Maurizio Belpietro: “Solo briciole alle aziende ma Pd e 5S si dividono 365 poltrone”

This handout picture, released by Chigi Palace Press office, shows a moment of the illustration of the relaunch plan of Italy by the Italian Prime Minister Giuseppe Conte, at Villa Pamphilj, Rome, Italy, 13 June 2020. “Modernisation of the Country. Ecological transition. Social, territorial and gender inclusion”. These are the three “strategic lines” that Conte underlined. “We are working to have a more efficient, digitized Public Administration. We must ensure that existing digital technologies for everyday life can increase the productivity of the economy and innovation,” he adds. ANSA / Filippo Attili – Chigi Palace Press office +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

(Maurizio Belpietro – la Verità) – C’è una cosa che la maggioranza giallorossa sa fare a meraviglia, senza se e senza ma, ed è l’occupazione delle poltrone. Grillini e piddini da quando sono al governo infatti non si mettono d’accordo su nulla, riuscendo a litigare su Autostrade, sul Mes e perfino sui candidati alle prossime elezioni regionali.

Ma quando c’è da nominare qualche amico nei consigli di amministrazione che contano l’accomodamento lo trovano sempre. Sì, ogni decisione importante è presa salvo intese, vale a dire rinviata a data da destinarsi perché l’esecutivo non riesce a imboccare una direzione a causa dei veti contrapposti dei partiti che lo sorreggono.

Tuttavia, se c’è da spartirsi i vertici di una controllata pubblica o il collegio sindacale di una municipalizzata, cioè regalare stipendi, l’accordo viene raggiunto con una certa facilità, senza strepiti e senza posticipi. Sì, se ci sono di mezzo il fondo Salvastati o la revoca della concessione ai Benetton, ovvero scelte importanti che rischiano di incidere sulla vita degli italiani, la convocazione del Consiglio dei ministri ogni volta scivola un po’ più in là, chiudendosi quasi sempre senza che sia stata raggiunta una mediazione e dunque si sia deciso qualche cosa.

Quando invece in gioco non ci sono gli interessi collettivi ma solo le poltrone, basta che si siedano intorno a un tavolo e gli esponenti della maggioranza penta-piddina trovano subito la soluzione.Adesso, ad esempio, ci sono da rimpiazzare 365 consiglieri e sindaci di società controllate dal ministero dell’Economia e qualche casella è già andata al suo posto, con equa spartizione fra gli azionisti di maggioranza del governo.

A volte si tratta di nomine che neppure finiscono sui giornali, anche se i designati hanno un potere vero, perché amministrano soldi pubblici e non parliamo di spiccioli. Prendete ad esempio l’Istituto poligrafico Zecca dello Stato, azienda partecipata al 100% dallo Stato, o il Gse, ossia il Gestore dei servizi energetici. In apparenza non si tratta di società che danno grande visibilità a chi le rappresenta.

Ma anche se non finisce sui giornali, il commissario o l’amministratore delegato per un po’ sono sistemati, con lauto appannaggio. Nel giro delle nomine previste nella prossima infornata ci sono anche imprese assai note, come per esempio l’Agenzia nazionale attrazione investimenti e sviluppo d’impresa, più nota come Invitalia.

Si tratta dell’ente pubblico che dovrebbe promuovere la crescita economica delle zone svantaggiate, in particolare del Mezzogiorno. Affidata da anni alle mani di Domenico Arcuri, che Giuseppe Conte ha scelto come commissario all’emergenza mascherine chirurgiche, la società deve rinnovare il collegio sindacale e immaginiamo che ci sia la fila di professionisti intenzionati ad acchiappare la poltrona.

Ancor più nota di Invitalia è Equitalia giustizia spa, ovvero la famigerata agenzia di riscossione dei crediti che derivano da procedimenti giudiziari. In questo caso si tratta di rinnovare sia il consiglio di amministrazione che il collegio di chi controlla i conti.

Poi c’è Consip, ossia la centrale d’acquisto della pubblica amministrazione, quella cui si devono rivolgere i ministeri e le Regioni quando devono comprare qualche cosa. Anche in questo caso c’è da rinnovare il consiglio di amministrazione. L’elenco delle nomine è lungo e fra le tante spuntano l’Anas, Trenitalia, Rete ferroviaria italiana, Sport e Salute, Fintecna, Sace e così via.

Insomma, con i rinnovi di cda e sindaci c’è da amministrare un pezzo di potere vero, perché anche se l’operazione non finisce in prima pagina, in quelle stanze si gestisce una montagna di quattrini e di investimenti, e per di più senza essere sotto i riflettori.In compenso, mentre i giallorossi sono occupati a spartirsi le poltrone, le cose importanti restano al palo. Non parliamo di Mes, regionali e Autostrade, ma dei soldi che dovevano finire nelle tasche degli italiani già ad aprile.

Giuseppe Conte si incaricò di annunciare un bazooka da 400 miliardi per le imprese, ma purtroppo il colpo che doveva annientare la crisi, rilanciando l’economia nazionale, si è rivelato un flop. A distanza di tre mesi i dati ufficiali parlano chiaro: il sistema bancario che doveva dare quattrini alle società in realtà ha messo nelle tasche degli imprenditori appena un ottavo della cifra promessa.

Sì, più o meno 50 miliardi e per di più a debito e non a fondo perduto. Mentre in Germania la liquidità è stata incanalata in fretta per sostenere l’onda della ripresa, da noi si è fermata a un rigagnolo. Non sappiamo quante aziende siano rimaste a secco, ma in compenso ci è noto un fiume che non rischia mai la siccità. È quello che si alimenta con incarichi a spese del contribuente. Ci può essere la crisi e anche il pericolo di una fine anticipata della legislatura, ma lo stipendificio pubblico non si ferma mai, perché c’è sempre qualche cosa da distribuire.

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