Tassa sui profitti: i cani non mollano l’osso una volta che ce l’hanno fra i denti

(Francesco Erspamer) – Negli Stati Uniti degli anni cinquanta la tassa sui profitti delle grandi compagnie raggiunse il 50%; ripeto, sto parlando degli Stati Uniti, non dell’Unione Sovietica o di una socialdemocrazia (che se oggi qualcuno osasse proporne le politiche economiche verrebbe accusato da quelli che sono bravi (perché se lo dicono da soli) di essere un terrorista, un utopista e naturalmente un incompetente), ma la minaccia comunista consigliava moderazione e un po’ di eguaglianza e giustizia persino nella patria del capitalismo reale. Non appena il neocapitalismo, con la complicità delle sue quinte colonne liberal (in Italia i veltroniani e i radicali), ha eliminato tale pericolo e qualsiasi alternativa a sé stesso instaurando il più pervasivo e asfissiante regime della Storia (ma lo chiamano democrazia e multiculturalismo, pensate un po’ il livello della sua egemonia), gli squali si sono gettati sulla preda, la classe media, peraltro entusiasta di farsi impoverire e umiliare in cambio di qualche giocattolo inutile ma molto pubblicizzato; in America Reagan portò la tassa sotto il 30%; il finto populista Trump l’ha abbassata ulteriormente: adesso è al 21% e il tentativo di Biden di farla risalire sta incontrando forti resistenze: ovvio, i cani non mollano l’osso una volta che ce l’hanno fra i denti.

Vorrei allora che Draghi e Gentiloni, o in loro assenza gli innumerevoli economisti, intellettuali, giornalisti e semplici frequentatori di facebook che hanno celebrato la tassa minima globale del 15% per le multinazionali, vorrei che mi spiegassero cosa c’è da celebrare. Quanto versano, loro, al fisco? Mi immagino che guardandomi con la sufficienza con cui mascherano arroganza e conformismo, mi spiegherebbero che il 15% è meglio dello 0%; un ragionamento che potrebbero applicare (lo hanno fatto) alla giornata lavorativa sostenendo che 10 ore sono meglio di 12 o che un salario di 5 euro all’ora è meglio di niente. Ma è un ragionamento falso fondato su un pragmatismo immorale, ossia interessato soltanto agli effetti immediati. A cosa serve infatti la morale? A imporre comportamenti che siano responsabili nel medio e lungo termine. Accettare il 15% e, peggio, dipingerlo come una conquista, significa che Amazon, Apple e gli altri imperi che dominano il pianeta, pagheranno per sempre (o almeno per decenni) il 15%, dunque la metà o meno dei loro concorrenti non globalizzati, permettendo loro di metterli in ginocchio con una concorrenza sleale — per non parlare della possibilità di usare quanto non versato al fisco per corrompere (ma ormai lo chiamano lobbismo ed è legale) amministrazioni e governi in modo da ottenere ulteriori vantaggi.

A me non va bene; preferisco che ancora per un po’ tirino la corda aspettando che alla fine si spezzi per poter allora ottenere quanto dovuto e, se le circostanze lo consentissero, per infierire vendicando (e non solo pareggiando) decenni di soprusi. Per allora ho una proposta alternativa: 90% minimo di tasse alle multinazionali che operino al di fuori del loro paese. Non negoziabile. Salvo poi negoziare per accordarsi su una percentuale almeno intorno al 50% o comunque più alta di qualsiasi tassa nazionale.

Gli ideali e le ideologie hanno precisamente questo scopo: accrescere la propria forza contrattuale mostrando che chi troppo vuole rischia di perdere tutto; solo chi sogni il comunismo può rendere umano il capitalismo e solo chi sia profondamente nazionalista può rendere umana la globalizzazione. Gli altri, quelli che si giustificano e consolano attribuendo ogni prepotenza a una necessità storica o addirittura biologica, sono invece destinati ad accontentarsi delle briciole, senza neanche godersele perché hanno sempre il timore di avere esagerato nelle loro richieste. Come il “Fatto quotidiano” di alcuni mesi fa, che sentendosi praticamente leninista (e venendo trattato come tale) osò chiedere ai miliardari, udite udite!, un sacrificio una tantum del 2% dei loro patrimoni per aiutare il paese a superare la crisi del Covid. Senza ottenere nulla, ovviamente; mentre se ci fosse un partito, anche minoritario ma di massa che si proponesse di tassarli punitivamente (il 101% su qualsiasi patrimonio superiore, mettiamo, ai 500 milioni, che mica sono la soglia della povertà), vedreste come sarebbero contenti di versare non il 2 ma il 20%.

In sintesi: per ottenere qualcosa bisogna chiedere, non troppo, ma certamente tutto quello che sarebbe giusto ottenere; bisogna essere disposti a tutto per ottenerlo; e bisogna addestrarsi e organizzarsi in modo da diventare una credibile minaccia. L’esatto opposto dell’attuale sinistra, ex socialista o pentastellata che sia, terrorizzata dalla sola idea del conflitto e pertanto pronta ad arrendersi ancor prima di combattere.

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