Il Grand Tour di Mick Jagger. In Sicilia sulle orme di Coleridge, Byron e Frank Zappa

(Mariagrazia Pontorno – fondazioneleonardo-cdm.com) – C’è una divinità che si aggira per la Sicilia già dall’ottobre scorso e approfitta del silenzio calato sul mondo per ricongiungersi alle origini della sua stirpe mitologica. Mick Jagger lo sa, anzi lo sente che non si tratta di parentele di sangue, ma di spirito, e che il tempo della celebrazione collettiva della vitalità, di Simpathy for the Devil, si è compiuto. Calati i sipari, le sale da concerto come gli stadi sono memoriali di un’epoca fulgida e lontana, è la sua stessa voce a raccontarlo nella clip diretta da Tom Harper per i 150 anni della Royal Albert Hall. Lo sa bene, anzi lo sente il fauno che, dismessa la costumeria di scena, ha eletto la Sicilia come suo luogo della solitudine, sulle orme di Coleridge e Byron e le note di God Gave Me Everything. Dal Tour al Grand Tour è un attimo e in questa nuova dimensione il Dio del Rock dimora tra gli ulivi e gli aranceti dei signori della terra. Prima a Noto, nei poderi del principe Lucio Bonaccorsi e della sua sposa, la stilista Luisa Beccaria. Poi nella tenuta di Villasmundo, tra Siracusa e Catania, presso i marchesi San Giuliano, che al giardino di agrumi hanno accostato, noblesse oblige, quello tropicale ispirato al Brasile. Da cui, tra i cactus e con indosso una felpa di Babbo Natale, lo scorso dicembre Mick inviava un “Merry Christmas and happy holidays everyone” Urbi et Orbi dal suo dispositivo oracolare, Instagram. Capriccioso come ogni nume, si manifesta di rado e quando gli piace – chi c’è, c’è – spesso alla presenza degli umili, a cui nega l’immagine, concedendo solo la traccia autografa del suo passaggio, con firme e dedica sul menù. Quell’inchiostro taumaturgico sarà per chi lo ha allietato con vivande prelibate, il momento più alto di una esistenza votata al sacrificio. Il cuoco ne parlerà ai giornali, posterà la prova del transito divino, moltiplicando i follower del profilo e i pellegrinaggi nel luogo della apparizione, il suo ristorante. Gli episodi si somigliano tutti, e seguono il medesimo ordine.

A Marzamemi come ad Agrigento, alla visita di porticciolo e Tempio della Concordia segue il pranzo, annunciato all’ignaro proprietario del locale senza svelare l’identità del convitato -spesso col favore delle tenebre- in un rituale che amplifica mistero e stupore. Ed è così che il pesce spada con olive nere, i tortelli di broccoletti e gambero rosso, il flan al cioccolato amaro e gelato di amaretti ed arancia si mutano in libagioni; e che il suolo, appena sfiorato dall’incedere quasi incorporeo di Mick, diventa sacro quadrato digitale da cui gli amministratori locali si affacciano per strillare al mondo di essere prescelti e testimoniati. L’ultimo avvistamento lo vuole intorno a Palermo, forse ospite dei principi Alliata. Occhi negli occhi col Cristo Pantocrator, a Monreale (il segno della sosta è registrato sul libro della diocesi), immerso nel bagliore dorato dell’unica succursale di paradiso del pianeta; e poi -la cronaca è già leggenda- desideroso di ascoltare il suono dell’organo del Duomo, assecondato nello stesso istante dall’organista Danilo (che con una mano suona e con l’altra gli allunga il cd del cognato, frontman della band 12-bbr). Si tratta del medesimo strumento che nel 1975 Franco Battiato provò suonare più volte senza successo fin quando, simulando un accento straniero, riuscì a persuadere il prelato e mettere le mani sulle sei tastiere, giusto qualche secondo prima di essere cacciato, Nemo Profeta in Patria. Quei pochi accordi sono l’incipit di Canto fermo e Orient effects, confluiti nell’album sperimentale M.elle le Gladiator. Proprio a Palermo, nel 1982, quarantadue anni prima, si consuma un’altra pagina di musica, stavolta tutta terrena, fatta di carne, folle e sudore. Il grande Frank Zappa, siciliano di terza generazione, per la precisione di Partinico, decide di celebrare le proprie radici scegliendo Palermo come ultima tappa del suo tour europeo. Zappa atterra a Punta Raisi la sera del 13 luglio per esibirsi l’indomani alla Favorita.

Chi ha scelto quella data però non ha fatto i conti con la Santuzza: il 14 luglio è consacrato a Santa Rosalia, e nessuno, neanche Frank Zappa può distogliere Palermo dalla devozione alla sua patrona. Quel giorno l’aria è bollente sin dalle prime luci dell’alba, e surriscalda gli animi già accesi dei fiumi umani che straripano per le strade cittadine, diretti alla processione o al concerto. La città è scissa in un mix pericoloso di sacro e profano, due idoli sono troppi pure per Palermo. Così, complici la Santuzza, gli strascichi del Mundial, vinto dall’Italia qualche giorno prima, e la nuova sanguinosa stagione di stragi, succede che quella notte le energie ancestrali della discordia decidono di presentarsi al cospetto dei baffi di Frank Zappa ed esplodere ad appena 40 minuti dal primo assolo di chitarra. La miccia si innesca allo stadio, la folla inferocita viene caricata dalla polizia mentre l’artista mormora al microfono “sit down, sit down”. Un concerto celebre per essere finito a schifiu, raccontato da Salvo Cuccia nel suo documentario 1982. L’estate di Frank.

Nell’ultimo mezzo secolo ogni cosa si è mutata nel suo contrario, nel solco di un’epoca squarciata da una cesura netta e definitiva, di cui i binomi analogico-digitale, folla- solitudine, urla-silenzio sono inizio e fine. Solo il Mito, quello originale e Made in Sicily, rimane immobile nell’eterno e circolare rinnovo di se stesso, piegando con la sua furia i figli ribelli travestiti da Dioniso.