
(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – “La storia mondiale vista da vicino: non si vede niente”. Così Robert Musil nel 1921, scontando nel suo Europa inerme la difficoltà di leggere la storia in diretta. Condizione che tutti condividiamo, insieme alla sensazione di trovarci in passaggio d’epoca, innescato dal tramonto a stelle e strisce. Ma ne siamo all’inizio, in mezzo o alla fine? E che cosa significa per noi italiani, di noi tanto incerti da nominarci europei? Sulle macerie della Grande Guerra quel genio austriaco constatava la bancarotta delle potenze europee, sanzionata un quarto di secolo dopo dalla partizione del continente fra russi e americani. E segnalava la crisi dei parametri che nei momenti alti dell’ordine occidentale permettevano di misurarne febbri, diagnosticarne guarigioni. E invece: “È come nuotare sott’acqua in un mare di realismo, trattenendo il respiro, ostinatamente, ancora un po’ più a lungo: semplicemente con il pericolo che il nuotatore non riemerga più”.
Oltre un secolo dopo, scrutando l’orizzonte continentale, colpisce l’attualità della lezione di Musil. È come se preferissimo non vedere. O vedere quel che vorremmo. Per esempio l’Europa. In Italia più che altrove nel gergo ufficiale come in quello mediatico — tacciamo dei bar — ogni discorso sull’Europa comincia con l’Europa. Ovvero ne sconta l’esistenza. Si cita il “progetto europeo” — se qualcuno l’ha letto, per favore ne diffonda il testo. Si invita l’Europa a prendere posizione su questa o quella emergenza. Participeremmo volentieri a questa campagna se qualcuno ci offrisse l’indirizzo pec dell’Europa, aggiornando l’appello di Kissinger che ne cercava il numero telefonico. Temiamo avesse ragione il grande storico anglo-neozelandese John Greville Agar Pocock quando osservava che “Europa è una parola usata per bloccare ogni pensiero critico su di essa”. Così rispondendo forse inconsciamente a Musil: per capirci è meglio guardarci dagli antipodi.
Altro virtuosismo nostrano: per noi italiani Europa è sinonimo di Unione Europea. Tradotto: 44=27. Inteso palindromo. Il numero degli Stati membri dell’Ue è agguagliato a quello degli Stati considerati europei dalle Nazioni Unite. Forse dovremmo porre il quesito a Voltaire redivivo, che s’immaginava nel Mare di Azov, poco a est della Crimea, a chiedersi dove finisse l’Europa e cominciasse l’Asia. Oggi non la migliore postazione per riproporsi il dilemma, restandovi da determinare per trattato dove cominci la Russia e finisca l’Ucraina.
Tanto premesso per azzardare uno sguardo libero sulla condizione della casa comunitaria. Di cui trascuriamo che fu parto indotto dall’egemone americano a europei vinti ma non convinti di amarsi. Ex imperi felicemente declassati per tre generazioni a paciosi semiprotettorati a stelle e strisce — noi italiani e tedeschi più di altri. Sotto il virtuale ombrello americano di cui scopriamo con orrore la latenza. O l’assenza. Ragion pratica vorrebbe che gli euroatlantici sedotti e abbandonati dall’impero americano impegnato a curare — accentuandolo — il male domestico, ne prendessero atto operativo. Verificando se le istituzioni comunitarie sono in grado di aiutarci a navigare questo mondo senza centro, oppure no. Incliniamo verso la seconda ipotesi.
Non si può chiedere troppo a un’istituzione tanto sui generis da definirsi “unione sempre più stretta”. Ossimoro: se dobbiamo avvicinarci sempre scontiamo di non unirci mai. Al di là della semantica, pur rivelatrice di un inconscio collettivo, constatiamo che di fronte alle crisi il primo riflesso degli eurosoci è correggere le regole del gioco perché non funzionano, anzi se attese aggravano la tabe che dovrebbero curare. Voluto riferimento ai vincoli fiscali, offesa al senso comune se omettessimo che a Bruxelles il senso comune è bandito.
Non abbiamo ricette precotte da vendere. Salvo l’impressione che l’Unione Europea abbia fatto il suo tempo, tanto da esasperare le divisioni anziché calmarle. Invece di sedare i nazionalismi li accentua. Presuppone unità di valori e interessi di fatto divergenti, che obbligherebbero a compromessi scaleni o alla presa d’atto della loro incomponibilità. Quindi a cercare nuove piste per assicurare pace e progresso a popoli in stress da incertezza permanente su quasi tutto. Vogliamo parlarne? Non è dolce naufragare in questo mare.
Eppure tutto era iniziato bene. Una comunità fondata sugli scambi commerciali e la coltivazione d’interessi comuni che ci tenesse lontani da desideri di dominio egemonici . Adesso siamo arrivati al riarmo generale : che brutta fine !
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Parole sante quelle di Musil: il povero Lucio dovrebbe usare l’inchiostro simpatico nel vergare i suoi articoli per salvare capra e cavoli.Quando la propria prigione è essere legato al “quotidiano e al periodico di breve respiro”…ed essere consapevoli di non poter spezzare le proprie catene per ovvi motivi.
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