( di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – Salvini non sapeva. L’ha detto martedì a Milano, tra le motociclette dell’Eicma, a chi gli chiedeva dei tagli alla scuola, quasi settemila posti tra docenti e personale amministrativo, tecnico e ausiliario, messi nero su bianco nell’articolo 66 della legge di bilancio. «Io non ne sapevo niente, e sono segretario del partito», ha risposto, convinto di portare un’attenuante e consegnando una prova. Il partito è il suo, e leghisti sono tanto il ministro dell’Economia che il taglio l’ha firmato quanto il ministro dell’Istruzione che lo subisce. Una settimana prima i capi della maggioranza posavano sorridenti alla conferenza stampa sulla manovra, uno di loro un po’ meno, e non era Salvini.

Il coro è arrivato puntuale. Bonelli ha osservato che allora il vicepremier dormiva durante i consigli dei ministri, il Pd ha parlato di uno che cade dalle nuvole, i Cinque Stelle di una pantomima ridicola e hanno chiesto chi si dimetta. Ma la scena si capisce meglio con quella di tre giorni prima. Sabato, a Roma, davanti ai cronisti e agli stessi tagli, Salvini aveva spiegato che Valditara «ha fatto miracoli in questi quattro anni», che lui stava seguendo la manovra per le parti del suo ministero e che avrebbe guardato quelle degli altri a ricognizione finita. Sabato difendeva il collega dal taglio, martedì ne ignorava l’esistenza. Poi è toccato a Valditara scoprirsi sorpreso e promettere che in Parlamento avrebbe lavorato per eliminare la misura del tutto, cioè per cancellare con i voti della maggioranza una norma scritta dalla maggioranza. Meloni, raccontano i giornali, si è infuriata per la fuga in avanti.

Negli stessi giorni, dall’altra parte dell’Atlantico, un altro uomo scopriva di non sapere. Trump ha commentato le elezioni di metà mandato al telefono con Fox, dicendosi un po’ sorpreso, perché i repubblicani gli sembravano destinati a fare meglio. La colpa, ha spiegato, è in parte dell’Iran, o meglio della benzina, quindi dell’Ucraina (sì, è un po’ confuso): gli americani approvano quello che fa laggiù, ma non erano pronti a pagarlo alla pompa. Il voto non è un colpo contro di lui, che si è appena lasciato alle spalle i due anni migliori nella storia della presidenza, e naturalmente lo accetta, perché non dovrebbe? Il giorno dopo parlava della sala da ballo della Casa Bianca, poi se l’è presa con i suoi per la sconfitta e ha messo in rete un cappellino con la scritta Veto. Vance sostiene che si è perso per la guerra, e Trump trova che abbia ragione, senza ricordare che la guerra è cosa sua.

L’Italia ha letto questo voto con ammirevole zelo. Meloni ha rinviato il discorso sull’America a quando fosse finita la festa delle Forze armate (oggi è il 6, sono passati due giorni). Tajani ha giurato di non essere mai stato trumpiano, lui che a febbraio posava a Washington col cappellino rosso tra le mani. Salvini, ospite di una televisione di San Marino, ha offerto la sua diagnosi senza un’esitazione. I repubblicani avevano votato Trump per la stabilità e per la fine delle guerre, «e invece i conflitti sono aumentati», e a pesare è stato il carovita. Un’analisi che non fa una piega e che somiglia a quella di molti commentatori che dopo la sorpresa del risultato (e ignorando quanto aveva scritto fino a pochi giorni fa) hanno ripreso l’attività di stiramento del risultato pro domo idee proprie (“hanno vinto i moderati”, “no, i socialisti”, “no, il campo largo all’americana”, “non hanno vinto ma ha perso Trump”).

Il meccanismo è lo stesso. Quando la realtà non entra nel quadro, il quadro resta dov’è e la realtà viene trattata da straniera, arrivata per sbaglio, di cui si prende atto con cortesia sperando che la gente sia distratta e che così l’efficacia della propria narrazione riparta al più presto. Così si governa facendo l’opposizione, e per farla bene si comincia dal proprio governo. Trump presiede e si lamenta del potere, Salvini il potere lo esercita e chiede al Parlamento di aggiustargli il lavoro. Tutti e due ripetono con fermezza frasi che nessuno più crede, i due anni migliori della storia, i miracoli di Valditara, mentre il ministro dei miracoli annuncia che toglierà il taglio. E le ripetono a voce sempre più alta, come si alza la radio in macchina quando il motore comincia a fare un rumore strano. Chi commenta sui giornali sta aggrappato alle sue idee e neanche una rivoluzione farebbe destare alcuni di questi soloni dalla loro comoda poltrona fatta di certezze incrollabili mai dimostratesi realistiche.

Nel frattempo. Eh, nel frattempo… Per correggere la manovra in Parlamento ci sono centoventi milioni. Li vogliono la Lega per la Quota 64, Fratelli d’Italia per il condono, Forza Italia per i pensionati, e il taglio alla scuola ne vale ottantaquattro il primo anno. Qualcuno dovrà decidere che cosa fare, mentre il futuro di un Paese si consuma nel cinismo di un gioco delle tre carte. Intanto gli studenti affollano le piazze da settimane urlando la propria rabbia, e la Cgil ha fissato lo sciopero generale per il 20 novembre, alzando il muro della dignità operaia e civile contro l’indifferenza dei palazzi. Loro, a differenza di chi governa voltandosi dall’altra parte, non hanno il privilegio dell’amnesia: sentono il peso vivo di ogni promessa tradita, la polvere delle aule sguarnite e l’urgenza di un domani che nessuno ha il diritto di scippare.