Attenti a Florence d’Arabia

(Marcello Veneziani) – C’è un boy scout fiorentino di 46 anni che da tempo si aggira imbottito di tritolo per i Palazzi e gli anfratti della politica. Il suo nome d’arte è Florence d’Arabia, per la sua dimestichezza coi sauditi, gli emiri e i loro regni. Baby pensionato, ha vissuto anni di gloria e poi d’infamia e non si rassegna ad avere un grande avvenire alle spalle, non può accettare la sorte precoce di aver finito la sua parabola a quarant’anni e di essere considerato un ex per il resto della vita.
Appare ai più una mina vagante, una minaccia; Letta e Conte se lo sognano ancora la notte… Nel giro di poco tempo bruciò tutte le tappe, fino a diventare Capo d’Italia, e in altrettanto poco tempo bruciò in fretta tutti i gradini in discesa e si ridusse a un lumicino di pochi voti. Era il Gran Simpatico, poi è diventato l’Antipatico per definizione.
La sua capacità di vincere rapidamente, col tempo si tramutò nella capacità di nuocere, fedele al motto di Jep Gambardella nella Grande Bellezza, che il suo potere era di far fallire le feste. Si deve a lui Mattarella al Quirinale, il martirio di Letta, l’inciucetto con Berlusconi; la nascita del governo giallorosso e poi il suo siluramento, il patto clandestino con l’omonimo Matteo. Draghi, in fondo, sta lì perché il boy scout fece saltare la luce e nel buio di una crisi lo aiutò ad attraversare la strada fino a Palazzo Chigi.
Poi Renzi salì sul cammello e sparì nel deserto arabo, per riapparire alle corti saudite nelle vesti di Florence d’Arabia. Si dette ai giochi senza frontiere, da cui pare ricavi lauti proventi. Ormai è un jolly internazionale, consulente di paesi stranieri, perfino in Russia…Del resto lui somiglia davvero al jolly delle carte e la sua funzione è simile a “la matta”, la carta a sorpresa che può riaprire i giochi e rimescolare il mazzo.
Otto anni fa gli suggerimmo: “O’ Renzi non tirà troppo la horda, che poi si spezza”. In quel tempo lui appariva come il berluschino progressista, il craxetto amaro, lo statista futuro, infinito paroliere della politica. Renzi qua Renzi là, piaceva a destra e manca, era l’uomo di domani, giovane di professione, piacione, parlava bene e azzeccò al giochino a quiz la parolina magica per aprire la cassaforte: rottamazione. La password giusta. Così fece carriera veloce, scalò la hit parade della politica applicata alla tv, totalizzò punti come a candy crash. Piacere, sono Matteo dell’Avvenir.
Con tutti faceva il pischello, parlava da pischello e aprì una pischelleria a Palazzo Chigi. E tanto più faceva il ragazzo quando voleva far sentire vecchio, cioè out, il competitore o chi gli stava sui hoglioni (espressione toscana). Ragazzi qui, ragazzi là, chiamava tutti il capo comitiva e noi ci sentivamo tornati a scuola, al bar, insomma tra amici. Scialla. D’altra parte in un paese in cui il primo partito è in mano a un comico e il massimo politologo è Crozza, Renzi è Richelieu.
Gli italiani amano chi racconta loro frizzanti bugie, perché gli italiani a volte sono bambini e amano le favole, i film a lieto fine, gli asini che volano, la finta neve sul presepe e lo zucchero filato. Era onnipresente, onniparlante, onnipotente; poi sparì. Ma gli italiani presto si stancano delle repliche.. Lui ama strafare e così perse d’ambo i lati le simpatie, fece testacoda e cappottò. A me ricordava quel furbetto che per attraversare indenne il fronte, issò una bandiera double face, guelfa per gli uni e ghibellina per gli altri. Passava tra le due trincee opposte tra due ali di militi commossi; ma poi cambiò il vento, s’invertirono le facciate e gli spararono tutti da sinistra e da destra. Perché la fama è un venticello e cambia misteriosamente, come misteriosamente venne. Come i pupi, Renzi soffocò in un rigurgito.
Florence d’Arabia è ora un formidabile guastatore, per le sue manovre usa la complicità della stragrande maggioranza del Parlamento che teme le urne più dell’inferno e vede in lui e nel suo micropartito la polizza per non andarci.
Ora si aspetta il suo colpo di scena e di teatro per il Quirinale. Non sappiamo che pacco stia preparando e a chi. Molti temono passaggi di campo, rivoluzioni copernicane, alleanze scabrose. E per prevenire le sue giravolte lo denunciano preventivamente che sta lavorando per Berlusca al Quirinale.
Il Puer Maleficus, malvisto ormai dai giornaloni, mazzolato dai magistrati, espulso dal Palazzo come un virus, una minaccia e un corpo ostile, alla fine resta l’ago pungente della bilancia. È ormai considerato di centro ma nel senso che c’entra dappertutto, ovunque appare, come lo scazzamuriello della mitologia meridionale, in versione fiorentina. In effetti c’è qualcosa di malefico già nella fisiognomica: la sua cattiveria traspare dalle orecchie di star trek e dal sopracciglio minaccioso. Lo reputammo il nuovo Machiavelli, metà volpe e metà lione, tosco e losco; di machiavellico Matteo non ha il genio ma la perfidia, le orecchie appuntite e forse l’araldica: Machiavelli derivava da “Mali clavelli”, i Mali chiodi che misero in croce Cristo e che figurano nel suo stemma. In attesa della “chiama”, lui gioca minacciosamente coi quattro chiodi per gettare nel panico gli astanti.
Il suo dramma però è che qualunque genialata abbia in mente, può servire a uno scopo distruttivo, può cambiare le sorti degli altri giocatori e perfino delle nostre istituzioni ma difficilmente servirà a ripristinare il circuito di fiducia, consenso e potere intorno a lui. Sembra così condannato solo a produrre malefici o benefici a terzi. Nello scacchiere politico l’unico gioco tattico che gli resta a disposizione è trescare col centro-destra, se non allearsi. Chissà che da quell’alchimia venga fuori un altro Renzi.

Panorama

10 replies

  1. Pd tra silenzi e imbarazzi: la paura di perdere voti e i vecchi conti degli “ex”

    LA “BESTIA” DEM – QUANDO NEL 2017 VIENE IDEATO IL KILLERAGGIO ANTI-STAMPA, RENZI COMANDA IL PARTITO. MA OGGI NESSUNO PARLA

    (di Wanda Marra – Il Fatto Quotidiano) – Nel gennaio 2017, quando Fabrizio Rondolino invia una mail a Matteo Renzi suggerendogli di mettere su una piccola struttura, con tanto di investigatore privato, per dedicarsi alla “character assassination” degli avversari politici (come si legge nelle carte dell’inchiesta Open), il fu Rottamatore ha appena perso il referendum, ha lasciato Palazzo Chigi, ma è ancora segretario del Pd. Si prepara a dimettersi per poi ripresentarsi alle primarie. Sarà rieletto, infatti, alla guida del partito, dopo la scissione di Bersani e una competizione senza brividi. Nel 2018 quando comincia a guadagnare cifre sempre più elevate dalle sue attività di conferenziere e consulente (arriva a 2,6 milioni di euro complessivi tra il 2018 e 2020), fa le liste elettorali, sapendo che quanti più parlamentari sarà in grado di controllare, tanto più la sua sopravvivenza politica sarà garantita. E perde le elezioni. Anche se resta segretario del Pd fino al settembre 2019, comincia a fare un altro mestiere, mentre parallelamente lavora a mettere su il suo partito (che sarà Italia viva), in modo da essere libero di brigare e manovrare sulla scena politica italiana.
    Nel Pd ieri non c’era certamente la fila per commentare i fatti che emergono dalle carte di Open. I deputati e i senatori sono tutti stati messi in lista dalla segreteria Renzi, anche quelli che all’epoca erano i suoi avversari interni. Come i ministri, Dario Franceschini, Andrea Orlando e Lorenzo Guerini, anche se in maniera molto diversa tra loro, con il senatore di Scandicci hanno condiviso pezzi di vicenda politica. Non commenta, però, neanche Enrico Letta, che da Renzi fu defenestrato e che oggi è segretario del Pd. Un silenzio che deriva più che altro dalla voglia di non mischiarsi, dalla decisione di lasciare che l’ex premier si rovini da solo. Letta vuole starne fuori, insomma, anche se al Nazareno ci tengono a ricordare che gli attacchi ai giornalisti sono un attacco alla democrazia. Va detto pure che Letta per mettere Renzi fuori dal suo progetto di Ulivo 2.0 ha aspettato la morte della legge Zan. E tra i dem i ragionamenti che si fanno sono molteplici. A fronte di un rancore crescente dei più nei confronti del loro ex segretario e di uno sdegno inespresso davanti a quanto emerge dall’inchiesta, c’è anche chi reputa che non è il caso di attaccarlo, perché anche se Iv non ha troppi voti, il timore è quello di perdere anche parte di quell’elettorato. Le mosse tra loro contraddittorie di Carlo Calenda, che da una parte non vuole fare il centro con il leader di Iv, dall’altra si unisce al suo gruppo a Bruxelles, dicono qualcosa della posizione ambivalente rispetto al renzismo. Al Nazareno sottolineano il fatto che con la gestione Renzi la segreteria Letta non ha nulla a che vedere.
    Il gruppo del Senato è la dimostrazione plastica che non è esattamente così. A rimborsare 8.363 euro per il viaggio a Johannesburg per le commemorazioni di Nelson Mandela (15-17 luglio 2018), presente anche Barack Obama, è proprio il gruppo dem di Palazzo Madama. Una decisione presa da Andrea Marcucci (allora presidente dei senatori dem) e rimbalzata sul tesoriere, Stefano Collina, uno degli uomini più vicini allo stesso Marcucci. “Le spese dei Gruppi sono finalizzate esclusivamente agli scopi istituzionali”, si legge nel “Regolamento di contabilità dei gruppi del Senato”, che rimanda all’articolo 16, comma 2, del Regolamento di palazzo Madama: i contributi “sono destinati esclusivamente agli scopi istituzionali riferiti all’attività parlamentare e alle attività politiche ad essa connesse, alle funzioni di studio, editoria e comunicazione ad esse ricollegabili, nonché alle spese per il funzionamento dei loro organi e delle loro strutture”. Non è chiaro, dunque, come tale viaggio si giustificasse. Ma la questione si ripropose a novembre, quando il gruppo Pd del Senato finanziò un’iniziativa della corrente renziana a Salsomaggiore.
    Marcucci oggi non è più capogruppo, Collina è ancora tesoriere. Presente all’epoca, anche Luca Lotti, l’autosospeso. A proposito di eredità del renzismo tra i dem.

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  2. imbottito di tritolo?
    a vederlo pare imbottito di rigatoni, panzerotti e altro di commestibile
    se poi si sia magnato pure il tritolo, è possibile, ma dubito ingrassi

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  3. “Anche se resta segretario del Pd fino al settembre 2019”
    Ma neanche per sogno:
    Segretario del Partito Democratico
    Durata mandato 15 dicembre 2013 –
    19 febbraio 2017
    Presidente Gianni Cuperlo
    Matteo Orfini
    Predecessore Guglielmo Epifani
    Successore Matteo Orfini (ad interim)

    Durata mandato 7 maggio 2017 –
    12 marzo 2018
    Presidente Matteo Orfini
    Predecessore Matteo Orfini (ad interim)
    Successore Maurizio Martina

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  4. In Italia non abbiamo la forza per liberarcene, e anche facendo il lobbista internazionale non rinuncerà a condizionare malamente la politica italiana. L’unica speranza e che San Bin stufo dello spezzatino lo releghi a Chianina perché il Re ama l’acquaiolo se ha sete ma gli fa tagliare la testa se ha la cistite.

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  5. “Va detto pure che Letta per mettere Renzi fuori dal suo progetto di Ulivo 2…”

    Che inguaribile ottimista che è la Wanda!

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  6. “Gli italiani amano chi racconta loro frizzanti bugie, perché gli italiani a volte sono bambini e amano le favole, i film a lieto fine, gli asini che volano, la finta neve sul presepe e lo zucchero filato.”

    Stavolta ha superato Scanzi (e di gran lunga).

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  7. La caduta
    Poi l’incantesimo si ruppe: in Cola il sentimento della grandezza, di Roma e sua propria, cominciò a sconfinare nel delirio. Si proclamò cavaliere, nel battistero di San Giovanni, tra grandi festeggiamenti e proclamazioni (che cominciavano a suscitare resistenze e mormorii). Poi, in Campidoglio, fece arrestare i Colonna e gli Orsini che lo avevano sostenuto minacciandoli di esecuzione. Per quella volta fu convinto a soprassedere, ma quelli ripararono nei loro castelli e i Colonna da Marino cominciarono a fare scorrerie contro Roma.

    Cola prima devastò le loro terre, poi li sconfisse nella battaglia di Porta San Lorenzo (20 novembre 1347). Ma intanto la sua mente svaniva: si convertì in tiranno, si abbandonò al lusso e alla gola e spesso non faceva parlamento per la paura che aveva dello furore dello puopolo. Il legato pontificio lo abbandonò, i baroni rialzarono la testa, il popolo non accorse più alle scampanate. Spaventato a morte e dicendosi vittima dell’invidia («Ora nello settimo mese descenno de mio dominio»), Cola si rifugiò a Castel Sant’Angelo, mentre il legato lo dichiarava eretico e nominava nuovi senatori.

    Il ritorno e la morte ignominiosa
    Cola riuscì a fuggire da Roma, travestito da frate, rifugiandosi prima in Boemia presso il re Carlo IV (1346-1378), dove riprese la vita di studioso ed ebbe grandi onori, poi, contro l’opinione generale, decise di andare a presentarsi al papa in Avignone. Il papa era allora Innocenzo VI, che prima imprigionò blandamente Cola, poi lo esaminò, riconobbe che non era eretico e si convinse a revocare il suo processo e a rimandarlo a Roma, con il cardinale di Spagna Egidio Albornoz, suo legato: «Cola de Rienzi con questo legato iessìo de Avignone purgato, benedetto e assoluto». Era il 24 settembre 1353.

    Durante il viaggio verso Roma fu fatto segno a grandi manifestazioni di meraviglia per essere scampato e, almeno a parole, di consenso politico. Ma il potere chiede denaro. A Perugia il legato non sborsò uno scudo, ma nominò Cola senatore e lo autorizzò a rientrare a Roma. Cola riuscì con qualche fatica a farsi finanziare il viaggio e una compagnia di qualche centinaio di armati, fra mercenari tedeschi e cittadini di Perugia, da Arimbaldo de Narba, perugino, che aveva convinto di poter diventare, con lui, signore di Roma (“lo fantastico piace allo fantastico”, chiosa l’Anonimo).

    Arrivato a Roma, il popolo gli uscì incontro con grande cordialità, mentre «li potienti stavano alla guattata», e lo accompagnò festoso da porta Castello fino al Campidoglio, ascoltò entusiasta il suo discorso – tuttavia alla fine delle cerimonie di rientro «non fu chi li proferissi uno povero magnare.» Presto però si vide che l’uomo, pur mantenendo la sua grande abilità oratoria, era diventato un grasso ubriacone incline a straparlare, assetato di vendetta contro chi lo aveva scacciato da Roma, traditore per giunta, giacché fece condannare i suoi sostenitori perugini per confiscarne i beni, e, costretto com’era a procurarsi denaro per mantenere i suoi soldati, anche esoso.

    Le nuove gabelle che infliggeva lo resero presto inviso. L’8 ottobre 1354, un suo capitano che aveva destituito sollevò il popolo e lo condusse sul Campidoglio. Là Cola, abbandonato da tutti i suoi, tentò per l’ultima volta di arringare i romani, che risposero dando fuoco alle porte. Cola allora cercò di scampare travestendosi da popolano pezzente, alterando anche la voce. Ma fu riconosciuto dai braccialetti che non si era tolto («Erano ‘naorati: non pareva opera de riballo»), smascherato e condotto in una sala per essere giudicato:

    «Là addutto, fu fatto uno silenzio. Nullo uomo era ardito toccarelo», finché un popolano «impuinao mano ad uno stocco e deoli nello ventre.»

    Gli altri seguirono, ad infierire, ma Cola era già morto. Il cadavere fu trascinato fino a San Marcello in via Lata, di fronte alle case dei Colonna, e lì lasciato appeso per due giorni e una notte. Il terzo giorno fu trascinato a Ripetta, presso il Mausoleo di Augusto, che era sempre un territorio dei Colonna, lì bruciato (commenta l’Anonimo: «Era grasso. Per la moita grassezza da sé ardeva volentieri»), e le ceneri disperse.

    (da wikipedia, COLA DI RIENZO = la storia si presenta come tragedia e si ripropone come farsa)

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  8. Si vocifera, a florence, che voglia aprire un ristorante “il fenice”. Attenzione, cari avventori, a ordinare un brodo.

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