Il 73 per cento degli italiani non si sente rappresentato dall’attuale classe politica. La quota di italiani che mostra ancora fiducia nella classe politica contemporanea è una pattuglia che si assottiglia di anno in anno

Enzo Risso – editorialedomani.it) – La faglia relazionale di fiducia e affidamento tra il sistema politico e partitico nazionale e l’opinione pubblica si sta allargando sempre di più. È in crescita del 4 per cento (dal 61 al 65 per cento) la percentuale degli italiani che è insoddisfatto del funzionamento della democrazia nel nostro paese. Una quota che sale al 75 per cento nel ceto popolare e al 70 nel centro Italia, nel Sud e nelle Isole.

Al fondo troviamo il giudizio deludente verso i partiti, con il 73 per cento degli italiani che non si sente rappresentato dall’attuale classe politica. Un dato alto e in crescita del 2 per cento solo nell’ultimo anno. Anche in questo caso la maggiore distanza si rintraccia nei ceti popolari (85 per cento), in Sicilia e Sardegna (81 per cento) e tra le persone a basso livello scolare (81 per cento).

Una massa di scontenti

La quota di italiani che mostra ancora fiducia nella classe politica contemporanea è una pattuglia che si assottiglia di anno in anno. Era il 27 per cento nel 2025 ed è scesa al 24 per cento nel 2026. Tassi di fiducia lievemente maggiori si riscontrano solo nel Nordest (31 per cento) e nel ceto medio (31 per cento). In aumento è, inoltre, la quota di persone che giudica tutti i politici sostanzialmente uguali.

Un giudizio che spacca il paese in due, con il 49 per cento che non vede più differenze particolari (di contenuto e di capacità) tra i rappresentanti dei diversi schieramenti e il 46 per cento che non concorda con questo giudizio tranciante.

Le fila degli ipercritici sono alimentate dalle persone appartenenti ai ceti popolari (il 61 per cento giudica tutti i politici uguali); dagli italiani che vivono nei centri piccoli e medi (54 per cento); dai soggetti a bassa scolarità (77 per cento) e dalla generazione a cavallo dei 31-50 anni (55 per cento).

Ad accentuare le dimensioni di insoddisfazione è la pervadente sensazione dell’impossibilità o della bassa capacità delle persone, con il proprio voto, di influenzare le decisioni politiche. Una valutazione condivisa dal 63 per cento degli italiani, in particolare dalle persone più adulte, gli over cinquanta (67 per cento), da quanti risiedono nei comuni di medie e piccole dimensioni (69 per cento), dalle persone appartenenti ai ceti popolari (67 per cento). È quanto affiora dalla recente indagine dell’osservatorio Fragilitalia, del centro studi Legacoop e Ipsos.

Delegittimazione sistemica

I dati emersi dalla ricerca non si limitano a fotografare un malessere contingente, ma disvelano le faglie profonde di un processo di delegittimazione sistemica che investe le fondamenta stesse dell’architettura democratica italiana. Siamo al cospetto di una crisi che non è meramente politica, bensì ontologicamente sociale: una lacerazione del tessuto connettivo che storicamente ha saldato governanti e governati in un patto di reciproco riconoscimento.

Ciò che l’indagine rivela con cristallina evidenza è la topografia non casuale del disincanto. La sfiducia segue con precisione quasi cartografica le linee di faglia della disuguaglianza strutturale. I ceti popolari (85 per cento), i territori del Mezzogiorno insulare (81), i soggetti a bassa scolarizzazione (81): sono precisamente coloro che il sistema socioeconomico ha già relegato ai margini a percepire con maggiore acutezza la propria estraneità radicale rispetto alla sfera della decisione politica. Si configura così quella che potremmo definire una doppia esclusione cumulativa: all’invisibilità economica si sovrappone l’afonia politica, in un circolo vizioso che trasforma la marginalità materiale in marginalità simbolica e rappresentativa.

Quanto emerge dall’indagine tratteggia i contorni di una democrazia in stato di sospensione: formalmente integra nelle sue procedure, sostanzialmente erosa nella sua capacità di generare senso e appartenenza. Il legame fiduciario tra rappresentanti e rappresentati si assottiglia fino a farsi, per larghe porzioni del corpo sociale, pura astrazione residuale. Una desertificazione progressiva del consenso che non si manifesta nel clamore della rivolta, ma nel mormorìo sordo della rassegnazione.

NOTA METODOLOGICA – Indagine Cawi, realizzata da Ipsos per conto del centro studi Legacoop, su un campione di 800 italiani maggiorenni, realizzata nell’ultima settimana di febbraio 2026