui problemi dei giovani, per capire i loro figli, e i figli, dal canto loro, non sono più quegli esseri piagnucolosi, imbranati e imbambolati che eravamo noi. «Ho la netta sensazione», dice Dragone, che è un ragazzo-padre con un figlio di undici anni, «di fare molto meno fatica a fare il genitore di quanta ne facesse mio padre. E che mio figlio faccia molto meno fatica a fare il figlio di quanta ne facessi io. C’è oggi, e lo vedo anche con i figli di molti miei amici, un cameratismo vero fra padri e figli che era sconosciuto e impossibile ai tempi nostri e che rendeva tutto più difficile».

L’ETÀ DI MEZZO.

I quaranta sono un’età difficile, oggi come ieri, perché segnano il momento dei consuntivi e dei bilanci. Ci si accorge, a volte, di avere sbagliato le scelte o, meglio, di non averne fatte per nulla, ma di aver subito quelle che per noi hanno fatto gli altri o le circostanze. E monta allora una tremenda angoscia perché ci si rende conto che è l’ultimo tempo utile per dare un colpo di timone alla propria vita. Domani non si farà più in tempo. Anche se si cerca di non pensarci, sale nelle ossa un molesto “sensus finis” che stringe la gola. La vecchiaia, l’addio definitivo alla giovinezza, è dietro l’angolo dei cinquanta. E in un mondo dove sta finendo la società patriarcale e dove un anziano, che non abbia conquistato posizione di potere, non può aspettarsi benevolenza o gratificazione alcuna, la vecchiaia fa più paura che mai.

Ma quasi tutti “questi” quarantenni accettano di andarvi (starei per dire: di esservi condotti, come al macello), senza dare almeno gli ultimi colpi di coda. È una generazione, questa, che non è mai stata coraggiosa. E non per colpa solo sua. «La paura che, bambini, provammo durante la guerra ci ha seguito, sia pure inconsciamente, anche dopo», dice Italo Cavalleri che pur è uno dei pochi che una scelta coraggiosa l’ha fatta, abbandonando a quarant’anni la propria industria per fare il fotografo: «Siamo stati educati ad aver paura, anche dopo. Io mi ricordo che mia madre mi metteva la pancerina e che io questa pancerina l’ho portata poi fino alle soglie dei quarant’anni. È stato necessario che mi liberassi psicologicamente della mia famiglia, che abbandonassi un lavoro per cui non mi sentivo tagliato, che lasciassi una moglie sposata troppo presto per sbarazzarmi finalmente anche della pancera».

Quasi tutti invece la “pancera” se la sono tenuta. Non hanno saputo o potuto mettere in discussione le scelte fatte per loro dai padri e dai loro fratelli maggiori. Soprattutto questi ultimi (gli uomini che hanno oggi cinquanta-sessant’anni) hanno giocato spietatamente contro gli attuali quarantenni. Impadronitisi dei valori e delle speranze del dopoguerra, quegli scafati ventenni li hanno usati contro i loro romantici e sprovveduti fratelli minori. O, per usare l’espressione amara di uno di questi quarantenni: «Hanno portato le parole nuove con spirito antico. E noi bambini ci abbiamo creduto».

L’Europeo, settembre 1977.

1 reply

  1. Mah, tutto questo “fallimento”…
    Tenendo presente che le decisioni politiche non le prendono i cittadini ma coloro che hanno il potere (cioè soldi) e nel nostro caso si trovano pure fuori dal nostro Paese, non mi pare che tutto questo “fallimento” ci sia stato.
    In tanto in europa 75 anni di pace ( mai successo); poi l’ aumento della speranza di vita, l’ aumento della popolazione globale, l’ innegabile benessere che anche i più poveri sperimentano se messo a confronto con quello dei loro avi. E più andiamo indietro nel tempo e peggio era: anche i bambini puù piccoli, che non avevano accesso a cure ed istruzione gratuiti, per lo più lavoravano duramente. Come ricordo sempre i Sassi di Matera non erano un’attrazione turistica ma tante abitazioni in cui ci si assembrava anche nel dopoguerra.
    Detto questo la globalizzazione – soprattutto attraverso la crescita esponenziale della popolazione e la distruzione di ogni diversità culturale, territoriale e ogni modo di vita alternativo a quello consumistico-occidentale – ovviamente tende a minare il benessere ottenuto a prezzo di tanto sangue e tanti sacrifici. Ma saranno le nuove generazioni a metterci una pezza. Le “vecchie” hanno fatto il loro lavoro, ed il fatto stesso che i “giovani” possano manifestare ad libitum e studiare, e vestirsi, viaggiare e divertirsi senza rinunciare a tutto e spezzarsi la schiena come hanno fatto i loro nonni, mi pare già una bella conquista.

    Ora sta a loro smetterla col “bla bla bla”, ma il Potere – nel senso degli infiniti interessi sempre più globali che si incontrano in una immensa eterogenesi dei fini – come sempre conta sui giovani per rinnovare i propri strumenti. Occorre diversificare il mercato globale, ormai saturo di consumi obsoleti. E via con lo storytelling del “salvare il Pianeta” e con l’ operazione Greta e Co.
    Vediamo poi nei fatti quanto questa “rivoluzione etica” si concretizzi: la montagna, quando va bene, partorisce un topolino e cambiano solo i “prodotti” da immettere sul mercato e non lo sfruttamento della terra e dell’ aria, che semplicemente si diversifica o cambia nome. Tra qualche anno saremo 10 miliardi e tutti vorranno – saranno spinti a – consumare “all’ occidentale”. Poco importa se i miliardi (es) di auto in più saranno elettriche o a benzina: da qualche parte l’ energia in più , e sarà tanta, dovrà essere generata e le modalità di generazione ed erogazione – con i relativi dispositivi – dovranno essere manufatti e sostituire i vecchi, che dovranno essere… smaltiti, non scompariranno certo per incanto.
    Se ci mettiamo in sovrappiù il sangue che verrà versato, concretamente attraverso guerre di “posizionamento” e relative “sanzioni” e nominalmente sotto forma di posti di lavoro persi grazie alle nuove tecnologie e alla non spendibilità di lavorarori anziani e/o obsoleti…
    Bisogna che tutto cambi… ecc…ecc… Siamo sempre lì.

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