Guardia Sanframondi: “La fuga dal Novecento non è mai partita”

(Raffaele Pengue) – Il secolo, quello vecchio, a Guardia proprio non se ne vuole andare. Sta ancora qui, dopo decenni, come un patriarca che non riconosce eredi, un fantasma incarognito. La fuga dal Novecento guardiese non è mai partita, segue ancora i vecchi sentieri. Lo stiamo resuscitando, reincarnando i tempi della sua gioventù. È il grande inganno che quest’antico “borgo baciato dai belli” non finisce di scontare. Non è solo una questione di anagrafe e calendari. È qui il punto, il corto circuito, intorno al quale vale la pena riflettere. Sono decenni che il Novecento (ovvero la vecchia classe politica e dirigente) governa Guardia, ora assieme, ora (più o meno) divisi. Decenni di personalismi e propaganda. Senza alcun rispetto per Guardia e i guardiesi, come se la comunità fosse solo un bottino da contendersi: solo odi, rancori e ambizioni personali, solo denaro e interessi, senza ideali, senza morale. Quello che conta davvero è la poltrona. È il potere per il potere.

Tra qualche settimana verremo chiamati al rinnovo dell’amministrazione comunale. E in concomitanza dell’esodo ferragostano assisteremo alle solite polemiche sulle liste, il polverone delle accuse e i buoni propositi dei programmi che, per i contendenti in lizza, saranno l’elenco delle cose non fatte nel tempo in cui hanno governato. Si scoperchierà il Vaso di Pandora della corruzione politica e del malaffare? Seguiremo la cronaca, leggeremo i nomi dei probabili candidati al dopo-Panza e ci ritroveremo così all’improvviso sbalzati a trent’anni fa. I soliti portatori di voti in diretta dall’oblio, le stesse facce, le stesse ombre viventi richiamate in vita, la solita truppaglia ingaggiata per la rappresentazione: insomma tutto un desolante bricolage di pensiero unico. Mica volete una specie di scellerato lassù nelle stanze del Municipio?

Non è questa la visione di cui Guardia sente il bisogno. La politica non può essere solo questo. L’eterno Novecento, appunto. Frazionato in fronti similari e complementari. Frammenti di idee volti al soddisfacimento indiscriminato di bisogni (perlopiù personali e non essenziali), alieno da ideali, programmi, propositi, tipico della civiltà dei consumi. Questo, è il Novecento da rinnegare, con cui chiudere i conti, buttandosi alle spalle il codice binario del “panzismo”.

L’effetto di tutto ciò, se lo guardi a una certa distanza, è surreale. Il paradosso di Guardia è esattamente questo. Si è incapaci di andare oltre il Novecento – e quindi, oltre il “panzismo” -. Oltre le facce della stessa medaglia, oltre il frutto del trasformismo e della gestione del potere di stampo politico-clientelare. Un frullatore spazio-temporale dove tutto allo stesso tempo è ieri e oggi. E il processo finisce per prendere pezzi di passato, a volte perfino a caso. D’altra parte fare affidamento sulla memoria storica dei guardiesi è assai improbabile. Affidarsi alla coscienza dei medesimi poi è quasi impossibile.

Alla fine, ai guardiesi non resta che porsi una domanda, semplice e intellegibile: non c’è niente di meglio che innescare questa corsa a ritroso del gambero? La risposta è no. Non è per semplice miopia, per mancanza di coraggio, di idee e forse neppure per scelta. È un limite genetico.

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