
(estr. di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] Quando, l’altro giorno, è giunta la notizia che due Tornado italiani in servizio di pattuglia in Lituania avevano abbattuto un drone che era entrato nello spazio aereo di quel Paese, l’Italia è stata attraversata da un brivido di patriottico orgoglio. “È il secondo che abbiamo abbattuto” aveva commentato il comandante sul campo. Niente drammi, niente retorica: “Abbiamo ricevuto l’allarme a mezzanotte e dopo venti minuti avevamo neutralizzato l’intruso”.
[…] L’intera compagine politica euroatlantica ha colto l’occasione per denunciare l’inaccettabile attacco russo, l’ennesima provocazione che tenta di mettere alla prova le capacità della Nato di respingere qualsiasi attacco. Identificato come Shahed in forza alla Bielorussia, ma presente anche negli arsenali russi, veniva da Est, dalla Bielorussia, appunto, e dirigeva verso ovest (mar Baltico). I resti del velivolo erano dispersi attorno alle cascine di Pratkunai, paesino a 100 km dal confine con Bielorussia (Est-Sud Est), un’ottantina da quello con la Polonia (Sud-Ovest). I droni di questo tipo seguono rotte predeterminate secondo coordinate geografiche (Gps) ed è normale che tali rotte prevedano punti di cambio di direzione (waypoint). La rotta impostata non è mai seguita con precisione, anzi il sistema prevede un continuo movimento a zig zag a cavallo della rotta in modo da eludere le intercettazioni e ingannare sull’obiettivo finale. A causa della bassa velocità (max 180 km/h), della bassa quota di volo (300 m) e del rumore del motore è più facile che sia individuato da terra che dall’aereo, soprattutto di notte. Di fatto l’intercettazione aerea è molto più rischiosa e costosa di un qualsiasi sistema antiaereo terrestre compreso tra il missile e la fionda. Evidentemente l’operazione di air policing (“polizia aerea”) in atto nei Paesi baltici è calibrato sulla minaccia maggiore piuttosto che su quella più probabile. Inoltre la stessa Nato ha fornito istruzioni che tendono a evitare reazioni eccessive, errori di identificazione o accidentali. Nonostante le fregole belliciste dei vertici della Nato e dell’Unione europea e i deliri di molti capi di Stato e di governo, gli organi militari esercitano ancora molta cautela nelle risposte operative. Non è soltanto rispetto delle norme stabilite dai trattati, è buon senso, rispetto di se stessi e coscienza delle conseguenze che ogni atto militare comporta. “Non sarò io a scatenare la terza guerra mondiale”. Così ragionò Sir Michael Jackson, comandante del corpo d’armata di reazione rapida della Nato quando ricevette l’ordine da un esagitato comandante supremo che gli intimava di invadere il Kosovo. Doveva distruggere uno sparuto nucleo corazzato russo che dalla Bosnia stava andando a presidiare gli aerei serbi schierati nel loro aeroporto di Pristina. Fu lui, invece, che poco tempo dopo raggiunse un accordo con i comandanti serbi per il cessate il fuoco e il ritiro delle loro truppe dalla loro provincia. Altri tempi e altri generali!
[…] Intanto sul drone in Lituania cominciano a sorgere i soliti dubbi. Dalle ultime precisazioni si è appreso che il drone era “armato”. Sarebbe stato strano se non lo fosse. Lo Shahed non è un velivolo senza pilota: per costruzione è una bomba volante. Ma questo deve essere stato un drone umanitario: è stato inseguito, abbattuto, fatto a pezzi sparsi sui campi e non è esploso. Giustamente, i tecnici della Nato stanno esaminando l’Ufo, oggetto straniero non identificato. L’Unione europea, come al solito, ha denunciato il piano deliberato di attacco da parte russa a tutta l’Europa e oltre. Sarebbe ora che qualcuno spiegasse agli strilloni che la pianificazione russa non prevede un attacco, ma una risposta a una provocazione. Se continuano a strillare finisce che saranno presi per provocatori. La risposta russa che la Nato si aspetta non è un drone solitario e umanitario, ma uno sciame di droni di saturazione seguito da centinaia di missili sui responsabili. Se non peggio. Il drone in questione ha superato il confine lituano proveniente da non si sa dove. Poteva essere la Bielorussia, la Russia stessa, la Germania, la Polonia e l’Ucraina che in Polonia è di casa. Un raggio d’azione di 1000-2500 chilometri permette qualsiasi ipotesi. Lo stesso esame dei resti può dire poco. Russi e ucraini, assieme a francesi e tedeschi si contendono il primato di replica dei droni. Potrebbe dire qualcosa di più conoscere l’obiettivo stabilito per il drone. A partire dallo sconfinamento si è diretto verso Ovest. Ha superato l’allineamento di Vilnius, che evidentemente non interessava, e ha continuato per 30 chilometri in direzione di… Kaliningrad. Quale obiettivo più succulento, non per una provocazione, ma per un casus belli? La Russia potrebbe dire di essere stata attaccata e risponderebbe. Europa e Ucraina potrebbero dire che la Russia si è bombardata da sola e la Russia rafforzerebbe la risposta. Fortunatamente il drone è stato abbattuto. Chi voleva la provocazione o addirittura il casus belli non sarà contento. Va a finire che se la prenderà con chi l’ha abbattuto. A noi invece va bene così. Non sarete stati voi a scatenare la terza guerra mondiale. Grazie ragazzi!
Avendo fatto il servizio di leva, l’impressione che avevo ricavato conoscendo i militari da vicino è che non avessero tutte le rotelle a posto. Ma i tempi cambiano. Ai miei tempi eravamo in pace e ai gradi alti piaceva fare i bulli; oggi che siamo sull’orlo del precipizio, ci ritroviamo con i generali che dimostrano di avere molto più cervello dei nostri sgovernanti.
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Nel 2026 nn hanno più modo di esistere i casus belli, fattene una ragione e scendi da Narnia.
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