Il privatizzatore “a catena” venuto a normalizzare Cdp

L’ACCORATA LETTERA DEL DRAGHI-BOY A REPUBBLICA. C’è del commovente candore e un intero romanzo (balzacchiano, s’intende) nell’incipit della lettera con cui Dario Scannapieco, gran capo di Cassa depositi e prestiti per volere di Mario Draghi, si lamenta con Repubblica…

(pressreader.com) – di Marco Palombi – Il Fatto Quotidiano – C’è del commovente candore e un intero romanzo (balzacchiano, s’intende) nell’incipit della lettera con cui Dario Scannapieco, gran capo di Cassa depositi e prestiti per volere di Mario Draghi, si lamenta con Repubblica per il pezzo dedicato alla nomina a suo capo staff di Fabio Barchiesi, già direttore del Coni Sport Lab: “Il salto di carriera del fisioterapista di Malagò sbarcato al vertice di Cdp”, il titolo che ha fatto sobbalzare l’economista nato a Maiori, sulla costiera amalfitana, il 18 agosto di 54 anni fa. “Stupisce – scrive al direttore Molinari – dover leggere sul Suo autorevole quotidiano, anche alla luce della Sua formazione e visione internazionale, un articolo con tante imprecisioni e con un approccio così capzioso e fuorviante”. Tu quoque, s’addolora Scannapieco. Tu quoque, giornale del ceto medio riflessivo, dell’azionismo e dell’azionista, dell’italiano comm’il faut e dunque draghiano. Ah hypocrite journal, mon semblable, mon frère…

Il suo dolore è comprensibile. La scelta, legittima, dell’ex fisioterapista fattosi manager plasticamente svela infatti un paio di retroscena sulla natura dei Migliori: da un lato la libertà che i competenti si prendono con la competenza, dall’altro – più interessante – una sorprendente contiguità tra le meglio grisaglie europee e quel demi-monde del potere romano e post-democristiano che potremmo riassumere nella figura di Giovanni Malagò, nome che da solo copre la distanza, anche antropologica, tra il fu “palazzo dei pescicani” del Pasticciaccio e l’attuale Circolo Aniene con annessa dependance Coni.

Lo Scannapieco addolorato che scrive ai Bruto di Repubblica rappresenta qui il simbolo del draghismo, un “partito” arrivato al potere con la pretesa di amministrare lo Stato come un’azienda, come se la politica non ci avesse nulla a che fare: da decenni segnale infallibile, questo, che si è di fronte a un progetto di destra liberale, che qui innerva nel profondo anche le biografie dei protagonisti. Prendiamo proprio Scannapieco. Classe 1967, studi in economia alla Luiss, “subito dopo la laurea, entrai nella direzione programmazione di quella che si chiamava Sip. Dopo neanche due anni quasi per caso riempii l’application per entrare nella Business School di Harvard, e non senza fatica ce l’ho fatta”, ha raccontato lui stesso nel 2015 proprio a Repubblica (tu quoque). È negli States che capisce che il suo destino è il settore pubblico: per entrarci scrive lettere a chiunque – da Prodi a a Ciampi fino al dg del Tesoro Mario Draghi – e “nei giorni del Natale 1996”, mentre “ero a casa dei miei genitori a Roma, mi convocò Draghi”. L’estate successiva Scannapieco entra al Tesoro e diventa un Draghi boys.

Fu lavoro matto e disperatissimo, dice, “ma è stata un’esperienza entusiasmante, andavo in ufficio felice: facemmo privatizzazioni a catena”. E qui si capisce che il destino del nostro era entrare nello Stato per smontarlo: da Telecom ad Autostrade (capolavori), da Enel ad Alitalia e molte altre per citare solo i dossier che lo coinvolsero direttamente. “Si è sfruttata l’occasione offerta dalla necessità e urgenza di rispettare gli stringenti vincoli esterni, imposti dalla partecipazione all’Unione monetaria, per avviare iniziative volte alla ridefinizione del ruolo dello Stato e alla riforma, in senso concorrenziale, dei mercati”, scrisse lui stesso nel 2001, giusto un anno prima di assurgere – grazie a Giulio Tremonti (“ebbe la cortesia, visto che non avevo compiuto i 35 anni prescritti, di lasciare la sede vacante per qualche mese per aspettarmi”) – al ruolo di direttore generale Finanza e Privatizzazioni del Mef, da cui guidò le mitiche cartolarizzazioni del governo Berlusconi-2.

Scannapieco, insomma, è stato uno dei protagonisti della restaurazione neoliberista nel nostro Paese, dove oggi torna – dopo la lunga parentesi da vicepresidente della Banca europea degli investimenti (nominato da Tommaso Padoa-Schioppa nel 2007) – per finire l’opera e sempre nel segno dei “vincoli esterni” di cui Draghi, il suo dante causa, è quasi la personificazione, specie dopo la sbandata populista dell’elettorato nel 2018: il suo compito è normalizzare la Cassa depositi, tenerla lontana dalla tentazione di farsi “nuova Iri” – specie ora che è invischiata in dossier industriali di peso (Open Fiber, Tim, Autostrade, Nexi, Euronext) – concentrandola sul ruolo di aiuto e supporto ai capitali privati, in particolare ora che entra nel vivo il Piano di ripresa, in cui Cdp giocherà un ruolo rilevantissimo.

Per riuscire nella difficile prova Scannapieco ha pensato di sfruttare le capacità accumulate dal dottor Barchiesi, già direttore di Coni Lab e fisioterapista di Malagò (e Draghi), anche se quest’ultima frase, ci spiega il capo di Cdp, è superflua, un “pettegolezzo estivo”. Ma certo, non lo diciamo più.

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