
(Claudio Bozza – il Corriere della Sera) – «Fino a quando avrò il respiro combatterò per Salerno, per la Campania e per il Sud». Tutti aspettano Vincenzo De Luca in municipio per le 18 in punto. Ma lui non si materializza. Sta chiuso in casa, si gode così il suo trionfo. Niente telecamere e giornalisti, che non ama granché (eufemismo).
Perché quando lui vuole parlare spalanca i social e dice ciò che vuole, senza contraddittorio. E a 77 anni suonati avverte chi lo credeva fuori da tutto, dopo lo stop al terzo mandato da governatore: «Dovrete continuare a fare i conti con me».
Provoca, talvolta è sprezzante, altre scherza. Ma in realtà è terribilmente serio. Spavaldo come non mai — trentatré anni dopo la sua prima volta, sulle macerie di Tangentopoli — torna a indossare la fascia di sindaco. È la personificazione dell’eterno ritorno di Friedrich Nietzsche.
A Salerno l’universo rinasce e rimuore in base a cicli temporali fissati, soltanto che al centro rimane sempre lui: «Don Vicienz». Con tutte le sue contraddizioni, i suoi pacchetti di voti controllati militarmente e pure i suoi fallimenti: emblematico quello del Crescent, mastodontica colata di cemento a fianco della nuova stazione marittima di Zaha Hadid, con appartamenti e decine di fondi commerciali rimasti sfitti. Ora De Luca torna e rilancia: «Salerno sarà la Montecarlo d’Italia».
Tipica grandeur deluchiana: «Con palme stile spiaggia di Copacabana». Intanto dovrà far ripartire diversi cantieri bloccati e un tratto di lungomare crollato: ferite ereditate dalla gestione del suo fedelissimo predecessore Vincenzo Napoli, che a gennaio si era dimesso a sorpresa, un anno e mezzo prima del termine, proprio per fare spazio al ritorno del «Viceré». Perché De Luca è visceralmente legato a Salerno.
Nel 2001 finì eletto in Parlamento, ma Roma non era cosa sua. Perché lui ha un bisogno fisico di testare il suo potere, in presa diretta. E fa di tutto per farsi rieleggere sindaco. E ieri, via social, ha ringraziato così: «È un voto importante, che conferma, ancora una volta, la solidarietà, il sostegno e l’affetto che i salernitani mi hanno sempre concesso».
Si riparte quindi da dove tutto era iniziato. Un po’ come Ciriaco De Mita, nella vicina Nusco, che dopo aver fatto e disfatto parte della storia d’Italia come colonnello della Dc tornò nella sua terra da sindaco, appunto fino all’ultimo respiro, arrivato a 94 anni.
Nei video social alterna rabbia, ironia, invettive: «Feccia» dice ai nemici. In piazza arringa ancora folle oceaniche. De Luca è probabilmente l’ultimo grande animale politico novecentesco in attività.
Del resto lo «Sceriffo» è uno dei pochi sopravvissuti di un’altra era. Quando nel ’93 vinse per la prima volta, c’erano ancora la Dc appena crollata, Tangentopoli e Berlusconi non era ancora sceso in campo. Da allora ha attraversato tutto: l’Ulivo, il Pd, Renzi, Conte, Schlein, il Covid, i duelli con Giorgia Meloni. Sempre uguale e sempre diverso. Capace di passare dal latino ai comizi-pop, dalle citazioni colte agli insulti virali.
In questa epopea teatrale, un capitolo va dedicato a un altro attore chiave: il figlio Piero, rimasto ieri scientificamente a distanza da Salerno.
Fu renziano doc, oggi è nella corrente riformista non più ostile alla segretaria del Pd Elly Schlein. De Luca junior, nell’ambito dell’accordo affinché il padre appoggiasse l’odiato Roberto Fico nella corsa a governatore («Dareste mai la Campania a uno che non ha mai amministrato nulla?», fu la frase più soft), ha incassato il ruolo di segretario del Pd della Campania. Cioè l’organo che avrebbe dovuto concedere al padre il simbolo del Partito democratico per correre alle amministrative. Simbolo che «Don Vicienz» si è ben guardato dal chiedere: lo avrebbe solo danneggiato. E così, anche di De Luca junior, nessuna apparizione.
ma vattene in pensione va…
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