Governare e comandare

(Pietrangelo Buttafuoco) – Alle 7:30 del mattino di ieri davanti a Palazzo Chigi, a Roma – la sede del governo – tutto un clangore di transenne incastrate a perimetrare il vuoto. Dopodiché grappoli di poliziotti in mimetica sparsi intorno, uno dei quali – perfino pacioccone nell’aspetto, con l’uniforme ordinaria – con un manganello in pugno. In altri tempi (…), in quella sede, tutto un allegro andirivieni di passanti: la fantasia al potere. Adesso, al contrario, solo legge e ordine. E nessuno più intorno. Dice, la pandemia. Ma ditelo, però: una gran comodità. Non c’è da governare, c’è solo da comandare.

2 replies

  1. L’uomo che abolisce quota 100 becca la pensione con quota 99

    LA PRIMA DI DRAGHI – PENSIONI – IL PREMIER DICE AI SINDACATI: “PENSATE AI FUTURI LAVORATORI”, MA È ANDATO IN QUIESCENZA A 59 ANNI A 14MILA EURO LORDI MENSILI

    (di Salvatore Cannavò – Il Fatto Quotidiano) – La misura che abolirà quota 100 passando per quota 102 e 104, è gestita da un “baby pensionato” che ha ottenuto l’assegno previdenziale con quota 99. Mario Draghi, infatti, come aveva documentato Il Fatto già qualche anno fa, è andato in pensione nel 2006, quindi a 59 anni, dopo una carriera fatta di dottorato di ricerca negli Stati Uniti, ricercatore a Trento, direttore esecutivo nella Banca mondiale e poi l’ingresso nell’amministrazione pubblica. Assumendo che abbia riscattato la laurea, ottenuta nel 1970, si tratta di circa 40 anni di lavoro che sommati ai 59 di età lo portano a quota 99.
    L’assegno pensionistico gli fu liquidato dall’Inpdap, l’ente previdenziale dei funzionari pubblici poi accorpato all’Inps, e consisteva in 14.843,56 euro mensili lordi, per un importo netto di 8.614,68 euro.
    Una soluzione possibile se si tiene conto dell’evoluzione della legislazione previdenziale. Prima della riforma Amato del 1992, infatti, il lavoratore riceveva una pensione il cui importo era collegato alla retribuzione percepita negli ultimi 5 anni di lavoro. Dopo, il calcolo retributivo si estende gradualmente a tutto l’arco della vita lavorativa mentre con il governo Dini nel 1995 viene istituita la distinzione attuale tra regime contributivo (pensione commisurata non più alle retribuzioni ma ai contributi versati per coloro che iniziano a lavorare dopo il 1995) e regime retributivo riservato solo a coloro che hanno già ottenuto 18 anni di versamenti. Il sistema misto viene riservato a chi nel 1995 ha meno di 18 anni di contributi.
    Draghi, nel 2006, quando assume l’incarico di governatore della Banca d’Italia, rientra nella prima tipologia e, ai fini della pensione può vantare rilevanti stipendi di dirigente dello Stato visto che è stato direttore del Tesoro fino al 2001 e poi, dal 2002 al 2005, vice chairman e managing director di Goldman Sachs International. Dopo la pensione, con l’incarico di governatore della Banca d’Italia, arriverà a maturare un’indennità che, nell’anno di conclusione del mandato, il 2011, raggiunge i 757.714 euro.
    Questa condizione speciale di “quota 99” non gli impedisce però di costruire la narrazione dei giovani contro i cattivoni del sindacato che tutelano solo gli anziani e che ostacolano le nuove generazioni. Il sindacato non brilla certo per capacità di relazione con i più giovani, ma in questa visione, che Draghi ha iniziato a diffondere già nell’incontro dell’altra sera con gli studenti dell’Itis Coccovillo di Bari. La narrazione è stata poi pienamente rilanciata da Elsa Fornero, l’autrice della famigerata riforma e oggi consulente dello stesso governo Draghi, in un ampio articolo su La Stampa contro Maurizio Landini accusato di non pensare ai giovani e di occuparsi solo di quota 100.
    Parlare di pensioni, però, non significa parlare di pensionati, ma di coloro che in pensione ci devono ancora andare, cioè di lavoratori. Vecchi e giovani.
    Come ha ben sottolineato Fausto Bertinotti in un’intervista si tratta sempre di “salario differito”, quota della retribuzione accantonata per la vecchiaia. Così come è molto parziale desumere che dalle tante riforme degli ultimi trent’anni, fatte sempre solo per innalzare l’età pensionabile e ridurre l’assegno previdenziale, i giovani abbiano guadagnato qualcosa come spiega nell’articolo a fianco il professor Felice Pizzuti. Ma il gioco della contrapposizione generazionale è troppo ghiotto per non farne un ritornello subito ripreso dalla grande stampa. E di cui, ad esempio, deve tener conto anche Beppe Grillo quando calibra le proposte rilanciate ieri sera proprio sulla questione giovanile, sia pure in un senso alternativo a quello del governo. Le idee del fondatore del M5S riguardano il “riscatto gratuito della laurea”, la “pensione di garanzia” per chi, con il sistema contributivo, non avrà una pensione decente e soprattutto una pensione possibile a 63 anni, sia pure solo contributiva, e il resto percepito a 67 anni (come già proposto dal presidente dell’Inps, Pasquale Tridico). Ma mister “quota 99” al momento sembra voler tirare dritto.

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