Draghi story

Le privatizzazioni in saldo e il vizio delle consulenze

AUTOSTRADE, TELECOM E I PESSIMI AFFARI DELLO STATO CHE FECERO FELICI I SOLITI NOTI: GLI ANNI 90 DELLA DEREGULATION FINANZIARIA E LE GRANDI BANCHE ANGLO-USA CHE INVADONO IL TESORO

(di Ivo Caizzi – Il Fatto Quotidiano) – Dopo i 43 morti per il crollo del ponte Morandi a Genova, la vendita della monopolista società Autostrade è diventata il principale simbolo negativo delle privatizzazioni di aziende “gioiello” dello Stato, organizzate negli anni Novanta da Mario Draghi quando era direttore generale del ministero del Tesoro. Ora, in una specie di “nemesi” del destino, tocca proprio al premier Draghi decidere sulla trattativa in corso per acquistarla e riportarla sotto il controllo pubblico.

Per alcuni Autostrade fu svenduta. Per i compratori Benetton – che sapevano farsi benvolere dal centrosinistra di Romano Prodi, Massimo D’Alema e Carlo Azeglio Ciampi, come dal centrodestra di Silvio Berlusconi e dagli altri partiti – il prezzo era giusto. Le condizioni tecniche di Draghi per la vendita furono favorevoli: in sintesi consentivano di comprare con l’aiuto di maxi-debiti e di trasferirli poi dentro l’azienda acquisita.

Autostrade sembrava un gigantesco bancomat per i proprietari, riempito a suon di aumenti dei pedaggi concessi dai governi di tutti i colori. L’inchiesta giudiziaria sul crollo del ponte a Genova chiarirà se si risparmiava sulla manutenzione fino a mettere a rischio la sicurezza degli automobilisti. In compenso Draghi sa nei dettagli quanto e come fu pagata Autostrade. Ha la competenza per comprarla senza farsi condizionare dai prezzi alti ipotizzati da “indiscrezioni” di giornali attenti agli interessi dei Benetton. E per non far accollare allo Stato gli imprevedibili e altissimi rischi dei risarcimenti per il disastro del Morandi.

Anche la vendita del colosso monopolista Telecom ha fatto capire ai liberisti alla Draghi che il privato non sempre è meglio del pubblico. Nel ’97 il controllo fu dato agli Agnelli che, com’era loro abitudine, comprarono una quota minima con un “nocciolo duro” di altri azionisti. Poi prevalsero – con maxi-debiti scaricati sulla società – Emilio Gnutti e Roberto Colaninno, ben visti dall’allora premier D’Alema. Quando a Palazzo Chigi arrivò Silvio Berlusconi, incassarono rivendendo a Marco Tronchetti Provera. In sostanza, con le privatizzazioni, imprenditori e finanzieri graditi ai governi subentrarono ai dirigenti-boiardi imposti dai politici. Telecom, molto indebitata, tagliò decine di migliaia di dipendenti.

Meno nota, ma giudicata nella finanza laica quasi “un delitto”, fu la privatizzazione della Banca commerciale italiana (Comit/Bci), raro esempio di istituto di credito nazionale con efficienza, credibilità e abbastanza autonomia dai partiti fin dai tempi del banchiere umanista Raffaele Mattioli. Finì ai “nemici” delle banche ex democristiane. Intesa di Giovanni Bazoli la inglobò ed eliminò il prestigioso marchio Comit/Bci.I facili introiti “una tantum” delle privatizzazioni di Draghi non risolsero il problema dell’alto debito dello Stato. Serviva ridurre gli sprechi, la corruzione, l’evasione fiscale e un attento controllo della spesa strutturale. Andava calcolato meglio se, nel lungo periodo, sarebbe convenuto non vendere le aziende redditizie e incassare i dividendi. Anche perché, in Italia, governi e alti burocrati non avevano certo fama di bravi venditori/compratori con i privati.

Bisognava migliorare molto almeno gli apparati dei ministeri. Invece Draghi, nel suo decennio al Tesoro, esternalizzò alle costose banche d’affari e società di consulenza multinazionali, spesso in potenziali conflitti d’interessi con altri loro business e clienti privati. Iniziò nella mini-crociera sul panfilo reale inglese Britannia, nel giugno ’92, dove aprì le porte del suo ministero ai banchieri anglo-Usa. Già nel settembre successivo alcuni di loro furono sospettati dell’attacco speculativo alla lira con guadagni enormi a spese degli italiani. La conseguente svalutazione della moneta deprezzò le aziende pubbliche. In teoria banchieri e loro clienti potrebbero aver partecipato alle privatizzazioni pagando a prezzi di saldo con quanto incassato speculando contro la lira.

Secondo dei veterani del Tesoro, Draghi sbagliò a “far entrare famelici squali della finanza dove alti burocrati sguazzavano come pigri pinguini e placide foche”. Un esempio di come li sbranarono furono le ingenti perdite con riservatissimi e criptici contratti di “derivati finanziari”, piazzati dalle banche straniere. Dovevano assicurare un grande debitore come l’Italia dalle eccessive variazioni dei tassi d’interesse e dei cambi valutari. Ma a volte svelavano effetti speculativi ad alto rischio. Il Tesoro e altre amministrazioni pubbliche hanno pagato miliardi alle grandi banche d’affari, che vincevano quelle “scommesse” finanziarie. Le contestazioni della Corte dei Conti contro dirigenti del Tesoro sono ancora in corso. Non hanno coinvolto Draghi, che ha sempre rivendicato l’utilità e la cultura dei derivati, sia di non aver mai firmato contratti “incriminati”.

Guidando la commissione per la riforma degli intermediari finanziari, il direttore del Tesoro diede vita alla “legge Draghi”. Era influenzato dal liberismo dominante a Wall Street e nella City. E la sua coerenza andava rispettata. Almeno fino a quando non lasciò il Tesoro e nel 2002 sollevò dubbi di potenziali conflitti di interessi trasferendosi a Londra al servizio della banca privata Goldman Sachs, che lo gratificò con un mega-stipendio. Anche suo figlio Giacomo seguì le orme paterne in una entità simile, Morgan Stanley, che guadagnerà miliardi su un contratto di derivati con il Tesoro (successivo all’uscita di Draghi).Le banche d’affari assumono spesso politici e dirigenti dopo averli apprezzati quando operavano nello Stato. Queste “porte girevoli” tra pubblico e privato, però, possono nascondere una ricompensa dilazionata nel tempo? Il segreto sui contratti bancari non consente certezze. Rispetto a tanti governanti ingaggiati “a peso d’oro” dai banchieri, l’indiscussa competenza finanziaria tutelava l’immagine del buon Mario. In più quelle critiche si dissolvono man mano che si allontana il ricordo del ruolo nelle istituzioni pubbliche. Il problema di Draghi fu che non finì ricco e dimenticato in Goldman Sachs. Nel 2006 fu richiamato a Roma dal premier Berlusconi, su “segnalazione” del solito Ciampi (allora al Quirinale), come governatore della Banca d’Italia, al posto di Antonio Fazio travolto dallo scandalo Bancopoli.

Dal sacrificio greco al bail-in: il lato “merkeliano” di Mario

LA SUA BCE S’È SCHIERATA COI FALCHI SU ATENE, SULL’AUSTERITÀ NELL’EUROPA DEL SUD E LE NORME PER LE BANCHE. FORSE HA SALVATO L’EURO, MA SULL’INFLAZIONE HA FALLITO

(di Ivo Caizzi – Il Fatto Quotidiano) – Il premier Mario Draghi, quando passò da Goldman Sachs a governatore della Banca d’Italia, divenne noto e celebrato. La sua linea delle aggregazioni rese varie banche italiane più grandi. L’errore clamoroso fu nel 2007, quando consentì al Montepaschi (Mps) di comprare Antonveneta dal Banco Santander dello spagnolo Emilio Botin. Si rivelò un mega-bidone. Mps finì sull’orlo del tracollo e in inchieste penali drammatizzate dalla morte del capo della comunicazione David Rossi, precipitato da una finestra della sede di Siena. Lo Stato nel frattempo ci ha messo miliardi senza risolvere nulla, un po’ come con Alitalia: ora tocca proprio a Draghi salvare quel che resta del Mps.

In un Ecofin a Porto, nel 2007, l’allora governatore di Bankitalia offrì ad alcuni giornalisti italiani quasi una “lezione magistrale” sugli alti profitti delle innovazioni dei mercati liberalizzati, che contrappose ai “margini bassi” del credito tradizionale. Il crac della banca Lehman di New York e la grande crisi finanziaria poi lo spiazzarono. Innovativi e complicati “titoli tossici” ad altissimo rischio erano serviti a grandi furbi per svuotare tante banche. Gli Stati dovettero ripianare le perdite con migliaia di miliardi dei contribuenti. La deregolamentazione anglo-Usa, cara a Draghi e ai quotidiani finanziari di Londra e New York, finì sotto accusa.

Nella prima fase della crisi le banche italiane si salvarono proprio per la loro arretratezza, che le limitò a pochi “titoli tossici”. Non fu così in Germania. Deutsche Bank sconterà un’esposizione lorda su rischiosi derivati stimata fino a 48 mila miliardi, circa 20 volte il debito dell’Italia. Altre banche tedesche e francesi traballavano. La cancelliera tedesca Angela Merkel dovette impiegare centinaia di miliardi per aiutare il sistema bancario nazionale. Lo scandalo dei bilanci truccati della Grecia, che aveva tra i suoi consulenti proprio Goldman Sachs, peggiorò tutto.

Così Merkel “convinse” i Paesi della zona euro ad accollarsi i crediti a rischio con Atene di banche private tedesche e francesi. Il premier Silvio Berlusconi e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti accettarono. Il governatore di Bankitalia, pur spesso in contrasto con Tremonti, non urlò per protestare. Era in corsa per guidare la Banca centrale europea (Bce) e vinse gli otto anni in Europa: superando le critiche sul passato in Goldman Sachs e sulla frequentazione di lobby riservate come Bilderberg e Gruppo dei 30 di Washington.

Nell’agosto 2011, già designato alla Bce, Draghi scrisse – con l’uscente francese Jean-Claude Trichet – una dura lettera al governo di Roma sulla gestione dei conti pubblici. Era un diktat, gradito a Berlino e a Bruxelles. Faceva intuire che la Bce poteva fermare gli acquisti di titoli di Stato italiani. Il governo Berlusconi saltò di lì a poco: era certo indifendibile, ma l’atto di Draghi e Trichet non fu una interferenza nella sovranità di uno Stato? In più a novembre divenne premier l’ex commissario Ue e consulente in Goldman Sachs Mario Monti, che attuò l’austerità voluta da Berlino e Bruxelles. Risultato: aumento del debito pubblico, discesa della produzione industriale e salita della disoccupazione.

Draghi alla Bce si rivelò poi assai rigido con la Grecia al collasso. Il nuovo governo di Alexis Tsipras (sinistra) non aveva colpe per i debiti pregressi, ma non piaceva a Merkel. La famigerata Troika dei creditori (Bce, Commissione Ue e Fmi di Washington) impose misure di austerità drammatiche per i greci, già stremati dalla crisi. Durante il confronto, Draghi frenò l’accesso delle banche elleniche alla liquidità d’emergenza. La costosissima sede della Bce a Francoforte divenne meta di proteste. Perfino il lussemburghese filo-tedesco Jean-Claude Juncker poi ammetterà che quell’austerità fu “eccessiva” e un “errore”.

Draghi, però, consolidò l’alleanza con Merkel, vera padrona dell’Europa. Da lì procederà in tandem con lei, che lo ascoltava come il presidente della Francia e molto più dei mediocri politici voluti da Berlino ai vertici di Commissione e Consiglio europeo. Quando Merkel dovette calmare i contribuenti tedeschi, irritati dai troppi aiuti dello Stato ai banchieri nazionali, l’appoggio tecnico di Draghi favorì la nascita della direttiva Ue “Bail-in”, voluta dalla cancelliera. Contribuì Fabrizio Saccomanni, già suo braccio destro in Bankitalia, nominato ministro dell’Economia da Enrico Letta, “draghiano” da quando era stato nel Comitato euro al Tesoro. Quella riforma che limitò i salvataggi pubblici (ma solo dopo che Merkel li aveva attuati) in Italia colpirà ingiustamente sei banche e migliaia di risparmiatori. Se la cancelliera doveva rassicurare i suoi elettori – furiosi quando Draghi comprava anche titoli italiani – spuntava il presidente “merkeliano” della Bundesbank, Jens Weidmann, per criticare il collega in un gioco delle parti.

La missione principale della Bce era l’inflazione “vicina ma sotto al 2%”. Draghi fallì l’obiettivo. Ma Merkel lo apprezzava soprattutto perché si giovava della sua politica monetaria “accomodante”: garantiva liquidità a bassissimo costo alle banche tedesche in difficoltà e la Germania poteva addirittura farsi pagare per indebitarsi. I Bund tedeschi andavano a ruba, anche grazie ai richiami della Commissione Ue che di fatto rendevano rischiosi i titoli del Sud Europa.

Poi venne il “Tutto quello che serve” per cui fu accreditato come salvatore dell’euro: divenne “Supermario”. Veniva applaudito nelle sue audizioni di due-tre ore all’Europarlamento, unico controllo politico-istituzionale sulla Bce. Ma in quei confronti emerse che migliaia di miliardi pubblici, usati per difendere la moneta comune, aiutarono molto banche, grandi imprese e ricchi investitori, tenendo alte le quotazioni sui mercati, mentre la trasmissione all’economia reale era secondaria. Draghi replicava che la liquidità della Bce diventava anche prestiti per piccole imprese e famiglie e stimolava l’occupazione.

Nell’ottobre 2019, nel suo ultimo Eurogruppo da presidente della Bce, Draghi salutò – oltre ai ministri finanziari – anche i giornalisti italiani, che l’avevano seguito nei vertici e nelle audizioni-fiume a Bruxelles e a Strasburgo. Dopo i convenevoli e le foto ricordo, gli fu chiesto se puntava a Palazzo Chigi o al Quirinale. La risposta fu che non aveva niente in programma. Allora uno dei veterani gli propose di incontrarlo “ai giardinetti” su una panchina per pensionati. Draghi rise e annuì. Quel giornalista, conoscendolo, non gli credette.

2 replies

  1. E che c’è da commentare?
    Se gli italiani sapessero leggere e, soprattutto, capire ciò che leggono,
    SantoSubito Draghi sarebbe già stato tirato giù dagli altari su cui Mattarella
    (per sempre sia lodato!) lo ha issato a “furor di stampa”, di banchieri,
    politici corrotti, imprenditori col culo degli altri, profittatori e maneggioni di ogni risma.
    Raggelante il curriculum di Faccia di Pietra… ma chi lo conosce?

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