Vuoto Dario

Voleva il suo fido Salvo Nastasi in Rai. Ma Mario Draghi lo ha rimbalzato. Adesso Franceschini, in decisa rotta col premier, accarezza l’idea di sostituire Mattarella al Quirinale. Possibilità? Nessuna.

(tag43.it) – Ma che ha in testa Dario Franceschini? Pare che Mario Draghi non abbia usato parole tenere parlando del ministro dei Beni culturali e del Turismo con alcuni interlocutori del Pd, il segretario Enrico Letta in primis. Tra i due non c’è mai stato feeling, ma dopo il battibecco in Consiglio dei ministri di qualche giorno fa, finito sui giornali non certo per mano del premier, ora siamo ai ferri corti. Tutto era nato per il diniego di Draghi – reiterato più volte, vista l’insistenza del ministro – alla proposta avanzata da Franceschini di nominare al vertice della Rai il suo fidatissimo Salvatore Nastasi, segretario generale del ministero da lui retto.

L’impossibile speranza di andare al posto di Mattarella

Una nomina che Franceschini riteneva di sua pertinenza, e per la quale si è molto offeso non solo che Draghi avesse scartato Nastasi, ma che non avesse condiviso le scelte che aveva in animo di fare. E che poi hanno portato al vertice della tivù di Stato l’ancora per poco sovrintendete dell’Opera di Roma Carlo Fuortes (al neosindaco Roberto Gualtieri spetta indicare il nome del successore alla guida del teatro). Inoltre, il presidente del Consiglio si è lamentato con il segretario del Pd di aver ricevuto richieste di vario genere dal ministro, anche e soprattutto al di fuori degli ambiti di sua competenza.

Dario Franceschini spera di sostituire Mattarella al Quirinale
Dario Franceschini e la moglie Michela Di Biase al Festival di Venezia 2021 (Getty Images).

Draghi lo ha messo nella sua black list

Ma, si sa, Franceschini, che nel Pd ha realizzato anche la mozione degli affetti sposando in seconde nozze Michela Di Biase, consigliera del partito in Regione Lazio, è noto per essere, e sentirsi, un capo corrente. E come tale si comporta. In più, il ministro ferrarese si sente un candidato alla presidenza della Repubblica, carica per la quale ritiene di avere non poche possibilità di successo. Quasi come Silvio Berlusconi. E come nel caso del Cavaliere, non si rende conto che invece sono pari a zero. Tanto più ora che Draghi lo ha definitivamente messo nella sua black list.

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3 replies

  1. Le lacrime ignorate della viceministra (e dei lavoratori)

    (di Silvia Truzzi – Il Fatto Quotidiano) – Lo sappiamo, anche i ministri piangono. I lettori ricorderanno certo le lacrime di Elsa Fornero – era il novembre del 2011 – mentre durante la presentazione del decreto Salva Italia annunciava i sacrifici e il taglio delle pensioni (ancora non si era capito che c’era quel problemuccio degli esodati, né lo si capì – giorni dopo – quando Cesare Damiano lo segnalò in Commissione Lavoro).
    Quelle lacrime hanno fatto il giro del mondo, un esercito di commentatori si è commosso al cospetto del volto umano dei tecnici. Anche allora sui giornali si sprecavano lodi per i loden e altre sobrie qualità del neonato governo dei professori (certo nulla in confronto ai migliori di oggi, ma insomma l’aria era quella).
    Poi ci sono state le altrettanto celebri e celebrate lacrime di Teresa Bellanova (era il maggio 2020), che annunciava, da ministra dell’Agricoltura, la sua legge-sanatoria per far emergere lo sfruttamento e combattere il caporalato nei campi. “Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili”, aveva detto in conferenza stampa (per la cronaca: non è andata proprio così dato che in un anno, a maggio 2021, era stato esaminato il 12 per cento delle peraltro poche domande).
    Giornali e tv si erano lasciati andare a lunghe riflessioni sulle ragioni profonde di quelle emozioni impossibili da trattenere, anche perché il duo Salvini-Meloni s’era subito indignato (ma come? Prima il pianto italico!). Teresa Bellanova, oggi viceministra alle Infrastrutture, in quella sanatoria ci credeva così tanto che aveva perfino messo sul tavolo le dimissioni (poi fu “ritirata” in gennaio da Renzi).
    Come non ricordare il suo passato da giovane bracciante agricola? Anche gli ex sindacalisti hanno un cuore e soffrono (forse non molto per i lavoratori licenziati grazie al Jobs act di cui Bellanova si occupò da sottosegretario al Lavoro: “Si tolgono alibi a chi si è mascherato dietro l’articolo 18 per non assumere”).
    Questo ci fa venire in mente che l’altro giorno un’altra esponente del governo, la viceministra Alessandra Todde, si è commossa (molto compostamente) alla fine di un confronto con gli operai dello stabilimento Whirlpool di Napoli, chiuso quasi un anno fa. Se non avete visto il video è perché almeno finora non se l’è filata quasi nessuno, a parte i quotidiani locali: Alessandra Todde, viceministra del Mise, è dei 5Stelle e sorge il dubbio che siano lacrime meno degne di nota.
    Ma vi immaginate se a essere immortalata con gli occhi velati e con in braccio la figlia di un disoccupato fosse stata una Maria Elena Boschi?
    O una Marta Cartabia?
    Per non dire dell’esplosione che avrebbe prodotto un Draghi o anche solo un Cingolani con ciglio umido e bimbo al collo.
    Per dire: quando nel 2017, alla presentazione torinese di un film sugli esodati (L’esodo di Ciro Formisano), l’ormai ex ministra Fornero si mise di nuovo a piangere si parlò più delle sue lacrime che delle storie dei protagonisti, rimasti senza lavoro e senza pensione. Questo non lo diciamo per mettere in dubbio i sentimenti di Elsa Fornero, ma per sottolineare le bizzarre sensibilità del nostro sistema dell’informazione.
    Ieri il giudice del Lavoro si è riservato di decidere sul ricorso presentato dai 320 lavoratori napoletani contro i licenziamenti. In attesa di sapere di come finirà, per commuoversi davvero si può vedere (sul sito del Mattino) il video dell’assemblea che i dipendenti Whirlpool hanno fatto con la viceministra Todde.
    Le lacrime degli operai che raccontano le paure, le notti insonni, le preoccupazioni per i figli, la rabbia per essere stati dimenticati stringono il cuore. E dovrebbero avere dignità di stampa, in un Paese dove il lavoro è diventato un lusso per pochi.

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