È ovvio che Donald Trump è il primo responsabile del suo fallimento. Ma se questo succede dipende dal fatto che l’America si è ribellata. Non è stata a guardare in silenzio i crimini e i misfatti della Casa Bianca. La democrazia siamo noi, cittadini ed elettori

Austin (Texas), 3 novembre: la festa degli elettori democratici

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Nulla fa più sorridere della solerzia con la quale le marionette del teatrino politico tricolore celebrano la disfatta dello Sceriffo di Washington alle elezioni di Midterm solo come una «rivincita della democrazia». I «panciafichisti in pantofole» (per dirla con quel genio di Gramsci) che al tepore del loro caminetto “moderato” irridono quelli che da anni ne denunciano l’aggressione. Le anime belle che ora canzonano quelli che l’avevano data prematuramente per morta, gridando «al lupo, al lupo» senza capire che i Trump e i Bolsonaro, come gli Orbán e i Vucic, erano solo agnelli.

Per costoro — e sono tanti, nelle istituzioni e nelle redazioni — la democrazia è come “un’entità”, intangibile e astratta, che vive di vita propria, quasi a prescindere dagli umani e dalle loro azioni. Per questo non è mai in pericolo, neanche quando ad aggredirla sono i moderni tiranni che rivendicano l’idea dello «Stato illiberale».

Sono tutte foglie di fico, che un certo establishment fintamente terzista coltiva solo per giustificare il suo naturale collateralismo con le destre al potere, cui tutto è sempre concesso perché niente è davvero così tecnicamente eversivo, rispetto allo Stato di diritto e alle Costituzioni formali e materiali. E quelle foglie di fico, utili a schermare l’ignavia o l’interesse di chi le usa, servono poi a delegittimare chi si mobilita per proteggerla, la democrazia. A liquidarlo come un pericoloso sovversivo o un fumoso “sinistrello”.

A leggere certe analisi sul voto americano, pare che il pazzotico palazzinaro newyorchese abbia perso solo per colpa sua. Che ad abbattere rovinosamente il suo totem miliardario non siano stati Clinton e Obama che sono scesi in campo. Ocasio-Cortez che ha chiuso con la stagione del wokismo da combattimento e ha aperto finalmente il cantiere dei diritti sociali. I candidati dem, che dopo 38 anni e un secolo si sono ripresi rispettivamente il Texas grazie a un seminarista presbiteriano e il Kansas con un pastore metodista, che hanno espugnato il Michigan con un musulmano socialista e il New Hampshire con un gay dichiarato, che hanno eletto governatrice la prima donna nera in Georgia e la prima donna nativa in New Mexico. Non il Partito Democratico, insomma, che pure ora domina il Senato con 54 seggi e la Camera con 237.

È come se l’Asinello non avesse alcun merito, in questa clamorosa riconquista. Come se questo “Blunami” che sommerge gli Stati Uniti, in fondo, l’avesse causato solo la fragorosa caduta dell’Elefante repubblicano. Come se non contassero niente tutte le manifestazioni fatte in questi due anni da milioni di americani, scesi in piazza nelle Sanctuary Cities sfidando i miliziani dell’Ice, per protestare contro gli ordini esecutivi e gli arresti di massa, l’esecuzione in strada di Renée Good e di Alex Pretti, la grazia ai golpisti di Capitol Hill e ai medici no vax, l’attacco sistematico ai giudici federali e agli organi di informazione, il genocidio a Gaza e la guerra in Iran, i tagli selvaggi all’UsAid e al Medicare, la benzina e il gasolio a 4 dollari al gallone, la stangata sui prezzi dei beni alimentari, l’impennata dei mutui e dei costi delle case.

È ovvio che The Donald è il primo responsabile del suo fallimento. Basta confrontare i deliri velleitari e totalitari del suo primo discorso all’Inauguration Day del 20 gennaio 2025 con la penosa realtà dell’America di oggi, per capirlo. Nel “Nuovo Mondo” e in quello vecchio, l’Architetto del Caos ha portato solo l’expertise in cui davvero eccelle: il dis-ordine. Oggi raccoglie i frutti della sua semina velenosa.

Ma se questo succede, e oggi ci fa benedire la resilienza democratica degli States, dipende dal fatto che l’America si è ribellata. Non è stata a guardare in silenzio i crimini e i misfatti di una Casa Bianca ridotta a comitato d’affari e salone da ballo.

E non l’ha fatto solo il forgotten man del profondo Midwest, il maschio bianco dimenticato e devastato dalla globalizzazione al quale lui stesso due anni fa aveva promesso il riscatto, poi ripagato con l’oblio. Con gli scandali sessuali degli Epstein Files, i conflitti di interesse del suo clan e l’arricchimento incessante del kombinat militare-industriale-digitale che lo sostiene, da Musk a Zuckerberg. Con l’assedio permanente alla Corte Suprema, alla Federal Reserve e a tutti gli organi di garanzia e le autorità indipendenti.

La società civile ha reagito e ruggito, contro tutta questa macelleria etica e politica. Lo hanno fatto alcuni giornali, gli scrittori e gli intellettuali, le star del cinema, della musica, dello sport. I democrats hanno intercettato questi fiumi di rabbia e di paura, ma non li hanno ingrossati e cavalcati, come sempre fanno le destre populiste: li hanno invece convogliati verso il mare della speranza, del cambiamento e del bene comune, come sempre dovrebbero fare le sinistre riformiste.

E così hanno trionfato, coniugando radicalità e inclusione, identità e capacità d’ascolto, progressismo e pragmatismo. Da Talarico che dice «questa vittoria è più grande di noi, la gente è stanca d’odio e risentimento», a El-Sayed che grida «i soldi fuori dalla politica, i soldi ai cittadini». Così hanno riacciuffato il 60% del voto cattolico e il 67% di quello ebraico, il 91% del voto afro e il 69% di quello dei latinos. Hanno rinverdito la famosa «strategia del fischio» predicata trent’anni fa da Anthony Giddens, teorico del New Labour: mantieni i tuoi elettori, ma richiama i delusi del fronte avverso. In questo la Grande Tenda sarebbe un esempio prezioso per il Campo Largo.

Dunque sì, ha vinto la democrazia, come ci ricorda anche Yascha Mounk. Ma perché qualcuno l’ha difesa. Ci ha messo il corpo e la faccia. Perché la democrazia non è «l’allegro carnevale» intorno a un leader, come diceva Gobetti. La democrazia è lotta di ogni giorno, contro chi la vuole svilire a capocrazia o democratura. E su questo non ci possono essere compromessi. Come la Costituzione — che per Calamandrei era solo «un pezzo di carta», se gli italiani non l’avessero fatta vivere nel loro quotidiano — anche la democrazia sta in piedi e cammina solo sulle gambe degli uomini.

La democrazia siamo noi, cittadini ed elettori. E torno alle anime belle e ai panciafichisti di cui sopra: nel suo Ventennio, Berlusconi non prese i pieni poteri e non trovò la strada per il Colle anche perché ci fu chi nutrì gli “anticorpi”, scuotendo la coscienza del Palazzo e del Paese con la battaglia delle idee, le inchieste giornalistiche, le “10 domande”.

E allora chiedo: dove siete voi, oggi, di fronte alla destra meloniana, non meno illiberale di quella dei tycoon di Arcore e di Mar-a-Lago? Il bipolarismo tribale di questi decenni è una iattura, come lo è la pretesa diversità antropologica tra i due poli. Ma ci sono confini quasi pre-politici, costituzionali e valoriali, che vanno presidiati sempre.

Siamo tutti felici per le buone notizie arrivate dall’Ungheria, dal Brasile, dalla Serbia e ora dall’America. Speriamo che ne arrivino altre nei prossimi mesi, dalla Spagna, dalla Francia, dall’Italia. Ma la prima delle lezioni americane, per me, rimane questa: se anche gli autocrati cadono, è perché c’è chi si batte perché i popoli conservino cuori desti.