Elettori demotivati, non convertiti all’establishment

(Marcello Veneziani) – Non raccontate la bufala che gli italiani col voto amministrativo si sono scoperti moderati e progressisti, si sono convertiti all’establishment e hanno abbandonato le posizioni estreme e radicali del cosiddetto sovranismo. Non è stato un voto d’opinione.

Gli italiani per metà non sono andati a votare perché nella contesa non erano in gioco i temi di fondo, anzi non era in gioco la politica; erano demotivati. E per metà hanno votato come di solito votano alle amministrative, riferendosi a persone, situazioni e problemi, a prescindere dal quadro generale e dal voto d’opinione. Nessuna sorpresa è venuta dalle urne, se non nella dimensione di alcune affermazioni e alcune sconfitte. Una diserzione massiccia degli elettori, un mezzo disastro annunciato per i candidati del centro-destra, un’affermazione scontata per i candidati del centro-sinistra, nessun colpo di scena degli outsider e il previsto crollo dei grillini. Nulla che non fosse già previsto in un voto che ha confermato le situazioni precedenti, salvo le sindache grilline.

Il crollo delle affluenze è qualcosa di più di una disaffezione, è una forma anonima e selvatica di “antipolitica” contro i suoi candidati neutri, a volte intercambiabili coi loro avversari. Nessun “sovranista” è uscito sconfitto dalle urne per la semplice ragione che non era candidato. Mezza Italia non ha votato perché non erano in ballo alternative credibili all’Apparato (rappresentato dal centro-sinistra e dai tecnici) e ha trovato scadente l’offerta opposta.

La gente avverte la scarsa incidenza se non l’irrilevanza della politica nel tempo del governo Draghi; lo scrivevamo già prima delle elezioni, Draghi nuoce alla politica e ai partiti. L’antipolitica ha due versioni opposte: quella populista e quella tecnocratica. La prima è antipolitica ma al tempo stesso è iper-politica, la seconda segna il primato degli assetti sugli eletti. La prima è di base, la seconda di vertice.

Dopodiché, non hanno funzionato i candidati pescati dal centro-destra nella società civile, non hanno sfondato, hanno ottenuto meno voti delle liste di partito: non erano sufficientemente autorevoli, credibili e noti, apparivano come marziani mosci sparati nell’arena. Erano tutti moderati, altro che sovranisti. Vorrei a tal proposito sottolineare un aspetto in apparenza secondario ma fatale che ha minato il centro-destra: i suoi candidati venuti dalla società civile, da Torino a Napoli, hanno tenuto a far sapere che erano indipendenti, civici, non politici e soprattutto si riconoscevano in una cultura vagamente liberale, moderata, centrista. Hanno preso le distanze dai loro principali azionisti, i due partiti “sovranisti”, la Lega e Fratelli d’Italia. Sono stati ripagati con la stessa moneta, perché si sono castrati con le loro stesse mani. Tolta la motivazione politica, non c’era una ragion sufficiente per andare ai seggi e votarli per loro meriti e qualità.

Ma il discorso va al di là del loro flop inglorioso; investe la questione del centro-destra in vista della battaglia futura per il governo dell’Italia. Che questo fuggi fuggi generale dei candidati dalla “destra” sia il frutto di una pressione psicologica e mediatica, istituzionale e culturale, mi pare innegabile. Ma una volta accertato il fatto, non basta fermarsi alla sua constatazione e usarla come alibi autoassolutorio. Potrà mai vincere e andare al governo il tandem “sovranista” se si chiamano fuori gli esterni, a partire dagli stessi candidati da loro sostenuti? Da chi dovranno attingere i propri ranghi per poter costruire un’ipotesi di governo nel Paese? Dovranno candidare per forza solo militanti, esponenti di partito, personale politico in servizio? E basteranno, saranno in grado, saranno sufficientemente credibili?

Manca, è inutile dire, la terza gamba al centro-destra, quella che un tempo era rappresentata, bene o male, da Berlusconi e che oggi dovrebbe essere piuttosto quella di un movimento conservatore, più rigoroso e meno piazzista, con un forte senso dello Stato. I sovranisti sono le ali che portano quell’area a volare ma quando non giocano direttamente la partita su temi d’opinione o di fisco l’area non decolla. Ma poi ci vuole un asse, una testa che sia in grado di tradurre il discorso politico e comiziale in capacità di governo. O quantomeno l’equivalente di quel che un tempo fu il cosiddetto partito dei sindaci, una specie di forza del buon governo, della buona amministrazione, che tragga fondamento dalle migliori esperienze locali e regionali.

Oggi quel versante ha capi popolo e capataz riconosciuti, ma non ha nomi candidabili come Capo dello Stato, Capo del Governo, capo di una pubblica amministrazione, ruoli istituzionali. Il compito del centro-destra ora è quello di colmare quel vuoto e insieme trovare la figura ponte in grado di unire il centro-destra e rappresentarlo nelle sedi opportune. I leader “populisti” funzionano bene alla testa dei loro partiti e nel dialogo diretto con gli elettori quando i temi sono di ordine generale, nazionale e politico-ideologico-emotivo; ma ci vuole poi qualcuno che possa giocare quella partita assai più complessa con il quadro politico e istituzionale, con lo Stato, l’Europa, le classi dirigenti, i programmi e i poteri che contano. Qualcuno che non vada col cappello in mano nei luoghi istituzionali e con complessi d’inferiorità ma che non sia nemmeno liquidato come un molesto straccione, un disturbatore, aizzatore e demagogo. Quel buco, quella carenza è oggi il problema principale del centro-destra: è quella che insisto a definire “separazione delle carriere”: accanto ai tribuni della plebe ci vogliono i consoli che abbiano profili di governo e di amministrazione.

Il voto amministrativo ha toccato circa un quinto del Paese; non è un giudizio irreparabile e sul piano politico dice poco. Ma è un significativo campanello d’allarme. I leader politici sono stati avvisati.

La Verità

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