“Beato il paese che non ha bisogno di eroi”

(di Francesco Erspamer) – Beato il paese che non ha bisogno di eroi, disse il Galileo di Brecht per un mondo molto diverso da quello attuale (sei decenni fa ma è come se fossero passati sei secoli); oggi il massimo che possiamo sperare e augurarci sono paesi che non abbiano bisogno di stronzi – nel significato discusso dal filosofo Aaron James in un libro, “Assholes”, tradotto anche in italiano. Non fraintendetemi: di stronzi e anche di eroi ce ne saranno sempre, è fisiologico; il problema è quando vengono considerati necessari. Lo sport e in particolare il calcio, che amo (ci gioco da sempre e faccio anche un corso sulla sua storia e cultura), purtroppo sono diventati una vetrina di arroganza, lusso, smodata avidità e, caduto ogni controllo morale, imbecillità (le celebrity sono al di là del bene e del male: è la meritocrazia liberista, baby, chi vince meritava di vincere e chi perde non merita nulla e se parla di eguaglianza è solo per invidia, spiegano economisti e giornalisti).

Neymar (“Organizza un mega party di 5 giorni con 500 invitati in barba alle norme anti-Covid”) non è un’eccezione: i cosiddetti campioni sono tutti uomini immaturi, mai usciti dall’egocentrismo adolescenziale, colpa dei milioni fatti troppo in fretta e della venerazione di tifosi chiaramente orfani della religione e in cerca di qualcosa che li esenti dalla responsabilità di pensare e valutare; e soprattutto, quei campioni, gonfiati dai media, intenzionalmente, a convincere la gente che gli unici valori siano il successo e il denaro.

A proposito di venerazione, avete notato quella del “Fatto” per Ibrahimovic, la persona più presuntuosa del pianeta, mai sfiorata dal sospetto che le sue straordinarie doti fisiche siano un privilegio ricevuto da Dio o dalla natura e dunque da mettere in qualche modo al servizio degli altri e non un suo merito, quasi fosse il creatore di sé stesso? Mi ero segnato un deprimente titolo di due mesi fa (della versione online, diretta dal liberista Gomez per sfare quotidianamente quello che Travaglio cerca di costruire nella versione a stampa), quando il semidio rientrò in campo dopo essersi ammalato di coronavirus e segnò due gol: “Ibrahimovic è un totem, più forte dell’età e persino del Covid”. Il mito del superuomo, che niente insegna ai comuni mortali, tanto meno comportamenti virtuosi e disciplina, se non la succube accettazione dei vincenti e dei troppo ricchi.

Come ho detto, di stronzi ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno; ma solo nell’età del neocapitalismo egemonico sono diventati gli unici modelli della società e in particolare dei suoi settori più fragili o manipolabili, a cominciare dai giovani. Alle multinazionali conviene e ai tanti intellettuali e politici sul loro libro paga, pure. Ma a voi? Davvero è questa l’Italia, il mondo che sognate? Che intendete lasciare ai vostri figli? Davvero vi mancano il coraggio, la lucidità, quel minimo di impegno e dignità che basterebbero per smetterla di dare retta all’oscena macchina mediatica e pubblicitaria che sta facendo regredire l’umanità verso la barbarie? Per ridurne lo strapotere? Riscoprire il piacere della resistenza contro il vuoto edonismo e bieco materialismo del pensiero unico liberista, accorgersi che siamo in tanti a sentire il puzzo di un sistema marcio e che riconoscersi e lottare insieme è gratificante a prescindere dai risultati, mi paiono degni propositi per il 2021.

8 replies

  1. La frase “mai sfiorata dal sospetto che le sue straordinarie doti fisiche siano un privilegio ricevuto da Dio o dalla natura” è una gran puttanata, scusate il francesismo, che scredita tutto l’articolo.

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      • Gentile Adriano Gregorio Fanelli, l’ho fatto rispondendo alla cara Anail. Ovviamente si tratta della mia personale opinione, supportata dal fatto che non sia ancora stato identificato un “gene del calcio”.

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    • Angelo, io l’ho interpretato nel senso che il tizio si attribuisce il MERITO di essere un campione, mentre, secondo l’autore, la sua fisicità è un dono di Dio o della natura, quindi dovrebbe ritenersi un privilegiato, invece che bearsi della sua superiorità fisica con spocchia e arroganza.
      Così il concetto si inscrive perfettamente, come senso, nell’articolo, secondo me pregevolissimo.

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      • Proprio quello che contesto io: la sua superiorità fisica non è un dono. La natura non fa doni: se lui è campione è grazie allo sforzo che ha messo negli allenamenti, nell’impegno e nei sacrifici… bisogna smetterla di credere che qualcosa o qualcuno infonde qualcosa di speciale. Daniel Barenboim, Barbra Streisand, Salvador Dalí e Jury Chechi hanno ottenuto i loro risultati grazie al loro impegno e al supporto di chi gli stava vicino, probabilmente sacrificando tutto il resto. Non sopporto la parola “talento”, che uso esclusivamente in questo contesto.
        Pensare alla natura o a un onnipotente vecchio con la barba bianca che vive tra le nuvole e sparpaglia qua e là “doni” e uno dei tanti modi per giustificarsi quando ci si compara a chi ha successo.
        Se voleva parlare di spocchia e arroganza probabilmente avrebbe avuto ragioni da vendere restando in tema senza scomodare “aiuti esterni” ed è proprio ciò che ho detto in maniera estremamente sintetica.
        Purtroppo quello dei “talenti” è un argomento che scatena sempre reazioni sopra le righe!

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  2. carissimo ERSPAMER, mi meraviglio che tu che giochi a calcio faccia quelle considrerazioni. : Questi tuoi “colleghi” dovresti averli conosciuti. Anch’io ho giocato (anni ’60. serie A alcune partite, 4 campionati di B e 4 di C,insieme anche con grandi campioni, zoff,stranieri e altri) ed ho sempre considerato quei compagni di gioco , dei ragazzi poco piu’ che ragazzini (specie psicologicamente). In genere erano dei bravi giovanii, certo avevano molti (allora molti meno di ora) soldi in tasca , con in quali alcuni facevano i simpatici sbruffoni ovviamente da parvenus, altri li mandavano a casa dove la famiglia tirava la cinghia. Io, che avevo solo avuto la fortuna di essere un po’ piu’ accorto culturalmente, li giudicavo così, senza spocchia, solo bonariamente, da compagni di gioco. Sono passati molti anni, forse tutto è cambiato. Ma a quell’età di 20-25 anni anche oggi sei sempre un ragazzetto che perdipiu’ non ha mai visto il mondo oltre il campo da calcio. Che cosa pretendiamo ?Forse dovremmo pretendere qualche senso delle proporzioni dai massmedia . No ? Maradona lo giudico da cio’ che faceva in campo ed il giudizio era solo su quell’aspetto. Cordialmente . architetto Giuseppe Del Zotto – Udine

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