Il modo più sbagliato per ricordare le stragi è semplificare la storia

(di Lirio Abbate – repubblica.it) – La verità sulle stragi di Capaci e via d’Amelio non è nascosta. È frammentata in sentenze definitive, verbali dimenticati, depistaggi, omissioni, intuizioni investigative rimaste sospese. E forse il modo più sbagliato per ricordare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a trentaquattro anni da Capaci, è proprio quello di semplificare quella storia. Ridurla a una guerra di mafia. A una semplice vendetta dei corleonesi. A una questione di appalti. Perché le stragi sono state molto di più: il punto più alto della strategia terroristico-eversiva con cui Cosa nostra tentò di piegare lo Stato mentre la prima Repubblica stava crollando.
Il 23 maggio 1992 non deflagra soltanto un tratto dell’autostrada. Esplode un equilibrio politico. Cinquecento chili di tritolo scavano un cratere nell’asfalto dove finiscono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani. Ma finiscono anche le residue illusioni di uno Stato convinto di poter convivere con la mafia dentro un equilibrio di reciproca convenienza. È in quel momento che Cosa nostra cambia linguaggio. Non parla più soltanto il dialetto della lupara. Parla il linguaggio del terrorismo. Poi le bombe del 1993 completano il quadro. Non sono delitti scollegati. Sono tappe di un’unica strategia di pressione e destabilizzazione. Lo raccontano le sentenze. Lo confermano i collaboratori di giustizia. Lo suggerisce perfino la cronologia politica di quei mesi: Tangentopoli, la dissoluzione dei partiti tradizionali, il vuoto di potere, la ricerca di nuovi referenti. Riina comprende che la violenza può diventare uno strumento di contrattazione politica. “Prima la guerra e poi la pace”, spiegano i collaboratori citando le sue parole. È una formula militare, ma anche politica.
Eppure, ogni volta che questa storia riaffiora, qualcuno prova a restringerla. A riportarla dentro un perimetro rassicurante. Il ritorno del dossier “mafia e appalti” rischia questo equivoco. Certo, gli appalti erano centrali. Falcone ripeteva che la mafia stava entrando nell’economia legale. Come raccontano le sentenze, Falcone e Borsellino non vengono uccisi solo perché disturbano gli affari. Vengono eliminati perché stanno scoperchiando le relazioni esterne della mafia. I suoi rapporti con pezzi della politica, dell’imprenditoria, degli apparati. È qui che la loro presenza diventa insopportabile.
Per questo la verità giudiziaria, pur avendo accertato le responsabilità mafiose, continua a lasciare aperta una domanda decisiva: chi c’era accanto a Cosa nostra? Le sentenze parlano di “convergenze di interessi” e di concorrenti esterni all’organizzazione mafiosa che potrebbero avere avuto un ruolo nell’ideazione e nell’esecuzione delle stragi. Falcone stesso, dopo il fallito attentato dell’Addaura, parlò di “menti raffinatissime”. E Borsellino comprese che dietro l’assassinio dell’amico esisteva un livello ulteriore.
La mafia continua a crescere nello stesso spazio opaco: dove il potere evita la trasparenza, la politica rinuncia al coraggio e troppi scelgono di non vedere finché conviene. È per questo che Capaci non è soltanto una strage del passato. Quel cratere sull’autostrada continua a parlare dell’Italia di oggi: dei rapporti irrisolti tra criminalità, affari, istituzioni e potere. E della difficoltà, mai davvero superata, di cercare fino in fondo tutta la verità su chi accompagnò quella stagione di bombe e sangue.