Il lungo declino dei partiti (e il futuro incerto del Pd)

Con l’elezione diretta dei sindaci e l’allargamento dei poteri delle Regioni le vecchie organizzazioni cominciarono a indebolirsi

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – Le dimissioni del segretario Nicola Zingaretti sono la conferma dello stato critico in cui versa il Partito democratico, al quale l’ultimo colpo è stato inferto da Mario Draghi. Il suo governo, infatti, per il semplice fatto di esserci, non per altro, è valso a mettere definitivamente fuori gioco la forma partito tradizionale di cui il Pd era rimasto fino ad oggi l’ultimo rappresentante nella sua qualità di unico erede a tutti gli effetti della Prima Repubblica.

Dal 1945 al 1994 quella forma partito — con le sue assemblee di sezione, le sue federazioni provinciali e regionali, il suo comitato centrale, segreteria e direzione — costituì un modello organizzativo fatto più o meno proprio da tutte le formazioni politiche. Anche perché esso ricalcava lo schema degli organi di governo e delle relative assemblee elettive che la democrazia italiana si era data con la Costituzione. Un medesimo partito obbediente al centro dal più piccolo comune della penisola al Paese nel suo insieme.

È accaduto però che a un certo punto, sotto l’urto imprevedibile delle cose — nello scompiglio ideale e pratico prodottosi con le inchieste di Mani Pulite e nella inquietante sorpresa per la comparsa in quella circostanza di un attore del tutto inedito come la Lega — è accaduto, dicevo, che il sistema dei partiti della Prima Repubblica nel tentativo di trovare il modo di salvarsi in realtà abbia finito per suicidarsi. In prima fila — mosso dalla falsa sicurezza che in quel modo avrebbe potuto sopravvivere al crollo — il Partito ex comunista nelle sue varie successive ibridazioni e denominazioni.

Il suicidio avvenne in due tappe, grazie a due decisioni convergenti. La prima fu il nuovo sistema di elezione diretta dei sindaci con il potere attribuito loro di scegliersi una giunta di propria fiducia (1993); la seconda l’elezione egualmente a suffragio diretto dei presidenti della giunta regionale (1999) — quest’ultimo provvedimento enormemente rafforzato nella sua portata dal successivo nuovo Titolo V della Costituzione (2001) con il relativo, inconsulto allargamento dei poteri delle Regioni. Cioè del potere dei presidenti delle loro giunte, gratificati all’istante e per sempre del titolo abusivo di «governatori» che nessuno sarebbe più riuscito a togliergli.

Da quel momento i vecchi partiti cominciarono a non esistere, a non poter esistere più, essendo erosa una condizione fondamentale della loro esistenza, vale a dire il loro carattere nazionale e per così dire ideologico-impersonale. Da allora in poi riuscirono a mantenersi in campo e a resistere solo i partiti personali. Quelli con un uomo o una donna soli al comando e basta — senza sezioni, senza troppi congressi e al limite senza neppure più gli iscritti sostituiti dagli elettori — i partiti che infatti cominciarono subito a proliferare sulla scia della Lega di Bossi seguita a ruota da Forza Italia.

Grazie poi ai poteri conferitigli dalle due novità istituzionali di cui sopra i «governatori» delle Regioni e in misura minore anche i sindaci diventarono i decisori assoluti delle politiche in loco, e specialmente i «governatori» diventarono anche i padroni delle ingenti e crescenti risorse collegate ai nuovi compiti attribuiti alle Regioni. Questo fatto ne fece rapidamente i veri padroni del partito nei rispettivi territori. Sempre più anche la formazione delle liste elettorali locali, la scelta dei candidati al Parlamento, dipese dalla loro volontà o come minimo dal loro beneplacito. Da tempo in Puglia, in Emilia o in Campania, quello che pensa il Nazareno conta assai meno di quello che vogliono Emiliano, Bonaccini o De Luca. Nelle periferie italiane, insomma, così come è venuto progressivamente meno il potere dello Stato centrale e del governo allo stesso modo è venuto progressivamente meno anche il potere dell’apparato centrale dei partiti d’un tempo. E dunque del Pd, il loro unico sopravvissuto.

Al quale un colpo durissimo è stato inferto anche dal nuovo modello di potere monocratico stabilito per Comuni e Regioni. Il Partito democratico infatti — quello degli elettori, quello vero, non quello finto che a un certo punto Matteo Renzi si è illuso di guidare — accecato dalla persistente idolatria costituzionale ereditata dal suo lontano passato «comunista», non si è mai stancato di opporsi a qualunque rafforzamento, anche minimo, del governo centrale del Paese e dei suoi poteri. In tal modo esso è divenuto il rappresentante simbolico di una gestione della cosa pubblica non solo inefficace e screditatissima ma pure contraddetta dalle regole e dalle prassi in vigore nelle periferie gestite dai suoi uomini, molto spesso proprio i più intraprendenti e dinamici. Anche sul piano simbolico si è aperto cioè un fossato sempre più ampio tra l’esercizio del potere da parte di un partito dei territori — con il suo governo diretto, iperaccentrato, iperpersonalizzato, a suo modo anche fattivo e efficace non foss’altro per l’immediatezza esecutiva delle decisioni (a prescindere dai contenuti) — e un modello di partito di Roma nonché un esercizio del potere da parte sua del tutto opposti. Il partito di Roma per un verso dilaniato sempre da correnti e sottocorrenti e dalle loro estenuanti diatribe, per l’altro verso legato a una prassi di governo che la nostra Costituzione e la legge elettorale condannano alla «condivisione» e alla «trattativa» perpetue, al compromesso, alla lentezza; capace di impegnarsi e di dar voce a battaglie e a strategie solo di schieramento (contro la «destra», contro il «sovranismo», ecc., ecc.) ma mai su cose da fare qui e ora.

Il Pd rischia così di svanire, vittima dei suoi troppi errori e del coraggio che fin qui gli è sempre mancato. Il coraggio cioè di convincersi che c’è un solo modo per tornare ad essere un vero partito nazionale e per tornare ad avere un ruolo egemone a sinistra. E cioè promuovere le modifiche della Costituzione (e in relazione a queste una nuova legge elettorale) che servano a costruire un governo centrale forte e in grado di durare più di qualche mese. Enrico Letta è stato molti anni a Parigi e chissà che nelle sue giornate di studio non abbia meditato sulla parabola di François Mitterand, il quale, alla testa di un Partito socialista ridotto ai minimi termini, lo convinse ad accettare senza riserve il meccanismo della Repubblica presidenziale gollista e nello spazio di qualche anno ne divenne il presidente. Di normalità, di ipotesi sul «campo largo da costruire» e altri pannicelli caldi simili, il Partito democratico muore. Per tornare alla vita gli serve l’audacia della rottura. E gli serve ora.12 marzo 2021 (modifica il 12 marzo 2021 | 23:47)© RIPRODUZIONE RISERVATA

7 replies

  1. Sembra ,potrebbe …

    PD: con Letta ritornano Bersani e Speranza?
    Enrico Letta era il vice di Pierluigi Bersani quando l’esponente ora di Articolo1 era il segretario del Partito Democratico. Entrambi hanno una cosa in comune: il loro addio ai dem è stato a causa di Matteo Renzi.
    Il suo ritorno al Nazareno potrebbe portare al rientro di Pierluigi Bersani e Roberto Speranza, fuoriusciti a febbraio 2017 e ora esponenti di Articolo 1-MPD, mentre dopo il celebre #Enricostaisereno appare difficile un riavvicinamento con Matteo Renzi.

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  2. ENRICO LETTA- IL CAPITALISMO DAL VOLTO MODERATO- Viviana Vivarelli.
    Il nuovo segretario del Pd, Enrico Letta, è stato capo del Governo dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014, per un totale di 300 giorni, ed è stato spodestato da Renzi che lo aveva appena rassicurato col famoso ‘Va’ sereno’.
    Dopo di che ha reso la tessera al partito ed è andato per sette anni a fare il docente universitario a Parigi.
    E’ uno relativamente giovane in un Parlamento di vecchi. Il 59% dei senatori ha più di 79 anni; il 16 % dei deputati ha più di 60 anni.
    Letta ha 54 anni, nel 2015 si è dimesso da deputato per andare a insegnare e a dirigere la Scuola di Affari internazionali dell’Università Sciences Po di Parigi.
    In Italia ha fondato la Scuola di Politiche e l’Associazione Italia-Asean (Associazione delle nazioni del Sudest asiatico), entrambe no profit. Ed è presidente dell’Istituto Jacques Delors, intitolato all’ex presidente francese della Commissione europea.
    Ha creato il think-tank generazionale veDrò, che riunisce vari big dell’economia e della Finanza.
    RAPPRESENTA IL CAPITALISMO AL VOLTO MODERATO.
    È colto, intelligente, con amici importanti in Europa e una fitta rete di rapporti internazionali ad alto livello.
    Dopo il suo breve tentativo di governo, lasciò molte intenzioni interrotte come la revisione della legge anti-corruzione o la legge sullo scambio elettorale politico-mafioso, soprattutto, un tentativo di riforma economica per aumentare i posti di lavoro.
    Il suo governo fu il primo tentativo di governo di coalizione italiano (dopo il tentativo fallito di Moro di governare col PCI), Letta governò con Berlusconi.
    Il suo governo era composto da esponenti di Pd, Il Popolo della Libertà (cioè B), Unione di Centro e Scelta Civica. Vicepresidente il berlusconiano Alfano, che fu molto criticato.
    Letta è stato membro della Commissione Trilaterale, membro del comitato esecutivo e vicepresidente dell’Aspen Institute Italia.
    Letta è rassicurante e trasversale.
    Nei salotti del suo think tank Vedrò si riuniva il bel mondo della finanza e dell’impresa per cui con lui Piazza Affari e il mondo dei capitalisti lombardi si sentirà al sicuro (think tank vuol dire ‘Gruppo di esperti impegnato nell’analisi e nella soluzione di problemi complessi, specie in campo economico e politico’).
    Il 12 novembre del 2012 scrissi sul mio blog Masada che Bersani sarebbe stato sostituito da Enrico Letta. In quel giorno il club Bilderberg dell’alta finanza mondiale, che considera la nostra democrazia un giocattolino per i suoi giochi di potere e i nostri politici i suoi burattini, si riunì a Roma con alcuni membri del governo Monti e chiamò come ospite Enrico Letta, unico del Pd, non Bersani, che era segretario del partito ma proprio il suo vice. Era un chiaro segno che Enrico Letta era entrato nei giochi dei poteri forti e che sarebbe stato il futuro capo del Governo, come poi è avvenuto. Ora i giochi riprendono.
    Nel 2013 scrivevo:
    “Enrico Letta. Diventato ministro a soli 32 anni, il più giovane ministro nella storia italiana, con delega alle Politiche Comunitarie nel 1°Governo D’Alema, poi Ministro dell’Industria nel D’Alema II e nel successivo Governo Amato II. Eletto al Parlamento Europeo nel 2004, lascia l’incarico 2 anni dopo per diventare sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel Governo Prodi, succedendo nel ruolo proprio allo zio Gianni, cui tra l’altro “restituirà” l’incarico nel 2008 realizzando una alternanza “dinastica” unica nella storia della Repubblica Italiana.
    Dal 2009 è stato vicepresidente del Pd.
    Fa parte di importanti organismi internazionali ed è strettamente legato al premier uscente Monti. Come lui è membro del comitato esecutivo dell’ASPEN ISTITUTE e del comitato europeo della Commissione TRILATERALE.
    A Chantilly (Virginia) ha partecipato per la prima volta nella sua fulminea carriera politica alla riunione del Gruppo Bilderberg. Alla riunione nel 2012 del Gruppo Bilderberg, a Roma, in rappresentanza dell’Italia, hanno partecipato insieme ad Enrico Letta anche Franco Bernabé (Telecom Italia), Fulvio Conti (ENEL), John Elkann (FIAT) e la giornalista e ex eurodeputata Lilli Gruber.”
    Scrivevo ancora:
    “Il Bilderberg è il gruppo di 130 magnati che dettano le sorti europee. Sono loro che foggeranno l’Italia secondo la depredazione dei potentati finanziari che impongono il neoliberismo ai paesi deboli. Lo hanno fatto con la Grecia (riunione di Atene), con la Spagna (riunione di Madrid) e poi con Roma, segno evidente che noi siamo il Paese che sarà svenduto prossimamente.
    E questa svendita, rispetto a quella fatta del Paese a Berlusconi, è anche peggio.
    E’ stato tutto deciso 5 mesi fa, le sceneggiate successive sono state solo la preparazione di qualcosa con cui la democrazia non ha niente a che fare”.
    “La Commissione Trilaterale è un gruppo operativo di potere sopra i partiti, fondato nel 1973 da David Rockefeller, presidente della Chase Manhattan Bank, e altri dirigenti, tra cui Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski. La Trilaterale annovera più di 300 membri, uomini d’affari, politici, intellettuali, provenienti dall’Europa, dal Giappone e dall’America del Nord per una cooperazione più stretta tra queste tre aree. Ha la sua sede sociale a New York. Il suo scopo è di entrare nei governi per fare gli interessi di un gruppo di magnati e capitalisti di estrema destra neoliberista. Si propone un grande progetto di dominio del mondo in cui siano cancellati tutte le conquiste di civiltà ottenute dai movimenti popolari che si battono per i diritti dei popoli, dei cittadini e dei lavoratori, distruggendo la democrazia e assoggettandola al potere dei tecnocrati”.
    “Enrico Letta è gradito ai ‘poteri forti’ nazionali e internazionali – dal Vaticano e da Washington – per non parlare di quelli economici, mediatici e finanziari.
    Una rete di rapporti molto vasta e articolata che Letta ha intessuto soprattutto attraverso VeDrò, ‘think tank’ da lui fondato che mette insieme personalità di diversa provenienza politica e si ritrova ogni estate, in salsa pop a Drò, sul lago di Garda, dove a fine agosto si riuniscono in plenaria per 3 giorni di presentazioni, feste e dibattiti, i «vedroidi» Gente bipartisan. A VeDrò si parla, si lavora e si tessono relazioni. Lo schema è quello di Nino Andreatta che già nel 1976 mise insieme politici e imprenditori. Sponsor dell’ultima convention “vedroide” sono stati Enel, Eni e Telecom. Nonostante ciò, il prezzo rende molto esclusiva la festa: per partecipare si paga caro. La rete in cui ci si tuffa, però, è buona per ogni occasione, che vinca la dx o la sx. Se vincono entrambe, figurarsi!”

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  3. @viviana v.
    Ma come?
    Ma sei proprio sicura di quello che scrivi?
    Non è che ti sei inventata tutto per screditare (o elogiare, a seconda dei punti di vista) Letta junior?
    Certo che SE tutto ciò che hai scritto corrisponde al vero, la vedo un po’ dura per il PD riposizionarsi
    un po’ più a sinistra sotta la guida d’un simile “compagno”.
    Ma il PD vuole davvero chiudere l’era renziana o vuole soltanto cambiare la maschera dietro cui si
    nascondono sempre i soliti interessi?
    Per quanto mi riguarda è una domanda retorica: il repentino farsi da parte di Zingaretti e il rapidissimo
    irrompere sulla scena del Cavaliere Bianco sono solo parti di una commedia di infimo ordine che i
    Padroni del PD mettono in scena per confondere le idee di un elettorato che, dopo quasi quindici anni,
    non s’è ancora reso conto che la “sinistra” è stata assassinata nel 2007 e che, da allora, sul
    palcoscenico della politica italiana, il suo posto è stato preso da un impostore che parla con la sua
    stessa voce ma che agisce sempre al contrario.

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  4. Vaccate, che non capisco se siano più dettate dall’incapacità di comprendere i fenomeni in atto o dalla malafede. Lo scenario attuale deriva da una congiura di cui Renzi è stato volonteroso sicario. I partiti sono in crisi, ma per i motivi opposti a quelli che acciabatta GdL. È in crisi il leaderismo e una politica improvvisata. Non a caso la forma partito funziona ancora se riesce ad esprimere idee e si dota di leadership adeguate, non di consorterie eterne che finiscono per intralciarsi e basta, perseguendo solo il potere per il potere. Anche la forma “monocratica” dei governi locali c’entra fino a un certo punto, perché è pur vero che quello che decide Roma conta meno di quanto stabiliscono i ras locali, ma è pure vero il contrario, e cioè che a Roma imposta nulla di quello che avviene sui territori, perché le consorterie sono troppo prese dai giochi di potere. In questo scenario, Mario Draghi non è il nuovo che avanza, come conviene far credere, ma esattamente l’opposto, cioè il garante di un patto (peraltro periclitante, se gli elettori mangiassero la foglia) per assicurare la migliore spartizione della greppia europea tra le varie camarille politiche ed economiche. Cioè il massimo della conservazione, e lo spazio di manovra delle forze progressiste è limitatissimo: conviene far saltare il tavolo con il rischio che quegli altri si pappino pure quel simulacro di diritti sociali rimasti? Ma in un certo senso anche l’apparente soluzione delle crisi di PD e 5* va in una direzione conservatrice: da una parte l’usato sicuro che garantirà una pax tra le correnti, che però non permette di intravvedere un solido approdo del pd nell’area progressista, mentre i 5* sfiancati da una leadership evanescente si aggrappano alla zattera- Conte col rischio di travolgerla.

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  5. Il “Nipote” e “lo Zio” fosforo per gli smemorati.
    Segretario del P.D. un politico che si è fatto gabbare da un Bischero di Rignano.
    Il banco di prova: chi saranno gli alleati?

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  6. letta?
    In questo video, al secondo 32, gli sfugge la parola “confratelli”, lapsus che dice tutto sul nuovo salvatore del pd.
    Secondo me lui e renzi sono nemici come due colleghi d’ufficio, che tentano di farsi le scarpe a vicenda per la promozione, ma rispondono allo stessissimo capo.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/03/13/enrico-letta-candidato-alla-segreteria-del-pd-chi-me-lo-ha-fatto-fare-ci-sono-dei-cocci-da-raccogliere-lintervista-a-propaganda-live/6131950/

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