A decidere i nostri destini, più della tenuta di Bruxelles, sarà la resistenza dell’Ucraina

Il dovere di aiutare Kiev

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Le navi della Marina accendono la sala macchine in attesa di salpare per Bab el-Mandeb, un Eurofighter tricolore viene colpito dalle milizie Houthi in una base saudita e l’Italietta va un po’ a ramengo. Giorgia Laqualunque alla canna del gas sgancia l’arma fine di mondo con l’abolizione del bollo auto, mentre Schlein in modalità auto-candidata premier insegue farfalle col “piano-energia in cinque punti”.

Danze macabre sotto il Vulcano. Più rimbombano i tamburi di guerra, più noi balliamo la salsa elettorale, rinunciando all’assunzione di ogni vera responsabilità di fronte al dilagare degli opposti estremismi nei due schieramenti. Da una parte si pencola tra Crosetto con l’elmetto e Vannacci col colbacco, dall’altra si oscilla tra la crescente foga bellicista dei “riformisti Dem” (chiunque siano adesso, al di là di Lorenzo Guerini) e il vibrante inno alla pace dei “giovani Pd” (qualunque cosa significhi, purché non la resa dell’Ucraina).

Tanti falsi movimenti ci chiudono l’orizzonte e ci impediscono di vedere quelli veri, che pure ci sono e ci riguardano molto da vicino. Quasi suo malgrado, si muove l’Europa, dove è sempre più chiaro che a decidere i nostri destini, più della tenuta di Bruxelles, sarà la resistenza di Kiev. E qui, a parte il rituale discorso di von der Leyen sullo stato dell’Unione, colpisce di nuovo la discesa in campo di Mark Carney, che ancora una volta sveglia i sonnambuli del Vecchio Continente.

L’aveva già fatto il 26 gennaio al Forum di Davos, in un discorso memorabile. Quando aveva scosso le coscienze sbattendoci in faccia la dura realtà non della “transizione” ma della “rottura” e del “cambio d’epoca”. Aveva ricordato il fruttivendolo di Havel che ogni mattina nella Cecoslovacchia “sovietica” esponeva il cartello “lavoratori di tutto il mondo unitevi” col quale esibiva la sua conformità al sistema, sapendola falsa. Aveva paragonato quel piccolo uomo al Grande Occidente, abituato per decenni a esibire in vetrina lo stesso cartello col quale rinnovava la sua “fede” in un ordine mondiale formale basato sulla comoda egemonia americana, sapendola superata. E aveva invitato le medie potenze e l’Europa orfana di Trump a reagire con forza di fronte al ritorno degli Imperi e ad agire subito perché “se non sei al tavolo, sei nel menù”. A Strasburgo il primo ministro canadese, citando la quercia e le affinità elettive di Goethe, ha rilanciato la sfida chiedendo uno sforzo comune all’Europa.

Non sarà una “svolta storica”, ma è un atto politico di grande portata in questo momento cruciale della guerra di Putin e del disimpegno di Trump. Di fronte all’onda nera filo-russa che preme sugli argini e fa tremare le cancellerie dell’Ue, non è affatto banale ripetere che “la libertà va difesa ogni giorno”, che “abbiamo valori comuni per i quali abbiamo lottato e che dobbiamo continuare a difendere restando vigili” e che “perseguiamo la resilienza affinché nessuno possa controllare i nostri mercati aperti e minacciare la nostra sovranità, la nostra integrità territoriale, le nostre democrazie”. È come se Carney, nell’ora più buia di Churchill, desse ai leader europei il coraggio che gli manca per rialzare la testa, resistere al’urto delle autocrazie, prosciugare i fiumi dell’odio nei quali sguazzano le forze estremiste e ultra-nazionaliste che sfasciano l’Europa dall’interno.

È vero che le elezioni in Svezia sono state una boccata d’ossigeno per i socialisti, che lì governano da 109 anni ininterrotti. Ma domani si vota a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania, e dopo il trionfo in Sassonia-Anhalt il partito neo-nazista punta a bissare la vittoria nei laender dove trent’anni fa iniziarono le prime rivolte xenofobe e a contendere la capitale a una Cdu sempre più esausta e confusa. Che succede se anche lì si realizza quel Alles ist möglich, tutto è possibile, col quale Alice Weidel e Tino Chrupalla – quelli che vogliono cacciare tutti gli stranieri, compresi i figli di migranti tedeschi di seconda generazione, e istituire le classi separate per i disabili e i “meticci” – aggiungono da mesi mattone a mattone, per ricostruire la Fortezza Germania che rompe con Palazzo Justus Lipsius e ricuce col Cremlino?

Per adesso nella galassia dell’ultradestra sovranista a marcare qualche distanza dall’Afd è stata solo Marine Le Pen, e non certo per le posizioni filo-russe dei tedeschi, visto che lo stesso Rassemblement National è finanziato ufficialmente da Russia Unita. Per il resto, esultano tutti, dal neo-franchista Santiago Abascal in Spagna al brexiteer Nigel Farage in Gran Bretagna. Giorgia Meloni, come sempre quando c’è un intricato nodo identitario da sciogliere, si finge morta come l’opossum: non abbiamo ancora sentito una sua sola parola su quanto sta accadendo in Germania e su quanto possa costringerla a cambiare linea l’ideale ritorno di fiamma di Salvini sulla Piazza Rossa, risucchiato nel gorgo dal generale pacifinto che pretende a ogni costo la fine del conflitto e delle sanzioni.

In questo inquietante “cupio dissolvi” europeo, Zelensky può solo sperare. Nelle nostre armi, ma prima ancora nei nostri cuori. Prima del solito inverno al gelo – con le infrastrutture energetiche colpite dai missili Kh-101 e i 3M Kalibr lanciati dalla flotta del Mar Nero – il popolo ucraino deve fare i conti con l’autunno del nostro scontento, che ci vede sempre più stanchi di guerra. E che stavolta incrocia pure il voto per il rinnovo della Duma nella Federazione Russa e nei territori occupati.

Per quel che valgono le elezioni in una democratura – e considerato che nei villaggi del Donetsk la gente va alle urne “accompagnata” dai soldati armati di Ak-47 – non è un fatto da poco: lo Zar può costruire il suo primo “Parlamento di guerra”, senza nemici visibili visto che il partito della pace Yabloko è bandito dalla Corte suprema russa e tutti gli altri oppositori sono in rotta, da Yulia Navalnaya a Maxim Katz. La Madre Russia, che già spende in armi più di 20 miliardi di dollari al mese, è quasi in ginocchio.

Ma come diceva Alfred Koch, ex ministro delle Privatizzazioni negli anni ’90, “a Stalin non si poteva mentire, mentre a Putin non si può dire la verità”. Ecco perché Bunkerny Ded – il “nonno del bunker” come lo chiamava il povero Navalny – non smetterà mai di bombardare. Ed ecco perché i russi continuano rassegnati a ripetere quello che diceva il diavolo Voland nel capolavoro di Bulgakov, Il maestro e Margherita: “Un giorno finirà”, perché “alla fine tutto andrà come deve andare, è su questo che poggia il mondo”.

Ma la fine è ancora molto, molto lontana. E per questo noi europei, senza tentare a ogni ora del giorno la via diplomatica, abbiamo il dovere morale e politico di non lasciare sola l’Ucraina. E qui sta l’unico rilievo che si può muovere all’appassionata apologia della pace di Virginia Libero dal palco di Reggio Emilia: è sacrosanto gridare “noi non saremo mai i soldati delle vostre guerre”. Ma la resistenza di Zelensky e del suo popolo non è una guerra “loro”. E noi europei, quando su quel treno per Kiev c’era ancora un bel pezzo d’Europa, Slava Ukraini l’abbiamo urlato molto prima che Meloni entrasse a Palazzo Chigi e Trump tornasse alla Casa Bianca. Per questo dobbiamo urlarlo ancora.