
(Stefano Baudino – lindipendente.online) – Per la prima volta nella storia del Paese, lavoratrici e lavoratori dell’intero comparto culturale hanno incrociato le braccia in una mobilitazione nazionale. Musei, biblioteche, teatri, archivi, editoria, musica e cinema: tutte le anime del settore si sono unite per protestare contro il dilagare di esternalizzazioni, contratti precari e salari inadeguati. La richiesta, rivolta al governo, è di aumentare le tutele, fermare le esternalizzazioni consentite da una legge del 1993 e varare un piano straordinario di assunzioni, a partire dal ministero della Cultura. Lo sciopero, organizzato da Fp-Cgil e Nidil-Cgil, ha visto l’adesione di numerosi altri sindacati e movimenti, tra cui la campagna «Mi riconosci?».
La mobilitazione ha generato disagi diffusi in tutte le principali città italiane. A Venezia sono rimasti chiusi dieci padiglioni della Biennale; a Firenze l’Archivio di Stato e alcuni reparti degli Uffizi hanno abbassato le serrande; a Milano la Biblioteca Braidense ha osservato la chiusura; a Roma il Museo dei Fori Imperiali e in varie aree della capitale molti monumenti, biglietterie e punti di accoglienza hanno lavorato a ranghi ridotti (nella mattinata i lavoratori si sono ritrovati in piazza del Planetario, per poi spostarsi nel pomeriggio a Largo di Torre Argentina); a Napoli si è tenuto un presidio molto partecipato in piazza San Domenico, con ripercussioni su Capodimonte, Biblioteca Universitaria, Palazzo Reale, Castel Sant’Elmo e Accademia di Belle Arti. Manifestazioni si sono svolte in numerosi altri capoluoghi come Ravenna, Pisa, Brescia, Mantova, Genova, Bari, Torino, Padova, Cagliari e L’Aquila. Secondo i sindacati, la riuscita dell’evento è il frutto di un lungo lavoro organizzativo.
Secondo i dati richiamati dai sindacati, il comparto culturale in Italia occupa circa 580mila persone, pari al 3,5% degli occupati. Tra queste, 306mila risultano registrate all’Inps come lavoratori dello spettacolo. Il resto comprende figure essenziali ma spesso invisibili: maschere, tecnici, addetti alle biglietterie e all’accoglienza, bibliotecari, archivisti e altre professionalità specializzate. La criticità principale resta la frammentazione contrattuale: una minoranza è assunta con inquadramenti regolari, mentre molti lavorano tramite appalti, finte partite Iva o collaborazioni deboli, spesso con contratti al ribasso. Questa condizione ha reso finora difficile una mobilitazione comune, ma, spiegano i promotori, l’organizzazione costruita nell’ultimo anno ha reso possibile lo sciopero unitario.
I sindacati sottolineano anche il peso economico della cultura, un settore che genera ricchezza e valore ma continua a essere trattato come marginale. La Cgil parla di oltre 112 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 15% del Pil, a fronte però di servizi sotto organico e di una politica di definanziamento. Nei soli monumenti gestiti dal ministero della Cultura, la carenza di personale sarebbe di circa 6mila unità, con ricadute pesanti soprattutto nelle città d’arte più esposte all’overtourism. A questo si aggiunge la questione salariale: secondo «Mi riconosci?», il 69% dei lavoratori culturali guadagna meno di 8 euro l’ora e metà di loro resta sotto i 10mila euro annui.
«Il settore della Cultura in Italia è da troppo tempo sottofinanziato, non riconosciuto nella sua specificità professionale, con un ricorso continuo alla precarietà», hanno denunciato Giordana Pallone e Roberta Turi, segretarie nazionali di Fp Cgil e Nidil Cgil, aggiungendo che si tratta di «un settore che non valorizza lavoratrici e lavoratori, frammentato, invisibile e spesso ricattabile». «Questo sciopero è un primo passo, non un punto d’arrivo», ha concluso la segretaria della Fp-Cgil, mentre le attiviste del movimento hanno ribadito dalle piazze che «non c’è tutela e non c’è valorizzazione del patrimonio culturale senza salari adeguati per chi ci lavora».
