I pensatori dei biscottini della fortuna

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Diventato oggetto di culto per aver liquidato il dissenso come disturbo psichiatrico, in attesa di vederlo cimentarsi come il mio avo a misurare circonferenze craniche ai no-tav in qualità di negazionisti di sviluppo e progresso, il vieux philosophe Galimberti si è proprio meritato una lunga intervista sul Corriere a cura di Walter Veltroni.

Sono passati più di 45 anni da quando nella Francia così magistrale nell’applicare la sua Grandeur alla banalizzazione di pensieri e valori,  alcuni giovanotti di bella presenza autodefinitisi Nuoveaux Philosophes, hanno confezionato un minestrone indigesto di rivisitazione e revisionismo del background,  che li aveva troppo poco nutriti e tirando dentro a loro insaputa i poveri Lacan, Lèvi-Strauss e Foucault, per mettere le basi della dottrina neoliberista con tanto di difesa dell’Occidente dal meticciato e equiparazione del comunismo al nazismo.

Ne abbiamo fortunatamente perso via via le tracce, ma intanto avevano aperto la strada alla concezione di una disciplina talmente applicata e condizionata dalla realtà, da diventare propaganda, statistica e rilevazione della percezione e dell’opinione, tanto che da quegli anni in poi imprese all’avanguardia per avidità e sfruttamento si sono attrezzate coi loro filosofi in qualità di consulenti per le risorse umane e la valorizzazione del loro brand.

E quindi, chi meglio di quello che ha promosso la fine ingloriosa del Giornale fondato da Antonio Gramsci, poteva raccogliere le pillole di saggezza di un “pensatore” che interpreta la definizione di intellettuale organico con l’essere fieramente al servizio dell’establishment, tra più graditi dalle signore grazie a una fortunata rubrica settimanale che ci ha fatto rimpiangere le tre colonnine a fondo pagina di Alberoni,  

Si sa, ormai vanno per la maggiore i Moccia della filosofia con tanto di pensierini nei cioccolatini, i Fabio Volo del marxismo in forma di biglietti nei biscotti della fortuna: lo conferma il successo rinnovato del Professor Galimberti che mettendo a profitto quello che definisce lo spaesamento come effetto collaterale del Covid, con la testa tra le mani a guisa di Rodin, dà l’ennesima stoccata a una “società debole”, che appena è rientrato il primo allarme è caduta preda di una colpevole  “rilassatezza estiva” e una dissennata “superficialità” che l’hanno fatta riprecipitare nell’incubo. E così avremmo perduto, per colpa nostra, “la normalità del nostro vivere”.

Ma povero Hegel, che aveva tentato una definizione della filosofia, contro i pregiudizi che la condannavano a esercizioche avrebbe a che fare  soltanto “con le astrazioni, con vuote generalità, mentre invece l’intuizione, la nostra autocoscienza empirica, il sentimento di noi stessi, il senso della vita sarebbero invece il concreto in sé, la ricchezza di ciò che è determinato in sé. In realtà la filosofia vive nell’ambito del pensiero: essa quindi ha a che fare con universalità:  il suo contenuto è astratto …. mentre invece l’idea in se stessa  è essenzialmente concreta, poichè essa è l’unità di determinazioni differenti”.  

Ecco qua come nel 2020 la consapevolezza empirica si traduce nel rimpianto di quella normalità che ha prodotto crisi economiche, l’eclissi della solidarietà e della coesione che si materializzano negando cura e assistenza ai cittadini,  la promozioni di sempre nuove disuguaglianze tra lavoratori, uomini e donne, giovani e vecchi, nella quale gente come l’ormai venerabile maestro si è ritagliato una tana inviolabile, calda e sicura, dalla quale sparge amene ovvietà sul possibile rischio che l’angoscia che ci attanaglia finisca per pretendere l’uomo forte, il dittatore illuminato (cito da lui) per via di un comune sentire che attraverserebbe “ anche parte della sinistra, cioè persone che non sono populiste, ma che non possono sopportare questo stato di incertezza”.

 Ora è vero che non siamo al tempo di Federico II, è vero che il Professor Galimberti deve essere un po’ spaesato pure lui, perché intravvede i segni dell’appartenenza alla sinistra tra i lettori del Giornale Unico Gedi, tra gli elettori del Pd o di Leu, è vero che tutto si può dire di Conte salvo che sia un dittatore illuminato, ma che in questa fase purtroppo sempre meno temporanea anche grazie a quello che chiama un distanziamento virale, ci sia una sospensione della prassi democratica, uno scavalcamento del Parlamento (che tra l’altro dovrebbe essere alacremente al lavoro sulle riforme, un’attribuzione di autorità esuberante all’Esecutivo e pure a autorità speciali, è rivendicato proprio da chi sta esercitando un potere eccezionale.

Il fatto è che pare proprio che la comunità degli intellettuali, cancellata la missione che attribuiva loro Gramsci di contributo all’elaborazione di una coscienza di classe, si chiamano fuori dalla condizione di sfruttati odierni e futuri, grazie alla rivendicazione di una superiorità inalienabile di carattere sociale, economico e quindi morale,  che coltiva il disprezzo per attività mercenarie che li aiutano a campare e a godere dei loro privilegi, per la masse ignoranti e populiste che vivono ai margini e nelle periferie dei loro quartierini dove si vota progressista, per i poveracci immeritevoli di successo e affermazione dei loro talenti che gli portano a casa le merci di Amazon, farmaci compresi, per i populisti che, lo dice il nome stesso, esigono che venga restituita sovranità ai cittadini e allo Stato.

E difatti ne ha anche per lo Stato, entità interpretata dalla “gente” come nemica, giustificatamente perché non ha saputo contrastare un’indole presente nella nostra autobiografia nazionale, quella all’individualismo, che ha generato “comportamenti non frequenti in altre democrazie: evadere le tasse, la corruzione, accedere al lavoro, dal più umile a quello più importante, attraverso le raccomandazioni”.

E ti pareva? Figuriamoci se non si finiva per addossare ogni responsabilità alla marmaglia parassitaria e corrotta, visto che la trasgressione delle regole va in un verso solo e colpevole è chi si fa raccomandare e non chi forma la famosa letterina, chi offre la mazzetta al funzionario e non il controllore che con la bustarella soprassiede agli obblighi di vigilanza, l’idraulico che non fa la fattura e il cliente che non se la fa dare e non i finanziatori della Lega, della Leopolda, con i beni alle Cayman, peraltro mai davvero perseguiti.

Quando un pensatore, un opinionista esordisce così, il passo successivo è prendersela con il suffragio universale come se esistesse ancora in un contesto dove si vota per liste bloccate, per candidati imposti e dove i referendum vengono bellamente traditi.

Si comincia così rivendicando l’arruolamento in una società civile e virtuosa, purtroppo marginale  rispetto all’esercito della rozza plebaglia che vota con la pancia vuota per poi ipotizzare benefiche selezioni dell’elettorato, riduzioni della partecipazione (ma non era quello l’intento del taglio lineare dei parlamentari in simpatica coincidenza con l’auspicio del parallelo taglio dei votanti?), per contrastare la pressione di quei frementi dei margini che preoccupano tanto chi sta al Centro.

Se va avanti così, dopo aver votato (non io) Veltroni, sempre che si sospenda ancora una volta le doverose chiusure per aprire i seggi, vi toccherà votare per un altro filosofo, come non fossero bastati Cacciari e Buttiglione.

1 reply

  1. Quel che emerge dal solito prolisso manifesto è che ci sono due illegalità.
    – quella della “plebaglia” come la definisce lei stessa, dei miserabili, dei pezzenti e pertanto scusabilissima
    – quella dei ricchi e potenti, corruttori del popolo ingenuo, non perdonabili

    L’idea che l’illegalità di per sé non è mai accettabile non sfiora neppure l’inesauribile e infaticabile sig.ra Anna.

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